Carne, sostanza incompatibile con la natura umana
Dr. Chim. Mauro Damiani, presidente Associazione Scienza della Salute
La carne non è un cibo idoneo per l’uomo: su quest’asserzione non ci sono ormai più dubbi, una copiosa letteratura l’attesta e lo documenta. In subordine è quantomeno ampiamente provato che non è indispensabile per la salute dell’uomo. Il completo controllo dei poteri industriali sui mezzi d’informazione impedisce che queste importanti conoscenze siano di dominio pubblico, ma, nonostante tutto, il processo di diffusione su mezzi alternativi è incominciato e si ritiene che sia ormai inarrestabile.
La dannosità della carne non dipende soltanto dalla somma di sostanze chimiche, spesso di sintesi, aggiunte ai mangimi nella moderna pratica d’allevamento industriale: antibiotici, tireostatici, betabloccanti, estrogeni, sali di zinco, vaccini, anemizzanti, che sono somministrati agli animali stabulati anche per preservarli dalle malattie che li colpirebbero a causa delle innaturali condizioni in cui sono tenuti. Questo fatto con certezza contribuisce ad aumentarne la dannosità, ma anche la carne d’animali allevati nelle migliori condizioni possibili è nociva. La ragione fondamentale di questa nocività va ricercata con l’aiuto di due importanti branche della scienza, l’Anatomia Comparata e la Fisiologia Comparata. Ovviamente la descrizione dettagliata dei fenomeni esula dallo spazio di un breve articolo, per questa rimandiamo alla letteratura specifica.
L’anatomia comparata, in sintesi afferma che:
1.Gli animali carnivori hanno un intestino molto breve, circa 3-4 volte la lunghezza del tronco.
2.Gli animali erbivori hanno un intestino molto lungo, circa 20-22 volte la lunghezza del tronco.
3.Gli animali frugivoro-fruttariani, tra cui l’uomo e quasi tutto l’ordine dei primati, hanno un intestino di lunghezza intermedia circa 10-12 volte la lunghezza del tronco
La ragione di questa diversa lunghezza si comprende facilmente prendendo in considerazione i diversi cibi specie-specifici:
- Le proteine della carne, nelle condizioni di temperatura del tratto digestivo, sono soggette a processi putrefattivi con sviluppo di sostanze tossiche che è bene che non siano assorbite, ed è per questo motivo che i carnivori hanno un intestino breve, che permette di ridurre il tempo di permanenza all’interno del corpo ed il conseguente rischio d’assorbimento delle tossine della putrefazione.
- Gli animali erbivori, dovendo provvedere al laborioso processo di demolizione della lunga catena della cellulosa fino al glucosio, devono avere un intestino molto lungo che permette un maggiore tempo di permanenza all’interno del corpo.
- Gli animali frugivoro-fruttariani, che non hanno quest’ultima necessità, hanno un intestino di lunghezza intermedia, ma tale in ogni modo da permettere l’assorbimento delle tossine di putrefazione della carne, da qui la ragione fondamentale della dannosità per loro della carne.
Quanto alla Fisiologia Comparata, il chimismo delle nucleoproteine è una delle tante prove che l’uomo non è un animale adatto per natura a nutrirsi di proteine animali; le nucleoproteine sono le proteine che costituiscono il nucleo d’ogni cellula, tra loro si annoverano gli acidi nucleici e le proteine basiche; gli acidi nucleici sono formati dall’unione di 4 (o 5) “nucleotidi”. Ogni nucleotide è costituito da una base azotata unita ad uno zucchero esterificato con acido fosforico.
Le nucleoproteine vegetali contengono basi azotate prevalentemente del gruppo pirimidinico (timina, citosina, metilcitosina, uracile); il loro metabolismo, basato su processi ossidativi, dà, come prodotto finale urea, eliminata normalmente dall’uomo con l’urina.
Le nucleoproteine animali, contengono invece prevalentemente basi azotate del gruppo purinico (”purine”: adenina, ipoxantina, xantina, guanina); queste basi danno come prodotto finale, acido urico. Nei carnivori tale acido è trasformato, mediante un particolare enzima, di cui sono provvisti (detto “uricasi”), dapprima in allantoina e poi per idrolisi in urea e quindi, come tale, eliminato.
Nell’uomo e nelle scimmie antropomorfe (che non possiedono il suddetto enzima) l’acido urico proveniente dall’uso alimentare della carne si combina con il sodio e si deposita soprattutto nelle articolazioni, sotto forma di urato di sodio, provocando dolori, tumefazioni, e deformazioni (gotta). Sintomi tipici della sindrome uricemica, che invece è del tutto assente nei carnivori.
Nell’uomo evidentemente la capacità uropoietica del fegato, in altre parole la capacità di quest’organo di fabbricare urea, è insufficiente a smaltire il carico derivante da consistenti quantità di proteine animali ed il processo uropoietico si ferma a metà, cioè all’acido urico.
Quelle indicate sono soltanto alcune delle principali prove della dannosità della carne, chi volesse approfondire l’argomento ha a disposizione una sterminata letteratura, del pari sterminata è però la letteratura in favore dell’uso della carne e che sostiene addirittura la sua indispensabilità per la salute umana; gli enormi interessi, non solo economici, connessi con l’uso alimentare della carne hanno addirittura permesso alla seconda di prevalere nell’accezione comune.
La ragione di questa prevalenza è abbastanza ovvia: l’enorme potere che il sistema industriale ha su tutti i mezzi di comunicazione, per quanto riguarda la letteratura scientifica, è ancora più forte. Come si sa le riviste scientifiche sono di solito pubblicate da Università od Accademie, organizzazioni alla continua ricerca di finanziamenti. L’industria chimica nelle sue varie branche (prodotti per l’agricoltura, farmaceutica, alimentare ecc.) provvede ampiamente alla bisogna finanziando ben determinati progetti di ricerca, quelli di proprio interesse.
La logica conseguenza è che in primo luogo non trovano finanziamento i progetti di ricerca che puntano a chiarire eventuali dannosità della carne, ed in secondo luogo che ben difficilmente sono pubblicati lavori di ricercatori indipendenti, soprattutto quando i risultati ledono gli interessi industriali. In sintesi sono senz’altro questi i motivi per cui gli articoli favorevoli all’uso della carne sono prevalenti.
Tuttavia il peso dell’argomento, la natura stessa delle cose, ha il suo effetto e nonostante tutti gli ostacoli si assiste ad un fiorire di articoli critici sulla salubrità dell’uso della carne. Nell’eventuale azione giudiziaria che come Forum Vegetariano ci proponiamo di intentare i periti nominati dal giudice si troveranno davanti ad un panorama di questo tipo.
Due fatti nuovi degli ultimi venti anni però, avranno, a mio parere, un ruolo importante nell’aumentare il peso della nostra posizione. Non si tratta in questo caso di articoli di personalità anche rilevanti ma, bensì, del parere di due grandi organizzazioni entrambe Americane, del Paese cioè che è stato il principale attore dell’enfasi sul consumo di carne nel secolo ventesimo:
1.Nel 1985 si è costituito negli USA il P. C. R. M. (PHYSICIANS COMITTEE for RESPONSIBLE MEDICINE), un “Comitato di Medici per la Medicina Responsabile”, a cui aderiscono più di cinquemila medici e scienziati. Questa organizzazione ha raggiunto un’importanza notevole, svolgendo una funzione di informazione e pressione, anche con denunce penali, su tutti gli organismi statali competenti sull’argomento. Il PCRM ha ovviamente preso una posizione fermamente contraria all’uso della carne.
2.Particolarmente efficace è stata l’azione del PCRM sul Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), l’organismo che dal 1916 pubblica periodicamente un documento ufficiale intitolato “Dietary Guidelines for Americans” (Linee Guida Dietetiche per gli Americani”). Orbene, nell’edizione del 1996 di queste Linee Guida si riconosce finalmente che la dieta vegetariana non solo non ha nessuna controindicazione ma che è addirittura una valida via per la salute. E’ grazie agli sforzi del PCRM ed a questa pubblicazione del 1996 che negli USA si assiste finalmente ad un’inversione di tendenza nella continua crescita della mortalità per malattie cardiocircolatorie.
Io spero vivamente che questi fatti opportunamente illustrati al giudice, dato che ben difficilmente possiamo sperare di vincere la causa, possano almeno fornirgli le prove che sull’argomento la posizione degli scienziati non è univoca, che si assiste cioè ad un classico caso di divaricazione delle opinioni. Ciò sarebbe di enorme importanza per la nostra causa, perché è la strada per dotarci dell’unica arma che al momento ci manca. Se il giudice, vista la divisione della scienza sull’argomento, ci accordasse una sorta di “par condicio”, se in altre parole in ogni dibattito sui media sul tema alimentare fosse obbligatoria la presenza della parte contraria all’uso della carne si avrebbero finalmente i presupposti per un’effettiva diffusione della corretta informazione alimentare.
Il latte animale non è un cibo adatto agli umani
(tratto da “Impariamo a mangiare sano con i cibi vegetali”, SSNV©2005)
Dicono che il latte “fa bene alle ossa”. Ma chi lo dice dovrebbe informarsi meglio…
Il latte è un usuraio della peggior specie, quegli usurai che vi fanno un prestito ma poi, se non gli ridate tutto con gli interessi impossibili, vi mandano picchiatori a spaccarvi le ossa.
Il latte contiene calcio, utile alle ossa, e per questo viene consigliato, ampiamente consigliato, per l’osteoporosi. Ma contiene anche proteine animali, acide, che, per essere smaltite, consumano calcio.
Come un usuraio, il latte presta un po’ di calcio, ma, alla fine, ne consuma più di quello che dà. Le proteine del latte, sommate a quelle provenienti da carne e pesce, costringono l’organismo a sottrarre calcio all’osso per poter provvedere al loro smaltimento.
Infatti, la salute dell’osso dipende molto più da quei fattori che impediscono le perdite di calcio dall’organismo che dalla semplice quantità di calcio assunta. Quasi tutto il calcio dell’organismo è contenuto nello scheletro, che è la banca del calcio. Il calcio viene perso continuamente attraverso le urine, le feci e il sudore, e queste perdite vengono reintegrate attingendo ai depositi di calcio nell’osso, che cede quindi calcio in continuazione. Il calcio immagazzinato nell’osso viene poi reintegrato con quello alimentare.
Esiste dunque quello che viene chiamato “bilancio del calcio”: bisogna che il calcio assunto con la dieta sia maggiore di quello perso, altrimenti il bilancio è negativo, e si va incontro all’osteoporosi.
In generale, nelle popolazioni che consumano molto latte l’incidenza di osteoporosi è maggiore, mentre è rara nei paesi dove non si beve latte. É noto che tra gli esquimesi, che assumono oltre 2.000 mg di calcio al giorno, l’osteoporosi dilaga.
Vari studi, tra i quali l’Harvard Nurses’ Health Study, che ha seguito clinicamente oltre 75.000 donne per dodici anni, mostrano che l’aumentato consumo di latticini è associato con un rischio di fratture più elevato.
Il latte, dunque, è si’ l’alimento ideale, ma solo per il lattante, e solo il latte umano! Di seguito sono elencati alcuni problemi correlati al consumo di latte in adulti e bambini.
- Carenza di ferro: il latte ha un bassissimo contenuto di ferro (0.2 mg/100 mg di latte), e per riuscire a raggiungere la dose di ferro raccomandata di 15 mg al giorno, un bambino dovrebbe bere 7.5 litri di latte. In aggiunta, il latte è responsabile di perdite di sangue dal tratto intestinale, che contribuiscono a ridurre i depositi di ferro dell’organismo.
- Diabete Mellito: su 142 bambini diabetici presi in esame in uno studio, il 100% presentava nel sangue livelli elevati di un anticorpo contro una proteina del latte vaccino. Si ritiene che questi anticorpi siano gli stessi che distruggono anche le cellule pancreatiche produttrici di insulina.
- Calcio: la verdura a foglia verde, come la cicoria, la rucola, il radicchio e la bieta, è una fonte di calcio altrettanto valida, se non addirittura migliore, del latte.
- Contenuto di grassi: ad eccezione del latte scremato, il latte e i prodotti di sua derivazione sono ricchi di grassi saturi e colesterolo, che favoriscono l’insorgenza di arteriosclerosi.
- Contaminanti: il latte viene frequentemente contaminato con antibiotici, ormoni della crescita, oltre che con gli erbicidi e i pesticidi veicolati dal foraggio. Inoltre i trattamenti di sterilizzazione permettono in realtà la sopravvivenza nel latte di germi, e la Direttiva Europea 92/46/CE stabilisce un limite non superiore ai 100 mila germi per mL. La stessa Direttiva ammette anche un contenuto non superiore a 400 mila per mL di “cellule somatiche”, il cui nome comune è “pus”.
- Lattosio: molti soggetti di razza asiatica o africana sono incapaci di digerire lo zucchero del latte, il lattosio, con conseguenti coliche addominali, gas e diarrea. Il lattosio, poi, se viene digerito, libera il galattosio, un monosaccaride che è stato messo in relazione con il tumore dell’ovaio.
- Allergie: il latte è uno dei maggiori responsabili di allergie alimentari: durante la sua digestione, vengono rilasciati oltre 100 antigeni (sostanze che innescano le allergie). Spesso i sintomi sono subdoli e non vengono attribuiti direttamente al consumo di latte, ma molte persone affette da asma, rinite allergica, artrite reumatoide, migliorano smettendo di assumere latticini.
- Coliche del lattante: le proteine del latte causano coliche addominali, un problema che affligge un lattante su cinque, perché se la madre assume latticini, le proteine del latte vaccino passano nel latte materno. In 1/3 dei lattanti al seno affetti da coliche, i sintomi sono scomparsi dopo che la madre ha smesso di assumere questi cibi.
Gli esseri umani sono gli unici animali che consumano il latte di altre specie, e lo fanno anche dopo lo svezzamento. Tre quarti degli adulti, nel mondo, sono intolleranti al lattosio, cioè sono privi dell’enzima (lattasi) necessario ad agire sullo zucchero che si trova nel latte (lattosio); questo impedisce loro di digerire adeguatamente il latte e conduce a malattie del sistema digerente più o meno serie.
Il profilo nutrizionale del latte è simile a quello della carne. Entrambi i cibi contengono un quantitativo simile di proteine e grassi saturi. Come la carne, il latte è completamente privo di fibra e delle centinaia di sostanze fitochimiche contenute nei cibi vegetali, che si sono rivelate fattori di protezione contro le malattie degenerative come la malattia coronarica e il cancro. [Goodland2001]
La produzione di carne e quella di latte sono strettamente collegate; l’una può essere considerata il sottoprodotto dell’altra. Gli effetti sulla salute di un aumentato consumo di latte e latticini sono simili a quelli provocati da un aumento del consumo di altri prodotti animali, come la carne e lo strutto. Anche se i latticini a basso contenuto di grassi possono sembrare più salutari, il grasso rimosso nella loro produzione non viene mai sprecato, ma viene consumato in forma di burro, panna, gelati o nei cibi confezionati, quindi il netto degli effetti positivi sulla salute pubblica è pari a zero. Oggi sono ormai disponibili evidenze scientifiche del fatto che i latticini non portano alcun beneficio che non sia ottenibile in modo migliore da altre fonti, e che il loro consumo pone seri rischi che contribuiscono alla morbidità e alla mortalità . [Goodland2001]
Si crede comunemente che il contenuto di calcio del latte di mucca lo renda un cibo essenziale per prevenire il problema della ossa fragili, specie nei bambini. Il problema è che, anche se il latte può essere un modo efficiente per incamerare calcio dal cibo, ha anche molti svantaggi, in particolare un contenuto di grassi saturi molto alto. Come dichiara il prof. Walter Willett, “bere tre bicchieri di latte al giorno equivale a mangiare dodici fette di pancetta oppure un big mac e una porzione di patatine fritte”. [Willet2001]
Inoltre, la possibilità di mantenere le ossa forti dipende, più che dall’aumentare l’introito di calcio, dal prevenirne le perdite. La perdita di calcio è un processo normale, che avviene attraverso la circolazione sanguigna, l’urina, il sudore e le feci; questo calcio deve poi esser rimpiazzato con nuovo calcio preso dal cibo o dalle ossa. Uno dei più importanti fattori nelle perdita di calcio sono le diete ad alto contenuto proteico, che fanno sì che una maggior quantità di calcio venga persa attraverso le urine. Naturalmente le diete ricche di carne e latticini superano di molto i livelli di proteine raccomandati. [PCRM1999] Inoltre, le proteine derivanti da cibi animali probabilmente causano una perdita di calcio maggiore rispetto a quelle vegetali, e latte e latticini sono molto ricche di proteine animali, quindi, anche se sono ricchi di calcio, il bilancio finale è spesso negativo, il che causa una perdita di calcio nelle ossa, per compensare il calcio perduto.
L’alta incidenza di osteoporosi nei paesi in cui il consumo di latticini è alto è un’ulteriore indicazione della sua inefficacia nel contrastare il problema della ossa fragili. Il recente report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della FAO sulle evidenze raccolte sul problema osteoporosi, indica che per la maggior parte delle persone sembra non esserci alcuna correlazione tra un aumento dell’introito di calcio e una diminuzione del rischio di fratture ossee. Le raccomandazioni OMS/FAO per l’osteoporosi indicano di mangiare più frutta e verdura piuttosto che affidarsi ai latticini per assicirarsi una buona salute delle ossa. [WHO/FAO2002]
Riferimenti bibliografici
[Goodland2001] Goodland R., The Westernization of Diets – The Assessment of Impacts in Developing countries – with special reference to China, DRAFT, 2001
[PCRM1999] Physician Committee for Responsible Medicine, PCRM. Vegetarian Starter Kit, PCRM, 1999
[WHO/FAO2002] WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease. Report of the Joint WHO/FAO expert consultation, 26 April 2002.
[Willet2001] Walter C. Willett, Eat, Drink and Be Healthy, The Harvard Medical School Guide to Healthy Eating, Simon & Schuster, 2001
Le uova
Stefano Esposito
Da anni si decantano i pregi dell’uovo, lodandone il perfetto bilanciamento di aminoacidi (sulla base del Protein Efficiency Ratio, un metodo obsoleto basato sui ratti, la cui validità sull’uomo si è rivelata infondata, ma che non staremo a discutere in questa sede), e il suo uso ideale nei regimi ipocalorici. Ma, da un’attenta analisi della letteratura medico-scientifica più recente, sembra che questo alimento possegga più difetti che pregi. Vediamo perché.
Innanzitutto, è vero che l’uovo apporta una discreta quantità di proteine (12,4g/100g circa), ma è ormai ampiamente dimostrato che è necessario, per una salute ottimale, ridurre al minimo o eliminare del tutto le proteine animali, particolarmente ricche in aminoacidi contenenti zolfo, e attenersi alle quantità raccomandate di macronutrienti. Oggi invece, la maggior parte della popolazione dei Paesi ricchi segue una dieta quotidianamente iperproteica, superando di 2-3 volte le dosi raccomandate, con conseguenze per la salute a breve ma soprattutto a lungo termine.
L’uovo è composto per il 70% circa di grassi, e buona parte di questi sono grassi saturi. Il World Cancer Research Fund e l’American Institute of Cancer Research nelle loro Linee Guida (frutto di un lavoro di ricerca basato su oltre 4.500 studi scientifici), puntano l’attenzione principalmente sul consumo di prodotti animali e dei grassi in essi contenuti, osservando che il consumo di verdura e frutta è associato significativamente con la prevenzione dei 12 maggiori tipi di cancro [1].
L’uovo è inoltre un piccolo concentrato di colesterolo (da 250 a 371 mg/100g circa), sostanza che non è assolutamente necessario introdurre con la dieta: l’organismo umano ne produce infatti a sufficienza (circa 800 mg al giorno), e assumerne in più con l’alimentazione, soprattutto insieme a grassi saturi, aumenta il rischio di arteriosclerosi e conseguenti malattie cardiovascolari, cerebrovascolari e circolatorie degli arti inferiori e, come vedremo più avanti, di altre malattie croniche.
Inoltre, a causa della conformazione stessa dell’uovo (porosità dell’involucro esterno), delle non sempre buone condizioni igieniche degli allevamenti intensivi e della dubbia qualità di molte catene produttive, esiste sempre il rischio di contaminazione da Salmonella. Infatti, seppur nell’ultimo decennio siano stati imposti dei nuovi standard igienici, i casi di infezione ad opera di questo batterio continuano a colpire l’uomo (come riportato, per quanto riguarda l’unione Europea, da Eurosurveillance, un progetto fondato dalla Commissione Europea generale per la salute e la protezione del consumatore [2][3], dalla Food Standard Agency [4], e da altre associazioni di controllo). Essendo i sintomi d’infezione più comuni diarrea, febbre e crampi addominali, spesso il soggetto colpito non si rivolge al medico e di conseguenza non sempre vengono eseguiti i test di isolamento e identificazione dell’agente patogeno, rendendo difficile stimare il reale numero di casi di infezione da Salmonella.
Come detto in precedenza, secondo i più recenti studi scientifici nel campo della Nutrizione, il consumo di uova è associato a una serie di patologie purtroppo ormai sempre più comuni presso le popolazioni che consumano molti prodotti animali a scapito di quelli vegetali:
· In uno dei maggiori studi epidemiologici internazionali, pubblicato nel 2003 e coordinato da Jianjun Zhang M.D. Ph.D, del Cancer Prevention Institute, che ha coinvolto 34 nazioni in tutto il mondo per un periodo di 3 decenni (1964-1994), i ricercatori hanno analizzato il consumo di uova in relazione alla mortalità per cancro del colon-retto. Dall’analisi dei risultati, tenuto conto di abitudini come il fumo, il consumo di carne e il basso uso di verdura, è emersa una significativa correlazione tra il consumo di uova e il rischio per questi due tipi di cancro. I ricercatori concludono che eliminare le uova dalla dieta può costituire un metodo efficace e veloce per ridurre l’incidenza di queste patologie [5].
· Un altro studio scientifico pubblicato nel 2004 e condotto su 5.186 donne e 4.077 uomini per un periodo di osservazione di oltre 14 anni, ha concluso che le donne che consumavano uova avevano tassi mortalità più elevati per infarto, malattie cardiovascolari e cancro [6]. Il rischio relativo degli uomini invece non è risultato così elevato. I ricercatori hanno attribuito questo dato ai più elevati consumi di carne e colesterolo degli uomini, che potrebbero “ridimensionare” gli effetti del colesterolo introdotto in più con le uova.
· L’American Egg Board ha raccolto studi che mostrano come l’aggiunta di un uovo ad un già elevato introito di prodotti animali sembra non aumentare di molto la mortalità [7]. La stessa ricerca evidenzia però che i soggetti che tendono ad avere basse assunzioni di colesterolo, come i vegetariani, possono trarre un grande beneficio dall’eliminazione delle uova dalla loro alimentazione.
· Dal 1970 in poi l’incidenza del linfoma (un tumore del sistema linfatico) nei Paesi industrializzati è raddoppiato e l’Università di Toronto ha recentemente pubblicato una serie di studi per indagarne le possibili cause alimentari. E’ stato così rilevato che gli alimenti più correlati al rischio di linfoma sono carne, formaggi e uova. Chi segue una dieta “standard” (basata cioè sulla piramide alimentare tradizionale e che prevede il consumo di prodotti animali) ha un rischio maggiore del 38% di chi li evita e sceglie una plant-based diet (vegana, o quasi-vegana). Tre uova a settimana sono sufficienti per aumentare del 49% il rischio. I ricercatori hanno puntato l’attenzione anche sui grassi transidrogenati [8].
· Il cancro dell’ovaio è tra le prime 10 cause di morte negli Stati Uniti. Alcuni ricercatori del Gruppo Canadese di ricerca Epidemiologica sul Cancro hanno studiato una eventuale correlazione tra fattori alimentari (consumo di grassi, proteine, carboidrati, fibre, frutta, prodotti animali, pesce, ecc…) e cancro dell’ovaio, e concluso che…”I nostri risultati suggeriscono che il rischio di cancro dell’ovaio è positivamente associato con il più alto consumo di colesterolo e uova, e inversamente associato con un alto consumo di verdura e crucifere” [9]. Numerosi studi confermano l’effetto protettivo derivante da un ridotto consumo di colesterolo e da un regolare consumo di verdura [10][11][12].
In conclusione, una vasta e crescente letteratura medica ha dimostrato e sta dimostrando che il consumo di uova, e in generale di alimenti ricchi in colesterolo e grassi saturi (tutti i prodotti animali ne contengono, mentre il mondo vegetale è privo di colesterolo e contiene limitate quantità di grassi saturi, fatta eccezione per alcuni oli tropicali come quelli di palma e cocco), ha effetti negativi sulla nostra salute. Vista l’evidente relazione tra l’introduzione di questi cibi nella dieta e l’insorgenza di numerose patologie, potenzialmente fatali, è consigliato a chiunque abbia a cuore la propria salute eliminare o limitare fortemente il consumo di uova e dei prodotti da esse derivati.
Fonti
[1] Nutrition. 1999 Jun;15(6):523-6. Food, nutrition, and the prevention of cancer: a global perspective. American Institute for Cancer Research/World Cancer Research Fund, American Institute for Cancer Research, 1997.
[2] National case-control study of Salmonella Enteritidis Phage Type 14b infection in England and Wales implicates eggs used in the catering trade
(http://www.eurosurveillance.org/ew/2004/040219.asp)
[3] O’ Brien S, Ward L, Little C, Surman S. Increase in Salmonella Enteritidis outbreaks in England and Wales. Eurosurveillance Weekly 2003; 7(35): 28/08/2003
(http://www.eurosurveillance.org/ew/2003/030828.asp)
[4] Food Standards Agency. Eggs – what caterers need to know. London: FSA, 2002.
(http://www.food.gov.uk/multimedia/pdfs/eggleaflet.pdf).
[5] Nutrition and Cancer 46(2):158. Egg consumption and mortality from colon and rectal cancers: an ecological study.
[6] Am J Clin Nutr. 2004 Jul;80(1):58-63. Egg consumption, serum cholesterol, and cause-specific and all-cause mortality: the National Integrated Project for Prospective Observation of Non-communicable Disease and Its Trends in the Aged, 1980 (NIPPON DATA80).
[7] American Egg Board news release 28 July 2004.
[8] Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2004 Oct;13(10):1665-76. Dietary factors and risk of non-Hodgkin lymphoma by histologic subtype: a case-control analysis.
[9] Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2004 Sep;13(9):1521-7. A case-control study of diet and the risk of ovarian cancer.
[10] Journal Of The National Cancer Institute, Vol 86, 1409-1415. Dietary fat intake and risk of epithelial ovarian cancer
[11 ]American Journal of Epidemiology, Vol 149, Issue 1 21-31, Copyright © 1999 by Oxford University Press Prospective study of diet and ovarian cancers
[12] Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention 11(2002):1112 Ovarian Cancer, Cholesterol, and Eggs: A Case-Control Analysis
L’uomo è frugivoro, non onnivoro
Franco Libero Manco
Non è vero che l’uomo ha sempre mangiato la carne. Per millenni questo alimento è stato prerogativa dei benestanti: il popolo è stato quasi sempre vegetariano o al limite consumava la carne saltuariamente, dal momento che era più conveniente assicurasi il consumo giornaliero delle uova delle galline, piuttosto che un pasto a base di carne; era più conveniente usufruire del latte della pecora o della mucca, piuttosto che consumare l’animale in pochi giorni. L’uomo nasce come animale frugivoro e per milioni di anni si alimenta allo stesso modo delle scimmie antropoidi , finché nell’ultima glaciazione Wurm dell’Era Quaternaria, nel periodo detto Pleistocene, circa qualche milione di anni fa, le foreste, diventate gradualmente inospitali a causa di cambiamenti climatici, iniziati 17 milioni di anni fa, nell’era Terziaria, tra il Miocene ed il Pliocene, si trasformano in savane e i nostri progenitori, sprovvisti di qualunque arma naturale, adatta ad inseguire, a dilaniare e a mangiare la durissima carne cruda della preda, per sopravvivere, si adattarono a mangiare anche la carne, vivendo di sciacallaggio, cioè dei resti degli animali predatori.
L’introduzione, anche se relativamente modesta dell’alimento carneo (circa il 25-30 %) nella loro dieta naturale, fondamentalmente vegetariana, portò ad un calo a picco della lunghezza della vita media dell’individuo (circa il 50%), probabilmente dovuto al conseguente sviluppo delle malattie. L’uomo nasce nelle grandi foreste dell’Africa equatoriale, come animale arboricolo, cioè che vive principalmente sugli alberi, contemporaneamente allo sviluppo delle angiosperme, le piante da frutto e, per circa 4 milioni di anni, si nutre di frutta, semi, germogli, bacche, foglie e radici. Anche quando inserisce nella sua dieta la carne, resta fondamentalmente vegetariano. Dedicandosi sempre di più all’agricoltura e meno alla caccia, l’alimento carneo diviene sempre più raro e, nel tempo, relegato soltanto ai ricchi, come status simbolo di una condizione economica. L’uomo attuale, strettamente imparentato con gorilla, scimpanzé, gibboni e urang- tang, appartiene alla classe dei mammiferi, all’ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi, al genere homo, alla specie homo sapiens ed ha con questi in comune il 98% circa del patrimonio genetico. E’ anatomicamente strutturato come questi avendo, infatti, due mani e due piedi, niente coda, occhi che guardano in avanti, ghiandole mammarie sul petto, milioni di pori sudoripari nella pelle, pollice della mano opponibile, adatto a raccogliere semi e frutti, apparato masticatorio come il nostro, canini poco sviluppati, grandi molari smussati, adatti a triturare cibi duri e, quindi, notevole spessore dello smalto, forma dei denti con cuspidi arrotondati, incisivi ben sviluppati, adatti a tagliare i frutti e i vegetali, inoltre ghiandole salivari ben sviluppate come le nostre, saliva ed urina alcalina, lingua liscia, stomaco con duodeno, l’intestino (lungo 12 volte la lunghezza del tronco) è sacculato, cioè a zone che servono alla fermentazione degli alimenti vegetali, la placenta è discoidale, il colon convoluto. Struttura anatomica generale praticamente identica alla nostra. Il fatto che questi nostri parenti siano vegetariani indica chiaramente che l’essere umano non sia stato strutturato dalla natura a mangiare la carne, e che non è, come alcuni sostengono, un animale onnivoro. L’animale onnivoro, infatti, ha 4 zampe, coda, occhi che guardano di lato, mammelle sull’addome, incisivi assai sviluppati,, molari possenti, formula dentale differente dalla nostra, saliva ed urina acida, fondo dello stomaco arrotondato, canale intestinale 8 volte la lunghezza del tronco, placenta non caduca. Anche se l’essere umano, per la propria sopravvivenza, si è abituato a mangiare di tutto, questo non vuol dire che sia predisposto ad essere onnivoro: lo è diventato per sopravvivenza, per abitudine, vinto dal gusto della carne cotta. Ma, a causa di questo cambiamento di dieta, ha pagato e paga con malattie e con il conseguente accorciamento di almeno 20 anni della sua vita I primi bracieri ardenti per cuocere il cibo risalgono soltanto a 50 mila anni fa. Da questa data l’uomo addomestica animali in recinti e si dedica allo sviluppo dell’agricoltura, mentre la comparsa, in Egitto, dei primi rulli di pietra per macinare il grano risalgono soltanto a 10 mila anni fa. In passato, la carne veniva consumata saltuariamente e per questo l’organismo aveva più possibilità di metabolizzare questo prodotto senza eccessivi effetti collaterali. Il problema del consumo della carne arriva in Occidente dal 1950 in poi , in virtù del benessere economico. Così, tutta la popolazione ha potuto finalmente appagare la fame ancestrale di questo prodotto, facendone un uso smoderato, ma sovvertendo la millenaria tradizione alimentare e con effetti devastanti per la salute umana.
L’alimentazione granivora e carnivora rappresenta dunque una vera e propria deviazione non dettata da una scelta, ma da uno stato di pura necessita che non offriva alternative. Contravvenendo agli istinti alimentari biologicamente connaturati con la propria specie, 1′uomo dette inizio alla sua degradazione e degenerazione fisio-psichica, i cui disastrosi effetti sono, oggi più che mai, evidenti. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, 1′uomo non e diventato “più sano, più alto, più forte” da quando (circa 10.000 anni fa) ha cominciato a dedicarsi all’agricoltura. Tutt’altro. La paleopatologia, una disciplina relativamente nuova che studia le malattie di cui soffrivano i nostri antenati, sta sovvertendo molti luoghi comuni. Ad esempio quelli che riguardano la statura: gli scheletri degli uomini preistorici vissuti in Grecia e in Turchia verso la fine dell’era glaciale erano alti in media 175 centimetri, mentre 5.000 anni fa (dopo 1′adozione dell’agricoltura) la statura era scesa a 160 centimetri.
E inoltre ogni cultura ricorda i propri Matusalemme e i propri Noè, gli ultracentenari degli albori del mondo, cioè quando l’uomo era ancora fruttariano e crudista.
“Prova a mettere un bambino in una culla con una mela e un coniglio. Se mangia il coniglio e gioca con la mela ti regalo un’auto nuova”. Harvey Diamond
Nutrizione vegetariana/vegana
Ecco una sintesi del rapporto, tradotto dalla dr.ssa Luciana Baroni della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana*.
L’American Dietetic Association ed i Dietitians of Canada affermano che le diete vegetariane correttamente bilanciate sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e che comportano benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Circa il 2.5 % degli adulti negli USA ed il 4% degli adulti in Canada seguono diete vegetariane. Si definisce dieta vegetariana una dieta che non includa carne, pesce e selvaggina. L’interesse nei confronti del vegetarismo è in aumento, molti ristoranti e mense scolastiche propongono regolarmente menu vegetariani. Si è verificata una incisiva crescita nelle vendite di alimenti per i vegetariani, e questi cibi sono reperibili in molti supermercati. Il presente documento prende in rassegna i dati scientifici attuali concernenti i nutrienti chiave per i vegetariani, compresi le proteine, il ferro, lo zinco, il calcio, la vitamina D, la riboflavina, la vitamina B12, la vitamina A, gli acidi grassi omega-3 e lo iodio. Una dieta vegetariana, intesa sia come lacto-ovo-vegetariana che vegana, è in grado di soddisfare le raccomandazioni correnti per tutti questi nutrienti. In alcuni casi, l’uso di cibi fortificati o di supplementi può essere utile per il raggiungimento delle dosi consigliate per singoli nutrienti.
Le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed adolescenza. Le diete vegetariane offrono molteplici vantaggi sul piano nutrizionale, compresi ridotti contenuti di acidi grassi saturi, colesterolo e proteine animali, a fronte di più elevati contenuti di carboidrati, fibre, magnesio, potassio, acido folico ed antiossidanti, quali ad esempio le vitamine C ed E e le sostanze fitochimiche. I dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea dei non-vegetariani, come pure una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica; i vegetariani presentano inoltre più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon. Sebbene molti programmi nutrizionali finanziati a livello federale od istituzionali siano in grado di soddisfare le esigenza dei vegetariani, ancora pochi al giorno d’oggi sono in grado di mettere a disposizione alimenti adatti per i vegani. A causa della variabilità delle abitudini dietetiche dei vegetariani, è necessario condurre una valutazione individualizzata dell’assunzione dei diversi nutrienti. I professionisti della nutrizione hanno la responsabilità di sostenere ed incoraggiare tutti coloro che si mostrino interessati ad indirizzarsi verso un regime vegetariano. Queste figure possono infatti giocare un ruolo chiave nel fornire informazioni ai clienti vegetariani sulle fonti alimentari dei nutrienti specifici, sull’acquisto e la preparazione dei cibi, e su ogni modificazione dietetica necessaria a soddisfare le richieste individuali. La pianificazione dei menu per i vegetariani può essere semplificata con l’adozione di una guida alimentare che indichi i gruppi alimentari e le porzioni degli alimenti.
Mentre in Italia la dieta vegetariana è considerata dall’ambiente scientifico ufficiale una sorta di stravaganza limitata a qualche cantante rock e alla ristretta cerchia di animalisti, nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti si susseguono gli studi che mettono in luce la validità nutrizionale del vegetarismo non solo nell’età adulta, ma anche per la prima e seconda infanzia, l’adolescenza, le donne in gravidanza, gli adulti, gli atleti e persino nella prevenzione e nel trattamento di malattie croniche (dai disturbi cardiovascolari, all’ipertensione; dall’osteoporosi alle malattie diverticolari). Secondo le due autorevoli associazioni di nutrizionisti, i dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea, una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica, più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon. Il documento, redatto dalle associazioni americane e canadesi, prende in rassegna i dati scientifici attuali concernenti i nutrienti chiave per i vegetariani: proteine, ferro, zinco, calcio, vitamina D, riboflavina, vitamina B12, vitamina A, acidi grassi omega-3 e lo iodio. Una dieta vegetariana, intesa sia come lacto-ovo-vegetariana che vegana (cioè completamente priva di alimenti d’origine animale), è in grado di soddisfare le raccomandazioni correnti per tutti questi nutrienti.
Quello che segue è una sintesi del rapporto, il testo integrale in italiano si può scaricare al sito della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana (www.scienzavegetariana.it).
Implicazioni del vegetarismo sulla salute
Le diete vegetariane offrono numerosi vantaggi per la salute, inclusi bassi contenuti di grassi saturi, colesterolo e proteine animali, e più elevati livelli di carboidrati, fibre, magnesio, boro, acido folico, antiossidanti quali le vitamine C ed E, i carotenoidi e le sostanze fitochimiche Alcuni vegani possono presentare assunzioni di vitamina B12, vitamina D, calcio, zinco ed occasionalmente riboflavina inferiori a quelle raccomandate.
Proteine
A condizione che vengano consumati gli alimenti vegetali in modo variato e che venga soddisfatto il fabbisogno energetico, le proteine vegetali sono perfettamente in grado di soddisfare i fabbisogni nutrizionali, non esistendo significative differenze nel fabbisogno di proteine in relazione alla fonte dietetica delle stesse; il che implica che una varietà di cibi vegetali assunti nel corso della giornata è in grado di fornire tutti gli aminoacidi essenziali negli adulti sani, e che le proteine complementari non debbono necessariamente essere consumate all’interno dello stesso pasto. Sulla base della più bassa assimilabilità delle proteine vegetali, alcuni studiosi suggeriscono che il fabbisogno proteico dei vegani potrebbe essere aumentato del 30-35% per i bambini fino all’età di 2 anni, del 20-30% per i bambini di età compresa fra i 2 ed i 6 anni, e del 15-20% al di sopra dei 6 anni di età. La qualità delle proteine vegetali è variabile: l’isolato proteico di soia è in grado di soddisfare il fabbisogno proteico esattamente come le proteine animali, mentre le proteine del grano assunte da sole, per esempio, possono risultare meno utilizzabili delle proteine animali nella misura del 50%. Il fabbisogno proteico può essere superiore a quello indicato dalla RDA (Quantità Giornaliere di Raccomandate) in quei vegetariani che derivino le proteine della dieta principalmente da fonti meno assimilabili, come per esempio alcuni cereali o legumi. L’assunzione tipica di proteine da parte dei lacto-ovo-vegetariani e dei vegani risulta in grado di soddisfare ed addirittura superare le quantità richieste. Gli atleti possono egualmente soddisfare il loro fabbisogno proteico esclusivamente a partire da fonti vegetali.
Ferro
I cibi vegetali contengono solamente ferro non-eme, molto più sensibile del ferro eme sia alle sostanze che inibiscono che a quelle che facilitano l’assorbimento del ferro. Per questo le quantità raccomandate di ferro nei vegetariani sono 1.8 volte quelle dei non-vegetariani. Le sostanze che inibiscono l’assorbimento del ferro includono: fitati; calcio; tè, comprese alcune tisane; caffè; cacao; alcune spezie; fibre. La vitamina C ed altri acidi organici presenti nella frutta e nella verdura sono in grado di aumentare l’assorbimento del ferro e possono contrastare l’effetto dei fitati. I più elevati introiti di vitamina C, di verdura e di frutta nei vegetariani possono influenzare favorevolmente l’assorbimento del ferro. Alcune pratiche di preparazione degli alimenti, come ad esempio mettere a mollo e far germogliare i legumi, i cereali ed i semi, e la lievitazione del pane ed altre tecniche di fermentazione sono in grado di migliorare l’assorbimento del ferro vegetale. Inoltre, nel lungo termine si svilupperebbero sia un aumento dell’assorbimento che una riduzione delle perdite di ferro. L’incidenza dell’anemia da carenza di ferro tra i vegetariani è sovrapponibile a quella verificata tra i non-vegetariani. Sebbene gli adulti vegetariani presentino più bassi depositi di ferro rispetto ai non-vegetariani, i loro livelli sierici di ferritina si collocano usualmente all’interno del range di normalità.
Zinco
Dal momento che i fitati intrappolano lo zinco, e che le proteine animali sembrano aumentare l’assorbimento dello zinco, la biodisponibilità totale di zinco è più bassa nelle diete vegetariane, anche perché alcuni vegetariani hanno introiti di zinco al di sotto di quelli raccomandati. Sebbene una deficienza conclamata di zinco non sia mai stata osservata nei vegetariani occidentali, il fabbisogno di zinco nei vegetariani può essere superiore a quello indicato dalla RDA. Nel tempo s’instaurano meccanismi di compensazione che contrastano i più bassi introiti di zinco. Alcune tecniche di preparazione dei cibi, come la messa a mollo e la germogliazione di legumi, cereali e semi, e la lievitazione del pane possono ridurre il sequestro dello zinco da parte dei fitati ed aumentarne la biodisponibilità.
Calcio
Il calcio è presente in molti alimenti vegetali ed in molti cibi fortificati. Le verdure a basso contenuto di ossalati (cavolo cinese, broccoli, cavolo riccio, cavolo verde, cime di rapa) forniscono calcio ad elevata biodisponibilità (dal 49 al 61%); il tofu ottenuto con il solfato di calcio, i succhi di frutta fortificati ed il latte vaccino contengono calcio con una biodisponibilità compresa fra il 31 e il 32%; il latte di soia fortificato, i semi di sesamo, le mandorle ed i fagioli rossi e bianchi contengono calcio con una biodisponibilità compresa tra il 21 e il 24 %. I fichi ed i cibi a base di soia, come i fagioli di soia cotti, le noci di soia ed il tempeh forniscono calcio supplementare. I cibi fortificati con calcio includono succhi di frutta, succo di pomodoro, e cereali per la colazione. Gli ossalati presenti in alcuni cibi -come gli spinaci, le barbabietole e la bietola da coste-possono ridurre moltissimo l’assorbimento del calcio, nonostante l’elevato contenuto. Anche i fitati ostacolano l’assorbimento del calcio. Comunque, alcuni cibi che contengono elevate quantità sia di fitati che di ossalati, come ad esempio i prodotti a base di soia, sono in grado di fornire calcio ben assimilabile. Tra i fattori che aumentano l’assorbimento di calcio vanno incluse quantità adeguate di vitamina D e proteine. Gli introiti di calcio dei lacto-ovo-vegetariani sono comparabili od addirittura superiori a quelli dei non-vegetariani, mentre gli introiti dei vegani tendono ad essere più bassi e spesso al di sotto delle dosi raccomandate. I cibi ricchi in aminoacidi solforati (le uova, la carne, il pesce, il pollame, i latticini, le noci e molti cereali) e gli eccessivi introiti di sodio possono aumentare la perdita di calcio dall’osso. Un elevato rapporto calcio/proteine della dieta, come nelle diete lacto-ovo-vegetariane, risulta un elemento favorente la salute dell’osso, mentre i vegani hanno un rapporto calcio/proteine simile od inferiore a quello dei non-vegetariani. Tutti i vegetariani dovrebbero rispettare l’assunzione delle dosi raccomandate di calcio, stabilite per la loro fascia di età. Per molti vegani risulta più semplice rispettare il fabbisogno di calcio con l’ausilio di cibi fortificati od integratori.
Vitamina D
Lo stato della vitamina D dell’organismo dipende dall’esposizione al sole e dall’assunzione di cibi fortificati con vitamina D o di integratori. L’esposizione al sole di viso, mani, avambracci per 5-15 minuti al giorno durante l’estate ad una latitudine di 42 gradi (Boston) è in grado di fornire adeguate quantità di vitamina D per individui di pelle chiara. I soggetti di pelle scura necessitano di tempi di esposizione più prolungati. L’esposizione alla luce solare può risultare inadeguata per i soggetti che vivono nelle latitudini più settentrionali, specialmente durante i mesi invernali, per i soggetti che vivono in regioni nebbiose, e per quelli nei quali l’esposizione al sole sia limitata, e qualora vengano utilizzati filtri solari. Inoltre i bambini e gli adulti anziani sintetizzano la vitamina D in maniera meno efficiente. Bassi livelli di vitamina D ed una ridotta massa ossea sono stati osservati in alcuni gruppi vegani residenti in latitudini nordiche che non utilizzavano integratori o cibi fortificati, soprattutto in bambini che seguivano diete macrobiotiche ed in adulti asiatici vegetariani. Nel caso l’esposizione al sole e l’assunzione di cibi fortificati fossero insufficienti, è raccomandato l’utilizzo di integratori di vitamina D. La vitamina D3 (colecalciferolo) è di derivazione animale, mentre la vitamina D2 (ergocalciferolo) è una forma accettabile per i vegani, ma può risultare meno biodisponibile della vitamina D3, il che può rendere più elevato il fabbisogno dei vegetariani che utilizzino integratori a base di vitamina D2.
Riboflavina
Alcuni studi hanno riscontrato più bassi introiti di riboflavina nei vegani rispetto ai non-vegetariani, ma un deficit clinico di riboflavina non è mai stato osservato. In aggiunta ai cibi elencati nella Tabella, i cibi in grado di fornire circa un milligrammo di riboflavina per porzione sono gli asparagi, le banane, i fagioli, i broccoli, i fichi, il cavolo, le lenticchie, i piselli, il tahini di sesamo, le patate dolci, il tofu, il tempeh, il germe di grano ed il pane fortificato.
Vitamina B12
Le fonti di vitamina B12 di derivazione non-animale includono i cibi fortificati con vitamina B12 (come alcune marche di latte di soia, cereali per colazione e lievito nutrizionale) e gli integratori. Nessun cibo di origine vegetale – se non addizionato-contiene quantità significative di vitamina B12 attiva: neppure le alghe marine, la spirulina i prodotti fermentati a base di soia possono essere considerati delle fonti affidabili di vitamina B12 attiva. I lacto-ovo-vegetariani sono in grado di ricavare adeguate quantità di vitamina B12 a partire da latticini ed uova se questi cibi vengono consumati regolarmente. L’elevato contenuto di acido folico delle diete vegetariane è in grado di mascherare i segni ematologici della carenza di vitamina B12, ed alcuni casi non vengono riconosciuti fino alla comparsa dei sintomi neurologici. Se sussistono dubbi sull’adeguatezza dell’apporto di vitamina B12 è imperativo testare i livelli di omocisteina sierica, acido metilmalonico e olotranscobalanina II, prima che possano comparire i sintomi clinici. È imperativo pure l’utilizzo di una fonte regolare di vitamina B12 per le donne in gravidanza ed in allattamento e per i bambini allattati al seno -se la dieta della madre non viene integrata. I bambini nati da madri vegane carenti sono a rischio particolarmente elevato di carenza. Poiché il 10-30% di soggetti di età superiore ai 50 anni, indipendentemente dal tipo di dieta seguito, perdono la capacità di assimilare quella forma di vitamina B12 che è legata alle proteine ed è contenuta nelle uova, nei latticini e negli altri prodotti animali, tutti i soggetti al di sopra di quest’età dovrebbero assumere integratori di vitamina B12 o cibi fortificati. È essenziale che tutti i vegetariani utilizzino od integratori, o cibi fortificati, o latticini, od uova per soddisfare le quantità raccomandate di vitamina B12. L’assorbimento risulta più efficace quando vengano consumate piccole quantità di vitamina B12 ad intervalli frequenti, come con i cibi fortificati. Quando venga assunta una singola dose di vitamina B12 inferiore a 5 mcg, ne viene assorbita circa il 60%; di una dose di 500 o più mcg di vitamina B12, ne viene assorbita appena l’1% o meno.
Vitamina A/Beta-carotene
Dal momento che la vitamina A attiva è presente solo nei cibi animali, i vegani ottengono tutta la loro vitamina A dalla conversione dei carotenoidi della dieta, in particolare dal betacarotene. Alcuni studi suggeriscono che l’assorbimento del beta-carotene a partire dai cibi vegetali risulta inferiore della metà nel vegani e del 25% nei lacto-ovo-vegetariani rispetto a precedenti stime, anche se i vegetariani presentano livelli sierici di carotenoidi più elevati rispetto ai non-vegetariani. Le verdure di colore giallo od arancio vivace, od a foglia verde, o frutta come albicocca, melone, mango, cocomero sono ricche in beta-carotene. La cottura ne aumenta l’assorbimento, come pure l’aggiunta di piccole quantità di grassi ai pasti e la pratica di spezzettare e ridurre a purea le verdure.
Acidi Grassi Omega-3
Mentre le diete vegetariane risultano generalmente ricche di acidi grassi omega-6 (soprattutto acido linoleico), se non includono pesce, uova o generose quantità di alghe, sono generalmente carenti di fonti dirette di EPA e DHA (omega-3 attivi). Le nuove Quantità Dietetiche di Riferimento raccomandano assunzioni di 1.6 e 1.1 g di acido alfa-linolenico al giorno per uomini e donne rispettivamente, ma queste dosi possono non essere ottimali per i vegetariani che consumino scarse o nulle quantità di DHA ed EPA. Il Comitato di Esperti su Dieta, Nutrizione e Prevenzione delle Malattie Croniche di WHO/FAO raccomanda di derivare il 5-8% delle calorie totali dagli acidi grassi omega-6 e l’1-2% dagli acidi grassi omega-3. Calcolando un fabbisogno di circa 2000 calorie al giorno, viene suggerita un’assunzione giornaliera di 2.2-4.4 g di acidi grassi omega-3. Coloro che non ricevono una fonte attiva di EPA e DHA, richiedono quantità più elevate di acidi grassi omega-3. Il rapporto raccomandato acidi grassi omega-6:omega-3 si colloca in un intervallo tra 2:1 e 4:1. Si raccomanda che vegetariani includano buone fonti di acido alfa-linolenico nella loro dieta, quali semi di lino e l’olio di semi di lino. I soggetti con aumentate richieste (ad esempio donne in gravidanza od in allattamento, o pazienti con malattie correlate a carenza di acidi grassi essenziali) o quelli a rischio di carente meccanismo di conversione (ad esempio i soggetti diabetici) possono trarre vantaggio dall’assunzione di fonti dirette di acidi grassi omega-3 a catena lunga, come le alghe ricche in DHA.
Iodio
I vegani che non consumano sale iodato possano essere a rischio di carenza di iodio, soprattutto se vivono in aree geografiche povere di iodio. Il sale marino ed il sale kosher sono generalmente non iodati, così come non lo sono alcune salse salate come il tamari. Il pane può essere una fonte di iodio, dal momento che alcuni stabilizzatori dell’impasto contengono iodio. Cibi come la soia, le crucifere e dell’adulto è facilmente rispettata con l’assunzione di mezzo cucchiaino di sale iodato al giorno. Alcuni vegetariani possono introdurre elevate quantità di iodio grazie al consumo di alghe marine.
Impatto sociale ed ambientale del consumo di prodotti animali
Per ottenere un kg di carne è necessario consumare, mediamente, 15 kg di vegetali (in mangimi animali), che potrebbero invece essere usati per il consumo umano diretto: quel che si fa, quindi, è coltivare cereali, soia, e altre piante, per usarle come mangimi per gli animali, che però sono “fabbriche di proteine alla rovescia”, cioè, producono molto meno di quanto incamerano. E quindi questo enorme spreco di vegetali, di acqua, di combustibile, di terreno (rubato oggigiorno soprattutto alle foreste tropicali), di sostanze chimiche, legate a questa trasformazione inefficiente, causa per forza di cose un impatto ambientale enorme e inasprisce non di poco il problema della fame nel mondo. Se lo stesso terreno fosse usato per produrre vegetali per il consumo diretto umano, si consumerebbero molte meno risorse, e tutti ci e tutti ne trarremmo un gran beneficio.
Il 77% dei cereali in Europa è destinato non al consumo umano, ma ai mangimi per animali. Su scala mondiale, il 90% della soia e la metà dei cereali prodotti globalmente sono destinati a nutrire gli animali anziché gli esseri umani. E’ stato calcolato che con il solo spreco degli USA nella trasformazione vegetale-animale si potrebbe assicurare un pasto completo al giorno a tutti gli abitanti della Terra.
Negli Stati Uniti, il 70% dei vegetali (cereali e semi oleosi) usati vanno a nutrire gli animali, in Europa il 55%, in India solo il 2%. Su scala mondiale, quindi, un terzo dei cereali e tre quarti della soia prodotti globalmente sono destinati a nutrire gli animali anziché gli esseri umani.
Basandosi su consumi pari a quelli statunitensi attuali, un raccolto di 2,2 miliardi di tonnellate di vegetali può nutrire solo 2,75 miliardi di persone (su 6 miliardi che popolano il pianeta). Questi dati dimostrano che,se tutti adottassero un modello di consumo come quello oggi imperante nei paesi occidentali, il pianeta non potrebbe reggere. Lo stesso raccolto potrebbe nutrire 11 miliardi di indiani (i quali hanno un consumo pro-capite di carne di molto inferiore a quello dell’occidentale medio), un numero maggiore dell’attuale popolazione mondiale.
Sei miliardi di umani, tanto carnivori quanto il cittadino medio occidentale, richiederebbero il doppio delle terre emerse esistenti, perché sarebbe necessaria una quantità di cereali pari a più del doppio dell’attuale produzione.
Eppure, il consumo e la richiesta di carne sono in continuo aumento, poiché nei paesi in via di sviluppo il nutrirsi di carne è visto come uno status symbol.
L’International Food and Policy Research Institute (IFPRI) prevede uno scenario insostenibile per il 2020:
- la domanda di carne nel sud del mondo sarà doppia rispetto al 1995;
- la domanda di carne di maiale triplicherà in Asia e raddoppierà in America Latina e Africa;
- in occidente, vi sarà un aumento del 25% rispetto agli attuali consumi già spropositati;
- lo squilibrio rimarrà sempre elevato: Asia meridionale 8,5 kg di carne annui pro-capite; Africa sub-sahariana 11,2; Medio Oriente e Nordafrica 26,4; Sud-est asiatico 26,9; Asia orientale 63,7; America Latina 64,3; paesi occidentali 85,3;
- i cinesi copriranno un quarto dell’aumento globale della domanda di cereali e due quinti dell’aumento della domanda di carne.
Il consumo di acqua
ll 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento).
Quasi la metà dell’acqua consumata negli Stati Uniti è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame.
Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua molto maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano.
Dobbiamo sommare, infatti, l’acqua impiegata nelle coltivazioni, che avvengono in gran parte su terre irrigate, l’acqua necessaria ad abbeverare gli animali e l’acqua per pulire le stalle.
Una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora.
Il settimanale Newsweek ha calcolato che per produrre soli cinque chili di carne bovina serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno.
Facendo un calcolo basato sulla quantità di proteine prodotte si ottiene un rapporto molto sbilanciato a sfavore degli allevamenti: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali.
Il consumo di energia
Nel trasformare vegetali in proteine animali, un’ingente quantità delle proteine e dell’energia contenute nei vegetali viene sprecata: il cibo serve infatti a sostenere il metabolismo degli animali allevati, ed inoltre vanno considerati i tessuti non commestibili come ossa, cartilagini e frattaglie, e le feci.
Esiste il cosiddetto “indice di conversione”, che misura la quantità di cibo necessaria a far crescere di 1 kg l’animale. Ad un vitello servono 13 kg di mangime per aumentare di 1 kg, mentre ne servono 11 a un vitellone (un bue giovane) e 24 ad un agnello. I polli richiedono invece solo 3 kg di cibo per ogni kg di peso corporeo. Se si considera poi che l’animale non è tutta carne, ma vi sono anche gli “scarti”, queste quantità vanno raddoppiate.
Il rendimento delle proteine animali è ancora più basso.
Un bovino, ad esempio, ha un’efficienza di conversione delle proteine animali di solo il 6%: consumando cioè 790 kg di proteine vegetali, produce meno di 50 kg di proteine.
L’economista Frances Moore Lappé fa notare come, nel 1979, 145 milioni di tonnellate di cereali e soia siano stati utilizzate negli USA come mangime per gli animali. Di queste, solo 21 milioni sono state poi rese disponibili per l’alimentazione umana in forma di carne, latte e uova. I 124 milioni di tonnellate di cibo vegetale sprecato avrebbero fornito una porzione di cibo nutriente per tutti gli esseri umani della Terra, ogni giorno, per un anno.
Oltre allo spreco di energia necessaria per il funzionamento dell’organismo, va contata l’energia necessaria per la coltivazione del cibo per gli animali e per il funzionamento degli allevamenti stessi.
Dal punto di vista dell’uso di combustibile fossile, per ogni caloria di carne bovina servono 78 calorie di combustibile, per ogni caloria di latte ne servono 36, e per ogni caloria che proviene dalla soia sono necessarie solo 2 calorie di combustibile fossile, un rapporto di 39:1 a sfavore della carne.
Jon R. Louma afferma che per ogni caloria ingerita dall’americano medio, servono 9.8 calorie di carburante fossile, quindi in un anno un americano “mangia” 13 barili di petrolio.
Le deiezioni animali
In Italia gli animali da allevamento producono annualmente circa 19 milioni di tonnellate di deiezioni a scarso contenuto organico, che non possono essere usate come fertilizzante.
Attualmente, lo smaltimento di questi liquami avviene per spandimento sul terreno, il che provoca un grave problema di inquinamento da sostanze azotate, che causa inquinamento nelle falde acquifere, nei corsi d’acqua di superficie, nonché eutrofizzazione nei mari.
Anche i farmaci somministrati agli animali possono passare nell’ambiente con i reflui e residuare nei suoli, nei vegetali, nelle acque e quindi negli alimenti di cui si ciba l’uomo, come le verdure o il pesce.
Calcolando il carico equivalente, ovvero trasformando il numero di animali in quello equivalente di popolazione umana che produrrebbe lo stesso livello di inquinamento da deiezioni, in totale, in Italia, gli animali equivalgono ad una popolazione aggiuntiva di 137 milioni di cittadini, cioè più del doppio del totale della popolazione.
Il problema degli scarti
Oltre alle deiezioni, occorre smaltire tutte le parti di “scarto” degli animali uccisi.
In caso di epidemie, vengono bruciati, o seppelliti (vivi o morti) milioni di animali. La cremazione richiede una grande quantità di combustibile ed emette fumi inquinanti e tossici (compresa la diossina). La sepoltura contribuisce all’inquinamento delle fonti d’acqua e all’inquinamento da antibiotici (di cui gli animali sono imbottiti).
Ma anche nel “normale processo produttivo” viene prodotta un’enorme quantità di scarti non utilizzabili: la testa, i visceri, gli zoccoli, il contenuto dell’intestino, le cartilagini, le piume, le ghiandole, sono parti che non vengono normalmente usate.
Fino a poco tempo fa venivano essiccate e tritate in farine carnee che venivano aggiunte ai mangimi degli animali erbivori, ma ora, dopo il caso “mucca pazza”, questo non è più possibile (almeno, non lo è legalmente) e quindi vengono stoccate, con conseguente spreco di spazio e denaro pubblico.
Altri sottoprodotti sono usati dall’industria. Ad esempio la pelle è usata nell’industria conciaria, che è una delle più inquinanti che esistano: le concerie sono responsabili dell’acidificazione di vasti territori agricoli e rendono non potabili le acque della zona in cui sorgono, oltre a essere estremamente dannose per la salute dei lavoratori.
Il clima e la desertificazione
Le conseguenze più drammatiche del consumo di latte e carne si verificano nel Terzo Mondo: il disboscamento operato per far posto agli allevamenti di bovini destinati a fornire proteine animali all’Occidente ha distrutto in pochi anni milioni di ettari di foresta pluviale.
Ogni anno scompaiono 17 milioni di ettari di foreste tropicali. L’allevamento intensivo non ne è la sola causa, ma sicuramente gioca un ruolo primario: nella foresta Amazzonica l’88% dei terreni disboscati è stato adibito a pascolo e circa il 70 % delle zone disboscate del Costa Rica e del Panama sono state trasformate in pascoli. A partire dal 1960, in Brasile, Bolivia, Colombia, America Centrale sono stati bruciati o rasi al suolo decine di milioni di ettari di foresta, oltre un quarto dell’intera estensione delle foreste centroamericane, per far posto a pascoli per bovini. Per dare un’idea delle dimensioni del problema, si pensi che ogni hamburger importato dall’America Centrale comporta l’abbattimento e la trasformazione a pascolo di sei metri quadrati di foresta.
Paradossalmente, questa terra non è affatto adatta al pascolo: nell’ecosistema tropicale lo strato superficiale del suolo contiene poco nutrimento, ed è molto sottile e fragile. Dopo pochi anni di pascolo il suolo diventa sterile, e gli allevatori passano ad abbattere un’altra regione di foresta. Gli alberi abbattuti non vengono commercializzati, risulta più conveniente bruciarli sul posto.
La geografa Susanna Hecht racconta che il 90% degli allevamenti di bestiame nella ex-foresta amazzonica cessa l’attività dopo circa otto anni, per ricominciare in altre zone. Si possono percorrere centinaia di chilometri di strada nella foresta amazzonica senza trovare altro che terre abbandonate dove cresce una vegetazione secondaria.
Per quanto riguarda le terre adibite alla coltivazione di cereali per l’alimentazione animale, il continuo accorciamento dei maggesi non lascia al suolo il tempo di rigenerarsi, accentuandone l’erosione.
Ne conseguono sia frane ed inondazioni, sia una diminuzione dell’approvvigionamento delle falde, il che provoca desertificazione, disarticolazioni idrogeologiche e siccità ricorrenti.
Nelle zone semiaride, come l’Africa, lo sfruttamento dei suoli per l’allevamento estensivo (i cui prodotti vengono esportati nei paesi ricchi) porta alla desertificazione, cioè alla riduzione a zero della produttività di queste terre. Le Nazioni Unite stimano che il 70% dei terreni ora adibiti a pascolo siano in via di desertificazione.
Anche alcune parti delle Grandi Pianure del “West” americano si stanno trasformando in deserto. Ampi fiumi sono diventati ruscelli o si sono prosciugati del tutto lasciando spazio a distese di fango. Dove prima vi erano vegetazione ed animali selvatici di ogni specie, oggi non cresce più nulla e non vi è più vita animale. L’allevamento estensivo di bovini è stato, e continua a essere, la causa di tutto questo.
Per quanto riguarda il clima, la combustione di milioni di ettari di foresta produce milioni di tonnellate di carbonio. L’elevato consumo di energia nelle varie fasi della produzione di carni produce grandi quantità di anidride carbonica, che contribuisce all’effetto serra.
Dalle deiezioni animali viene prodotta una tale quantità di metano (per ogni kg di carne, 3 etti di metano emessi durante la ruminazione) da contribuire per il 15%-20% all’effetto serra globale.
Inoltre, l’80%-90% dell’ammoniaca immessa nell’atmosfera viene emessa dagli animali: questo è causa di piogge acide che danneggiano suoli e boschi.
Impatto economico
Nel mondo, in media, il 50% della forza lavoro è impiegata in agricoltura, con grandi variazioni da un paese all’altro: il 64% in Africa, il 61% in Asia, il 24% in Sud America, il 15% nell’Europa orientale e negli stati ex URSS, il 7% in Europa occidentale e meno del 4% in Canada e USA.
Lo sviluppo tecnologico fa diminuire la forza lavoro necessaria ed il prezzo delle materie prime, ma solo per economie di scala. I piccoli proprietari non possono permettersi i grossi investimenti richiesti da questo genere di agricoltura, e si assiste quindi alla continua diminuzione delle aziende agricole a conduzione familiare e all’affermarsi di poche grandi imprese.
Mentre nel passato vi era una simbiosi tra la coltivazione della terra e l’allevamento di animali, a partire dagli anni ‘50-’60 si è sviluppata in Europa (sulla scia di quanto avveniva negli Stati Uniti) la zootecnia intensiva, in cui gli animali vivono in grandi capannoni senza più alcun legame con la terra, e i mangimi vengono acquistati all’esterno, spesso anche da altri continenti.
Le tecnologie che hanno consentito questa trasformazione in allevamenti “senza terra” sono state: l’introduzione dei mangimi complessi e integrati, un’unica miscela di sostanze nutritive e farmaci; la realizzazione di strutture più razionali e igieniche; l’uso della chimica negli allevamenti, sotto forma di farmaci, vaccini, antiparassitari, che vengono somministrati agli animali non quando necessari, ma costantemente, come forma di prevenzione.
I prodotti della zootecnia costano poco sul mercato, ma se la produzione avvenisse in modo sostenibile (dal punto di vista ambientale, della salute del consumatore, e del benessere degli animali), i costi sarebbero almeno triplicati. Va considerato che l’attuale sistema non sopravvive senza le sovvenzioni pubbliche: quello che il consumatore non spende al momento dell’acquisto, lo spende quando paga le tasse, in forma di sovvenzioni agli allevatori.
In Italia i lavoratori del settore della zootecnia sono 700.000, considerando allevamenti, macelli, industrie di trasformazione, concerie, a cui vanno aggiunti 15.000 addetti alla pesca.
Più l’allevamento è intensivo e causa di sofferenza per gli animali, meno addetti richiede: per i polli industriali, ad esempio, è sufficiente un addetto ogni 100.000 animali. Gli allevamenti si concentrano soprattutto in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.
In Italia si allevano 9 milioni di bovini, 9 milioni di suini, quasi 13 milioni tra ovini e caprini, 500 milioni di polli “da carne”, 50 milioni di galline ovaiole, 100 milioni di conigli e centinaia di milioni di altro pollame (galline faraone, tacchini, quaglie, ecc.).
In Europa, i numeri ovviamente crescono: 90 milioni di bovini (di cui 30 milioni di vacche), 118 milioni di suini, 250 milioni di galline ovaiole.
In tutto il mondo: 1 miliardo e 300 milioni di bovini, 2 miliardi e 700 milioni di ovini e caprini, 1 miliardo di suini, 12 miliardi di polli e galline e altro pollame.
Per rendere meglio l’idea:
il 24% della superficie terrestre è occupato, direttamente o indirettamente, da bovini.
In Australia, la popolazione bovina supera quella umana del 40%. In Sudamerica ci sono mediamente nove vacche ogni dieci persone.
Ogni anno in Italia si macellano circa 4.700.000 bovini di cui la metà italiani e la metà importati.
Nord, Centro e Sudamerica producono il 43% di tutta la carne bovina del mondo. L’Europa occidentale il 17%, la Russia il 18%.
Spesso, quando si chiede una riforma nel campo dell’allevamento, o si chiede ai cittadini di consumare meno carne, ci si sente rispondere col ricatto dei “posti di lavoro” a rischio. In realtà la vera minaccia per l’occupazione proviene proprio dal sistema di allevamento intensivo, che riduce il numero delle piccole imprese a favore di quelle più grandi, che richiedono meno manodopera.
In Italia, solo alcuni allevamenti di razze bovine o ovine autoctone, o di vacche da latte, è di proprietà degli allevatori stessi.
La maggior parte degli allevatori lavora in soccida (non possiede cioè gli animali che alleva). Il 90% dei maiali sono allevati in questo modo e il pollame è di proprietà di pochi grandi industriali che sono anche proprietari di tutta la filiera produttiva.
Dato che il guadagno con questo genere di lavoro non è molto elevato, spesso gli allevatori hanno un secondo lavoro, e questo fa sì che il tempo che dedicano alla cura degli animali sia troppo esiguo, e gli animali vengano spesso lasciati sporchi e senza cure.
L’accentramento della proprietà si verifica perché, in questa forma di allevamento industrializzato, i costi dei macchinari e della loro manutenzione sono molto alti, e quindi i piccoli proprietari sono costretti a vendere le loro stalle ai grandi proprietari, diventano manodopera salariata. Oltretutto, questo modello di allevamento necessita di pochissima manodopera, perché è tutto automatizzato, e questo è un danno sia per i lavoratori che per gli animali, perché diventano più rari i momenti in cui gli allevatori sono in contatto con loro. Spesso capita infatti che nessuno si accorga del malessere di un animale prima che sia troppo tardi, e molte volte l’animale viene trovato morto senza che nessuno si fosse accorto prima che stava male.
Esistono delle holding proprietarie di allevamenti, mangimifici, impianti di macellazione e catene di distribuzione nonché, spesso, di industrie farmaceutiche. Alcuni esempi sono l’Inalca, quotata in borsa, e i gruppi Veronesi (AIA) e Amadori.
Tutto il sistema di agricoltura e allevamento è governato dalle multinazionali della chimica. Per gli allevamenti intensivi sono necessari cereali e leguminose: i semi di queste piante, ibridi, devono essere acquistati ogni anno da poche multinazionali.
Per la loro coltivazione sono usate varie sostanze chimiche, erbicidi, fitofarmaci, concimi, prodotti per la maggior parte dalle stesse industrie.
Agli animali vengono somministrate elevate quantità di farmaci: quelli legali, come gli antibiotici, e quelli illegali, come gli anabolizzanti, oltre a svariate sostanze chimiche come integratori, coloranti, appetizzanti, sempre provenienti dalle stesse industrie chimico-farmaceutiche.
Dopo la macellazione degli animali, i prodotti a base di carne vengono insaporiti con altre sostanze chimiche. L’industria chimica influenza dunque tutta la filiera agro-zootecnica.
L‘Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO), dominata dai paesi più ricchi e dalle multinazionali, ha imposto un genere di globalizzazione penalizzante per chiunque voglia fissare dei paremetri minimi di benessere animale, di rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori.
L’OMC vieta infatti a tutti i paesi firmatari di fissare delle regole sulle importazioni sulla base dei PMP (Processi e Metodi Produttivi). In questo modo, chiunque fissi degli Standard di qualità all’interno del proprio paese non potrà evitare che prodotti di altri paesi, fabbricati senza alcuna regola e quindi a costo più basso, invadano il mercato interno, vanificando così la regolamentazione locale.
La globalizzazione fa sì che animali vivi e morti vengano importati da – ed esportati verso – paesi molto lontani tra loro geograficamente, contribuendo così alla grande sofferenza legata al trasporto di animali vivi e all’enorme consumo energetico necessario per il trasporto. La carne si compra ogni giorno dove il mercato è più conveniente, senza tener conto degli sprechi di risorse che questo comporta.
L’Italia è il maggior importatore europeo di bovini vivi, ed è al terzo posto nell’importazione di carne bovina (cioè di animali già ammazzati).
L’Italia importa inoltre mangimi vegetali, per un totale di 1.000 miliardi di saldo commerciale negativo in questo settore, e di 4.000 miliardi di saldo negativo per quanto riguarda i prodotti della pesca e l’acquacoltura.
La globalizzazione ha portato anche a una perdita di biodiversità, perché oggi in tutto il mondo si coltivano solo poche specie vegetali. Le varietà di piante commestibili usate dall’uomo nell’arco della storia, sono tra le otto e le novemila. Oggi se ne coltivano solo 150, e dodici di queste, da sole, provvedono all’80% dell’alimentazione umana.
I semi di queste piante spesso sono degli ibridi, e rappresentano un grande business per le multinazionali, che li vendono a caro prezzo e spesso sotto protezione della proprietà “intellettuale” con vari nomi e marchi caratteristici. Si ha anche un effetto negativo sulla biodiversità e sulla preziosa costituzione di “ecotipi” selezionatisi in situ e quindi perfettamente adatti all’ ambiente in cui vengono coltivati secondo il tradizionale schema di utilizzare i semi prodotti l’anno precedente. Con gli ibridi, invece, non conviene ripiantare i semi di anno in anno, perchè perdono la presunta maggiore produttività, ma occorre ogni anno acquistare il quantitativo necessario per la semina presso le multinazionali, senza dimenticare che necessitano mediamente di maggiori input di fitofarmaci e fertilizzanti. Con l’arrivo delle sementi transgeniche, sulle quali esistono forme di protezione della proprietà intellettuale che si avvicinano al brevetto, tutto questo peggiorerà ulteriormente perchè per queste è “concessa” una licenza annuale che ne vieta il riutilizzo non autorizzato…
Il ruolo dei consumatori
La responsabilità del proliferare degli allevamenti intensivi è anche del singolo consumatore: fino a pochi decenni fa la carne era un alimento di lusso mentre ora, solo grazie agli allevamenti intensivi, costa tanto poco da trovarsi sui piatti di tutte le famiglie a ogni pasto, o quasi. Tutti hanno accolto con favore questa diminuzione di prezzo, senza chiedersi che cosa ci fosse dietro.
Allo stesso tempo però, i consumatori pretendono garanzie di salubrità, senza rendersi conto che è impossibile coniugare qualità con produzioni così elevate. Nonostante tutti gli scandali che continuano a susseguirsi, si fa finta di non vedere, di non sapere che il problema deve essere risolto alla radice, eliminando l’allevamento intensivo e consumando quindi carne in quantità molto minore (meglio ancora, non consumandone affatto), pagandola a un prezzo più elevato.
Va contato inoltre, nel calcolo del reale costo della carne, quanto paghiamo in tasse sotto forma di sovvenzione pubblica agli allevatori, e quanto paghiamo in Sanità, in termini di malattie degenerative che potrebbero essere prevenute con una alimentazione priva (o contenente quantitativi molto piccoli) di prodotti animali.
Oggi in Occidente si spende di più in alimenti dimagranti che in cibo “normale”: il 30% della popolazione soffre di sovrappeso e ricorre ad alimenti dietetici, a base di prodotti chimici, commercializzati dalle stesse aziende che riforniscono gli allevamenti di farmaci e anabolizzanti.
Si è così creato un circolo vizioso per cui le persone si nutrono troppo e spendono molto per dimagrire, ad esclusivo vantaggio, per entrambi gli aspetti, dell’industria chimica.
Globalizzazione
L‘Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO), dominata dai paesi più ricchi e dalle multinazionali, ha imposto un genere di globalizzazione penalizzante per chiunque voglia fissare dei paremetri minimi di benessere animale, di rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori.
L’OMC vieta infatti a tutti i paesi firmatari di fissare delle regole sulle importazioni sulla base dei PMP (Processi e Metodi Produttivi). In questo modo, chiunque fissi degli Standard di qualità all’interno del proprio paese non potrà evitare che prodotti di altri paesi, fabbricati senza alcuna regola e quindi a costo più basso, invadano il mercato interno, vanificando così la regolamentazione locale.
La globalizzazione fa sì che animali vivi e morti vengano importati da – ed esportati verso – paesi molto lontani tra loro geograficamente, contribuendo così alla grande sofferenza legata al trasporto di animali vivi e all’enorme consumo energetico necessario per il trasporto. La carne si compra ogni giorno dove il mercato è più conveniente, senza tener conto degli sprechi di risorse che questo comporta.
L’Italia è il maggior importatore europeo di bovini vivi, ed è al terzo posto nell’importazione di carne bovina (cioè di animali già ammazzati).
L’Italia importa inoltre mangimi vegetali, per un totale di 1.000 miliardi di saldo commerciale negativo in questo settore, e di 4.000 miliardi di saldo negativo per quanto riguarda i prodotti della pesca e l’acquacoltura.
La globalizzazione ha portato anche a una perdita di biodiversità, perché oggi in tutto il mondo si coltivano solo poche specie vegetali. Le varietà di piante commestibili usate dall’uomo nell’arco della storia, sono tra le otto e le novemila. Oggi se ne coltivano solo 150, e dodici di queste, da sole, provvedono all’80% dell’alimentazione umana.
I semi di queste piante spesso sono degli ibridi, e rappresentano un grande business per le multinazionali, che li vendono a caro prezzo e spesso sotto protezione della proprietà “intellettuale” con vari nomi e marchi caratteristici. Si ha anche un effetto negativo sulla biodiversità e sulla preziosa costituzione di “ecotipi” selezionatisi in situ e quindi perfettamente adatti all’ ambiente in cui vengono coltivati secondo il tradizionale schema di utilizzare i semi prodotti l’anno precedente. Con gli ibridi, invece, non conviene ripiantare i semi di anno in anno, perchè perdono la presunta maggiore produttività, ma occorre ogni anno acquistare il quantitativo necessario per la semina presso le multinazionali, senza dimenticare che necessitano mediamente di maggiori input di fitofarmaci e fertilizzanti. Con l’arrivo delle sementi transgeniche, sulle quali esistono forme di protezione della proprietà intellettuale che si avvicinano al brevetto, tutto questo peggiorerà ulteriormente perchè per queste è “concessa” una licenza annuale che ne vieta il riutilizzo non autorizzato…
In sintesi:
Per produrre 1 kg di carne bovina occorrono in media:
- 13 kg di mangime (tra cereali, mais, soia, fieno, ecc.)
- 9 chili di petrolio (per l’allevamento, il trasporto, la macellazione e la lavorazione)
- 15.000 litri di acqua (un bovino da carne beve 50 litri di acqua al giorno; a questi occorre aggiungere quella necessaria per produrre il mangime e quella usata per lavare le stalle e i macelli)
1 kg di carne a sua volta produce:
- 514 litri gas metano (il 20% delle emissioni totali è dovuto agli animali d’allevamento)
- circa 27 chili di CO2 (pari alle emissioni di 180 km percorsi con un’auto media)
- 21,5 kg di feci
- 1 etto azoto (emesso attraverso le feci)
- 0,5 etti di fosforo (emesso attraverso le feci)
- 1 etto potassio (riversati nell’ambiente con le feci
- 60 grammi di residui chimici (tra pesticidi, antibiotici, anabolizzanti e farmaci vari che attraverso le deiezioni raggiungono le falde acquifere).
- Cibo per circa 6 persone solamente (i cereali che sono serviti a produrlo avrebbero sfamato circa 100 persone)
- 1/16 di proteine rispetto a quelle ottenibili con la quantità di vegetali necessario a produrlo
Consumi di carne nel mondo:
- 71 milioni di tonnellate nel 1961
- 284 milioni di tonnellate nel 2007
- Nel 2050 saranno 500 milioni di tonnellate
La Cina da sola negli ultimi 40 anni ha quintuplicato il proprio consumo. L’Italia è passata da 38 kg procapite annui del 1950 ai 91 kg del 2007. Questi aumenti hanno effetti diretti e devastanti sul costo e la disponibilità di cereali, alimento principe nei paesi poveri. Gli esseri umani che potrebbero nutrirsi con il grano e la soia attualmente destinati agli animali d’allevamento sono 1.300.000.000.
Già oggi il 33% delle terre arabili del Pianeta è utilizzato per produrre mangimi . Il 90% della soia e il 95% del mais prodotti diventano mangime per animali. Sulla base delle previsioni di consumo sarebbero necessari altri 3 pianeti. Se poi si decidesse di dare impulso alla produzione di biodisel non basterebbero neppure quelli.
FAQ
1) I vegan e i vegetariani sono a rischio di carenza di ferro e zinco?
Ferro e zinco sono due minerali comunemente ritenuti carenti nelle diete vegan e vegetariane. Questa diffusa convinzione è tuttavia in larga misura infondata: sebbene la carne sia una buona fonte di ferro eme, cioè del tipo di ferro meglio assimilabile (al contrario di latte, latticini e uova, che ne contengono poco o nulla) e zinco (presente anche nei latticini e nelle uova) le diete vegan e vegetariane correttamente bilanciate sono in grado di fornire quantità adeguate di questi minerali, come dimostrano numerosi studi (1-6). E’ invece vero che i vegan e i vegetariani hanno generalmente riserve di ferro (cioè livelli di ferritina) inferiori agli onnivori sebbene i vegetariani non abbiano una maggiore probabilità dei non vegetariani di avere livelli di ferritina sotto i limiti della norma (20). Ci inoltre sono buone ragioni per ritenere che questo sia più che altro un vantaggio per vegan e vegetariani, o, quantomeno che ciò non abbia conseguenze negative. Infatti livelli di ferritina (”riserve” di ferro) più bassi con una sideremia (ferro nel sangue) normale non hanno influenze negative sulla salute, mentre alcuni studi correlano livelli di ferritina elevati con l’aumento dell’incidenza di patologie cardiovascolari e tumori e anche l’elevata assunzione di ferro (e in particolare proprio di ferro eme), è correlata con l’aumento di patologie cardiovascolari e diabete.(14-16,21-25). L’adeguatezza della dieta vegan e vegetariana quanto all’apporto di ferro è dimostrata soprattutto dal fatto che l’incidenza di anemia non differisce tra vegan/vegetariani e onnivori (4). Il ferro contenuto nei vegetali è meno biodisponibile di quello contenuto nei cibi animali ma l’assunzione nello stesso pasto di cibi ricchi in vitamina C (peperoni, agrumi, kiwi, broccoli, ecc.) e acido citrico (agrumi) consente di rendere il ferro vegetale molto più assimilabile (un bicchiere di succo d’arancia quadruplica l’assimilabilità del ferro contenuto in un pasto) (7).
Considerando che:
-
i vegetariani e in particolare i vegan assumono più ferro sebbene del tipo meno assimilabile (17), vitamina C (18) e acido citrico rispetto ai non vegetariani;
-
solo il 40% del ferro contenuto nella carne è ferro eme (19), il resto è non eme come nei vegetali;
-
in caso di riduzione della sideremia l’apparato digerente aumenta la sua capacità di assimilare il ferro non-eme per compensare eventuali carenze (9),
è chiaro il perché sia facile evitare l’anemia da carenza di ferro nelle diete vegan e vegetariane. Vino rosso, cioccolato, caffè e tè, riducono l’assimilabilità del ferro non eme e pertanto è preferibile assumerli lontano dai pasti. Anche i latticini possono ridurre considerevolmente (tra il 30% e il 50%) l’assimilazione del ferro vegetale, per via del loro alto contenuto di calcio (8). Il ferro è presente in abbondanti quantità in tutti i legumi, nel cavolo, nei broccoli (e in generale in tutte le crocifere), nei cereali integrali e nella frutta secca. Quanto allo zinco, sebbene le diete vegan e vegetariane possano contenerne meno, esse non aumentano il rischio di carenze (2,10) anche perché una diminuzione dell’assunzione di zinco fa sì che esso sia assorbito in modo più efficiente durante la digestione (11). Il calcio diminuisce l’assimilazione anche di questo minerale (12) e pertanto una dieta ricca di latticini può facilitare la carenza di zinco (13). Buone fonti vegetali di zinco sono i legumi (ceci in particolare), i semi di zucca, il lievito alimentare, il muesli e i cereali integrali.
(1) Messina VK, Burke KI, Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321. (2) Anderson, B. et al., The iron and zinc status of long-term vegetarian women. American Journal of Clinical Nutrition, n.34, (6), 1981, pag.1042-1048. (3) Anderson BM, Gibson RS, Sabry JH, The iron and zinc status of long-term vegetarian women, Am J Clin Nutr 1981 Jun;34(6):1042-8. (4) Craig WJ, Iron status of vegetarians. Am J Clin Nutr. 1994;59, (supplemento), pag.1233-1237. (5) Worthington-Roberts BS, Breskin MW, Monsen ER, Am J Clin Nutr Iron status of premenopausal women in a university community and its relationship to habitual dietary sources of protein,1988 Feb;47(2):275-9. (6) Gibson RS, Donovan UM, Heath AL, Dietary strategies to improve the iron and zinc nutriture of young women following a vegetarian diet. Plant Foods Hum Nutr 1997;51(1):1-16 (7) Monsen ER, Balintfy JL, Calculating dietary iron bioavailability: refinement and computerization,.J Am Diet Assoc 1982 Apr;80(4):307-11. (8) Gleerup A, et al. Iron absorption from the whole diet: comparison of the effect of two different distributions of daily calcium intake. Am J Clin Nutr 1995;61:97-104. (9) Hunt J.R. and Roughead Z.K., Adaptation of iron absorption in men consuming diets with high or low iron bioavailability, American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 71, No. 1, 94-102, January 2000. (10) RS Gibson, Content and bioavailability of trace elements in vegetarian diets, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 59, 1223S-1232S (11) Johnson P.E. et al., Am J Clin Nutr 57:557-565 (1993). (12) Morris E.R., Ellis R., “Bioavailability of Dietary Calcium: Effect of Phytate on Adult Men Consuming Non Vegetarian Diets” in Nutritional Bioavailability of Calcium, Am Chem Soc, 1985, 63-72, cit. in The Dietitian Guide to Vegetarian Diets, M & V Messina, 1996, Aspen Publ, USA (13) RJ Wood, JJ Zheng, High dietary calcium intakes reduce zinc absorption and balance in humans, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 65 (1997), pag.1803-1809. (14) Salonen JT, Nyyssonen K, Korpela H, Tuomilehto J, Seppanen R, Salonen R High stored iron levels are associated with excess risk of myocardial infarction in eastern Finnish men. Circulation 1992 Sep;86(3):803-11 (15) Lauffer RB, Iron stores and the international variation in mortality from coronary artery disease. Med Hypotheses, 1991 Jun;35(2):96-102 (16) Knekt P, Reunanen A, Takkunen H, Aromaa A, Heliovaara M, Hakulinen, Body iron stores and risk of cancer,T Int J Cancer 1994 Feb 1;56(3):379-82 (17) Rosado JL, Lopez P, Morales M, Munoz E, Allen LH. Bioavailability of energy, nitrogen, fat, zinc, iron and calcium from rural and urban Mexican diets. Br J Nutr. 1992 Jul;68(1):45-58. (18) Draper A. et al., British Journal of Nutrition, v.69 p.3-19, 1993 (19) Estimation of available dietary iron. Monsen ER, Hallberg L, Layrisse M, Hegsted DM, Cook JD, Mertz W, Finch CA. Am J Clin Nutr. 1978 Jan;31(1):134-41. (20) Ball MJ, Bartlett MA, Dietary intake and iron status of Australian vegetarian women, Am J Clin Nutr 1999 Sep 70:3 353-8. (21) Ascherio A, Willett WC, Rimm EB, Giovannucci EL, Stampfer MJ., Dietary iron intake and risk of coronary disease among men. Circulation 1994 Mar;89(3):969-974. (22) Tzonou A, Lagiou P, Trichopoulou A, Tsoutsos V, Trichopoulos D., Dietary iron and coronary heart disease risk: a study from Greece. Am J Epidemiol 1998 Jan 15;147(2):161-166. (23) Tuomainen TP, Punnonen K, Nyyssonen K, Salonen JT, Circulation 1998 Apr 21;97(15):1461-1466 Association between body iron stores and the risk of acute myocardial infarction in men. (24) Kiechl S, Aichner F, Gerstenbrand F, Egger G, Mair A, Rungger G, Spogler F, Jarosch E, Oberhollenzer F, Willeit J. Body iron stores and presence of carotid atherosclerosis. Results from the Bruneck Study. Arterioscler Thromb 1994 Oct;14(10):1625-1630. (25) J.T. Salonen, T.P. Tuomainen, K. Nyyssönen, H.M. Lakka, K. Punnonen, Relation between iron stores and non-insulin dependent diabetes in men: case-control study British Medical Journal 1998;317:727-730.
2) I vegan e i vegetariani sono a rischio di carenza di calcio?
E’ essenziale che la propria alimentazione contenga quantità adeguate di calcio (sono generalmente consigliabili 800 mg al giorno) essendo questo minerale fondamentale per la formazione dello scheletro. Esso è abbondante nei latticini ed infatti i vegetariani ne assumono quantità pari o superiori rispetto agli onnivori (1-4), escludendo possibili carenze nutrizionali, come dimostra il fatto che i vegetariani hanno una densità ossea pari o superiore rispetto agli onnivori (5-7). Per i vegan la questione è più complessa: sebbene diversi studi (8,9) non rivelino carenze alimentari, altri autori hanno constatato che l’assunzione di calcio nella dieta vegan è al di sotto della dose giornaliera raccomandata.
In realtà il problema non è solo quanto calcio si assume, ma anche quanto calcio viene escreto tramite le urine e le feci, dato che ciò che realmente conta è assumere il calcio necessario a compensare quello che viene eliminato dal corpo e quest’ultimo parametro è, ai fini della salute del proprio scheletro, molto più importante del primo (10). Infatti un recente studio conclude che, mentre l’attività fisica influenza positivamente la densità ossea, l’assunzione di calcio non la influenza, perfino in soggetti onnivori che consumano soltanto 500 mg di calcio al giorno, durante il periodo di massima importanza per la formazione dello scheletro (12-18 anni) (11). Le proteine animali e i cibi che le contengono possono aumentare notevolmente la quantità di calcio eliminato dal proprio corpo (12), mentre le proteine vegetali (in particolare quelle dei legumi) contribuiscono notevolmente meno a questo fenomeno (13). Di conseguenza, sebbene i vegan possano assumere meno calcio degli onnivori, il loro bisogno di questo minerale è probabilmente minore a causa della minore quantità escreta dal loro corpo. Sebbene questa tesi non sia ancora stata definitivamente dimostrata e siano ancora necessari altri studi, diverse ricerche epidemiologiche mostrano che l’osteoporosi e le fratture ossee sono più comuni tra le popolazioni che consumano molti latticini e altri alimenti animali (14-16) rispetto alle popolazioni che al contrario consumano pochi latticini (naturalmente questo non prova che i latticini siano causa dell’aumentata incidenza di osteoporosi). Altri studi rilevano che una alimentazione ricca di frutta e verdura è associata ad una maggiore densità ossea (17,18). Quanto alla biodisponibilità del calcio contenuto nei vegetali bisogna dire che essa è piuttosto variabile a seconda dei cibi ed è generalmente minore nei legumi e maggiore nelle crocifere (cavolo, cavolfiore, ecc.) il cui calcio è anche più assimilabile di quello del latte di vacca (22). Il calcio nel latte di soia fortificato ha una biodisponibilità inferiore del 25% rispetto a quello contenuto nel latte (21), ma questo tipo di latte vegetale rimane comunque un’ottima fonte di questo minerale. Il calcio è abbondantemente presente anche negli spinaci, bietole e rabarbaro, ma ha una biodisponibilità molto bassa. Un altro fattore che influenza notevolmente l’escrezione di calcio è il sodio. Più sodio si assume nei cibi, più calcio viene espulso dall’organismo (19) ed è pertanto essenziale ridurre il sale da tavola (cloruro di sodio) e i cibi che contengono abbondanti quantità di questo minerale (in generale i cibi elaborati, specie di cibi animali e quelli serviti nei fast-food come gli hamburger). Un’alimentazione vegan e vegetariana basata su frutta e verdura fresca, con un ridotto consumo di prodotti confezionati (hamburger di soia, ecc.) e di sale aggiunto ai cibi, contiene sicuramente meno sodio rispetto l’alimentazione onnivora media.
Infine anche il fosforo ha una notevole importanza dato che esso dovrebbe essere presente nell’alimentazione in quantità pari al calcio e l’eccesso di fosforo può causare problemi allo scheletro anche se si assumono adeguate quantità di calcio (20). Sono ancora una volta i cibi animali (soprattutto la carne e il pesce), oltre che le bibite, a contenere la maggior parte del fosforo introdotto con l’alimentazione e quindi una dieta vegan e vegetariana sono preferibili anche da questo punto di vista. In definitiva i vegan dovrebbero semplicemente prestare attenzione a ottimizzare la propria assunzione di calcio, mangiando alimenti vegetali ricchi di questo minerale come tofu del tipo preparato con solfato di calcio, cavolfiore, cavolo, rapa, fagioli, fichi secchi, latte di soia fortificato, tahini, semi di sesamo tostati. La maggior parte del tofu disponibile in Italia è prodotto con nigari, ma questi tipi di tofu sono una modesta fonte di calcio ed è bene cercare marche che usino come addensante il solfato di calcio. Al momento in Italia sarebbe disponibile almeno un tipo di tofu prodotto con solfato di calcio, quello della ditta francese Soy. Anche i vari latti vegetali venduti in Italia sono spesso privi di calcio aggiunto. Il latte vegetale addizionato di calcio più comunemente reperibile in Italia è della il Soy Drink Plus della Provamel. La Imagine Foods produce invece un latte di riso, il Rice Dream, anche addizionato con calcio. Anche la scelta di un’acqua minerale ad alto contenuto di calcio potrebbe essere utile per aumentare l’apporto complessivo di questo minerale, dal momento che numerosi studi rilevano che il calcio dissolto nelle acque è biodisponibile tanto quanto quello presente nei latticini (o addirittura di più), sebbene sia considerevolmente meno concentrato (23-27).
(1) Brants HA, Lowik MR, Westenbrink S, Hulshof KF, Kistemaker C. Adequacy of a vegetarian diet at old age. J Am Coll Nutr. 1990 Aug;9(4):292-302. (2) Lloyd T, Schaeffer JM, Walker MA, Demers LM. Urinary hormonal concentrations and spinal bone densities of premenopausal vegetarian and nonvegetarian women. Am J Clin Nutr. 1991 Dec;54(6):1005-10. (3) Shultz T.D. Leklem J.E., JADA, 83: 27-33 (1983). (4) Locong A., J Can Diet Ass 47:101-106 (1986). (5) Marsh A.G., Am. J Clin Nutr 48:837-841 (1988). (6) Marsh A.G., J Am Diet Ass 76:148-151 (1980). (7) Sanchez T.V. et al., “Bone Mineral Density in Elderly Vegetarian and Omnivorous Females” in “Proceedings of 4th International Conference on Bone Mineral Measurements (NIAMMD, Bethesda, 1980). (8) Draper, A. et al., The energy and nutrient intakes of different types of vegetarian: a case for supplements? British Journal of Nutrition v.69 p.3-19 (1993). (9) Abdulla, M. et al., Nutrient intake and health status of vegans: chemical analyses of diets using the duplicate portion sampling technique. American Jnl of Clinical Nutrition v.34, p.2464-2477(1981). (10) Heaney R.P., Cofactors Influencing the Calcium Requirement – Other Nutrients. NIH Consensus Development Conference on Optimal Calcium Intake. 1994, pag. 71-77. (11) Lloyd T et al. Adult female hip bone density reflects teenage sports-exercise patterns but not teenage calcium intake, Pediatrics 2000 Jul;106(1 Pt 1):40-4 (12) Breslau N.A. et al., J Clin Endocrinol Metabol 66:140-146 (1988). (13) Remer T, Manz F., Estimation of the renal net acid excretion by adults consuming diets containing variable amounts of protein. Am J Clin Nutr 1994;59:1356-61. (14) Feskanich D, Willett WC, Stampfer MJ, Colditz GA. Milk, dietary calcium, and bone fractures in women: a 12-year prospective study. Am J Publ Health 1997;87:992-7. (15) Cumming RG, Klineberg RJ. Case-control study of risk factors for hip fractures in the elderly. Am J Epidemiol 1994;139:493-503. (16) Abelow B.J. et al., Calcif Tissue Int 50:14-18, (1992). (17) New S. A. et al., Dietary influences on bone mass and bone metabolism: further evidence of a positive link between fruit and vegetable consumption and bone health, American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 71, N. 1, 142-151, gennaio 2000. (18) Tucker et al. Potassium, magnesium, and fruit and vegetable intakes are associated with greater bone mineral density in elderly men and women. American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 69, N. 4, 727-736, aprile 1999. (19) McBean LD, Forgac T, Finn SC., Osteoporosis: visions for care and prevention–a conference report. J Am Diet Assoc. 1994 Jun;94(6):668-71. (20) J.J.B. Anderson, J Nutr Biochem 2:300-307 (1991). (21) Robert P Heaney, M Susan Dowell, Karen Rafferty and June Bierman, Bioavailability of the calcium in fortified soy imitation milk, with some observations on method American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 71, No. 5, 1166-1169, May 2000. (22) Weaver CM, Plawecki KL. Dietary calcium: adequacy of a vegetarian diet. Am J Clin Nutr. 1994 May; 59(5 Suppl):1238S-1241S. (23) Wynckel A, Hanrotel C, Wuillai A, Chanard J. Intestinal calcium absorption from mineral water. Miner Electrolyte Metab 1997;23(2):88-92. (24) Bohmer H, Muller H, Resch KL. Calcium supplementation with calcium-rich mineral waters: a systematic review and meta-analysis of its bioavailability. Osteoporos Int 2000;11(11):938-43, (25) Costi D, Calcaterra PG, Iori N, Vourna S, Nappi G, Passeri M. Importance of bioavailable calcium drinking water for the maintenance of bone mass in post-menopausal women. J Endocrinol Invest 1999 Dec;22(11):852-6. (26) Van Dokkum W, De La Gueronniere V, Schaafsma G, Bouley C, Luten J, Latge C. Bioavailability of calcium of fresh cheeses, enteral food and mineral water. A study with stable calcium isotopes in young adult women. Br J Nutr 1996 Jun;75(6):893-903. (27) Couzy F, Kastenmayer P, Vigo M, Clough J, Munoz-Box R, Barclay DV. Calcium bioavailability from a calcium- and sulfate-rich mineral water, compared with milk, in young adult women. Am J Clin Nutr 1995 Dec;62(6):1239-44.
3) I vegan e i vegetariani sono a rischio di carenza degli altri minerali?
Secondo numerosi studi epidemiologici le diete vegan e vegetariane non comportano rischi di carenze di minerali (1-9).
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Lo iodio, necessario per il funzionamento della tiroide, è presente in quantità adeguate nei latticini; per i vegan vi possono essere carenze (a causa della variabilità del contenuto di iodio dei vegetali, in funzione del terreno su cui sono coltivati) che sono facilmente prevenibili usando sale iodato o introducendo nella propria dieta moderate quantità di alghe, ricchissime di questo minerale.
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Il selenio è un antiossidante contenuto sia negli alimenti vegetali che in quelli animali. Negli alimenti vegetali, il contenuto di questo minerale è variabile come quello dello iodio e può essere carente nell’alimentazione dei vegan di alcuni paesi dell’Europa del nord. Diversi studi non hanno rilevato carenze per vegan e vegetariani (3,4).
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Il rame è contenuto in molti vegetali e la sua carenza è molto rara. I vegetariani e soprattutto i vegan ne assumono quantità maggiori che gli onnivori (4-6).
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Il magnesio è importante per il funzionamento di numerosi enzimi e per il tessuto osseo. I vegetariani e soprattutto i vegan ne assumono più degli onnivori (1,6) essendo questo minerale presente soprattutto nei cereali integrali.
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Il fosforo è essenziale per la formazione dello scheletro e deve essere presente nella dieta in quantità pari al calcio, ma i consumatori di carne e di bibite tendono ad assumerne troppo con conseguenze negative per le ossa. Vegan e vegetariani ne assumono quantità adeguate e non eccessive, diversamente da quanto spesso avviene per gli onnivori.
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Il potassio è importante per mantenere bassa la pressione sanguigna e per la salute delle ossa. Frutta e verdura ne sono particolarmente ricchi e infatti i vegan e i vegetariani ne consumano quantità adeguate e superiori a quelle degli onnivori, ciò che spiega in parte la minore incidenza di ipertensione (7).
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Cromo, manganese e molibdeno sono oligoelementi con diverse funzioni (non tutte note) nel nostro organismo. L’apporto di questi minerali nelle diete vegan e vegetariane è adeguato essendo contenuti abbondantemente nei cibi vegetali (8,9).
(1) Abdulla, M. et al., Nutrient intake and health status of lacto-vegetarians: chemical analyses of diets using the duplicate portion sampling technique. American Jnl of Clinical Nutrition v.40 (2) p.325-338 (1984). (2) Freeland-Graves, J.H., Mineral adequacy of Vegetarian Diets. American Jnl of Clinical Nutrition v.48 p 859-862, (1988). (3) Akesson B, Ockerman P.A. Br. J Nutrition, 53:199-205 (1985). (4) Gibson R.S. et al., J Am Diet Ass, 119:215-220 (1989). (5) Draper, A. et al., The energy and nutrient intakes of different types of vegetarian: a case for supplements? British Journal of Nutrition v.69 p.3-19 (1993). (6) Janelle K.C., Barr S.I., JADA 95: 180-189 (1995). (7) Ophir O, et al., Am J Clin Nutr 37:755-762 (1983). (8) Rao C.N., Rao B.S.N., Nutr Metab, 24:224-254 (1980). (9) Kelsay J.L. et al., Am J Clin Nutr 48:875-879, suppl. (1988).
4) I vegan e i vegetariani sono a rischio di carenza di proteine? Le proteine animali sono indispensabili?
E’ una credenza tanto diffusa quanto infondata che le proteine animali siano indispensabili o migliori di quelle vegetali e che quindi i vegan e i vegetariani siano a rischio di carenze proteiche.
Gli studi epidemiologici e sperimentali su esseri umani hanno ampiamente dimostrato che una dieta vegan e vegetariana è perfettamente in grado di coprire il fabbisogno proteico di qualunque persona (1), anche di chi pratica sport o compie lavori pesanti, come è dimostrato dalla popolazione rurale cinese che pur consumando quantità minime di carne o pesce (e quindi ricavando le proteine quasi esclusivamente dai vegetali) (2) è tranquillamente in grado di svolgere i lavori agricoli (si tenga anche presente che l’agricoltura cinese è meno meccanizzata di quella dei paesi occidentali e dunque necessita maggiori sforzi fisici) (3).
Spesso si sente affermare che le proteine animali sono proteine “nobili” diversamente da quelle contenute dei vegetali. In realtà, questa affermazione ha ben poca rilevanza. Infatti le proteine sono costituite da aminoacidi alcuni dei quali possono essere sintetizzati dall’organismo umano mentre altri (gli aminoacidi essenziali) devono necessariamente essere introdotti con l’alimentazione. Le proteine contenute nei cibi animali contengono da sole tutti questi aminoacidi nelle giuste proporzioni (quindi per i vegetariani il problema non si pone neppure), mentre è necessario assumere diversi cibi vegetali per ottenere le giuste proporzioni di questi aminoacidi. Tuttavia, non bisogna affatto credere che la necessità di combinare diversi cibi vegetali sia uno svantaggio o che sia comunque più complicato, dato che in un’alimentazione vegan corretta ciò avviene automaticamente senza bisogno di particolari accorgimenti. Chiunque mangi nell’arco della giornata dei cereali (pane, pasta, riso, ecc.) e, nello stesso pasto o in pasti diversi, dei legumi (come i fagioli, le lenticchie, i ceci, ecc.) ottiene tutti gli aminoacidi necessari nelle giuste quantità e proporzioni (1,9). Infatti, i legumi sono carenti in metionina e cisteina, aminoacidi abbondanti invece nei cereali, mentre i cereali sono carenti in lisina e treonina, abbondanti invece nei legumi. Il consumo di legumi e cereali nell’arco della giornata e non necessariamente nello stesso pasto, consente di ottenere tutti gli aminoacidi indispensabili nelle giuste quantità. In sintesi è il corretto apporto di aminoacidi ad essere indispensabile, e l’alimentazione vegan soddisfa pienamente questa esigenza se l’apporto calorico complessivo è adeguato (4-7). La soia è l’unico legume in grado di fornire da solo, senza essere associato ai cereali, tutti gli aminoacidi necessari nelle giuste proporzioni (9). I vegetariani che mangiano latticini e uova assumono ovviamente le stesse proteine animali della carne.
Il vantaggio di ricavare le proteine dai vegetali anziché dai cibi animali è che, così facendo, si può soddisfare i propri bisogni alimentari senza introdurre colesterolo e grassi saturi, notoriamente deleteri per la salute e inevitabilmente presenti in tutti i cibi animali (1,10). Inoltre le proteine animali, a differenza di quelle vegetali, aumentano considerevolmente l’escrezione di calcio e di conseguenza il rischio di osteoporosi (11-14). Secondo alcuni studi il consumo di queste proteine aumenterebbe anche il rischio di contrarre patologie cardiovascolari e il diabete (18) anche per bambini (19).
Un adeguato apporto di proteine, specie di origine vegetale è però essenziale per la salute dello scheletro e le diete fortemente ipoproteiche, cioè a bassissimo contenuto di proteine, indipendentemente dalla loro origine, sono da sconsigliare anche per i loro effetti negativi sullo scheletro (15).
Val la pena di ricordare che la convinzione per cui le proteine vegetali sarebbero da sole inadeguate a soddisfare i bisogni proteici dell’uomo deriva dalle solite fuorvianti conclusioni delle ricerche sperimentali compiute su animali (16), ricerche che hanno ampiamente dimostrato di essere notevolmente inaffidabili oltre che prive di fondamento scientifico (17).
(1) Messina VK, Burke KI, Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321. (2) Chen J, Campbell TC, Li J, Peto R. In: Diet, Life-style and Mortality in China. A study of the characteristics of 65 Counties. Oxford University Press, Cornell University Press, and the China People’s Medical Publishing House; 1990. (3) Anne Simon Moffat, “China: A Living Lab for Epidemiology”, Science n. 248, 4 maggio, 1990, pag.554. Il 70% delle proteine nell’alimentazione occidentale deriva da prodotti animali. In Cina solo l’11% delle proteine deriva da carne o pesce mentre l’89% deriva da fonti vegetali. (4) Abdulla, M. et al., Nutrient intake and health status of vegans: chemical analyses of diets using the duplicate portion sampling technique. American Journal of Clinical Nutrition v.34, p.2464-2477(1981). (5) Roshanai F., Sanders T.A.B., Hum. Nutr.: Appl. Nutr., 38A: 345-354 (1984). (6) Lockie A.H. et al., Hum. Nutr.: Appl. Nutr., 41A:204-211 (1985). (7) Rana S.K., Sanders T.A.B., Br. J. Nutrition 56:17-27 (1986). (8) Draper A. et al., Br. J. Nutrition, 69:3-19 (1993). (9) Young VR. Soy protein in relation to human protein and amino acid nutrition. J Am Diet Assoc.1991;91:828-835. (10) Barnard N.D., Nicholson A., Howard J.L., The Medical Costs Attributable to Meat Consumption. Preventive Medicine, vol.24, 1995, pag.646-655. (11) Cumming RG, Klineberg RJ. Case-control study of risk factors for hip fractures in the elderly. Am J Epidemiol 1994;139:493-503. (12) Abelow B.J. et al., Calcif Tissue Int 50:14-18, (1992). (13) Breslau N.A. et al., J Clin Endocrinol Metabol 66:140-146 (1988). (14) Remer T, Manz F., Estimation of the renal net acid excretion by adults consuming diets containing variable amounts of protein. Am J Clin Nutr 1994;59:1356-61. (15) Kerstetter J.E., Insogna K.L., Dietary Protein, calcium and bone Metabolism: Time to revisit. Vegetarian Nutrition Update, Vol. X N.3, primavera 2001. (16) The Dietitian’s Guide to Vegetarian Diets, M e V. Messina, 1996, Aspen Publ., USA, pag.86. (17) La letteratura sui gravi limiti scientifici della sperimentazione animale è molto ampia. In questa sede mi limito ad indicare i seguenti libri: “Brute Science”, H. LaFollette & N. Shanks; Routledge, 1996; “L’inganno Crudele”, R. Sharpe; Ed. Borla, 1992; “Gli animali e la ricerca”, S. Cagno; Ed. Muzzio, 1997. Una bibliografia più completa può essermi richiesta per e-mail (lormar@comm2000.it). (18) McCarty MF, Vegan proteins may reduce risk of cancer, obesity, and cardiovascular disease by promoting increased glucagon activity. Med Hypotheses 1999 Dec;53(6):459-485. (19) Kitagawa T, Owada M, Urakami T, Yamauchi K., Increased incidence of non-insulin dependent diabetes mellitus among Japanese schoolchildren correlates with an increased intake of animal protein and fat. Clin Pediatr (Phila) 1998 Feb;37(2):111-115.
5) I vegan e i vegetariani sono a rischio di carenze vitaminiche?
La dieta vegetariana è in grado di fornire tutte le vitamine necessarie in quantità adeguate senza alcun problema; la dieta vegan è anch’essa tranquillamente in grado di soddisfare le esigenze nutrizionali per quanto concerne tutte le vitamine, tranne per la B12.
La vitamina A, essenziale per la vista, la crescita ossea e il sistema immunitario. Essa è contenuta nei prodotti animali e, in forma di pro-vitamina A cioè di carotenoidi, è soprattutto presente nella frutta e nella verdura, soprattutto quelle di colore giallo-arancione. I carotenoidi che costituiscono la pro-vitamina A vengono convertiti dall’organismo in vitamina A e pertanto i vegan e vegetariani ne assumono quantità adeguate (1). Inoltre il vantaggio di assumere la vitamina A in forma di carotenoidi è che questi ultimi hanno un importante effetto antiossidante e quindi protettivo, a differenza della vitamina A contenuta nei prodotti animali.
La vitamina B1 (tiamina) è essenziale per la conversione dei carboidrati in energia e le diete vegan e vegetariane ne contengono notevoli quantità (2) essendo essenzialmente presente nei cereali integrali.
La vitamina B2 (riboflavina) ha numerose funzioni essendo connessa col funzionamento di molti enzimi del corpo umano. E’ presente soprattutto nei cibi animali ma anche in molti vegetali (cereali integrali, broccoli, funghi, piselli). I vegetariani ne assumono quantità analoghe agli onnivori (3); i vegan ne assumono quantità inferiori ma comunque sufficienti (4) anche perché l’RDA (quantità giornaliera raccomandata) stabilita per questo nutriente appare troppo elevata (5).
La vitamina B3 (niacina) è necessaria per la prevenzione della pellagra ed è contenuta nei cereali, specie quelli integrali. I vegan e i vegetariani ne assumono quantità largamente sufficienti (6).
La vitamina B6 è importante il metabolismo delle proteine ed è contenuta soprattutto nei cereali specialmente se integrali. La sua carenza è rara e tanto i vegetariani (6) quanto i vegan (7) (specie questi ultimi) non hanno problemi di carenze.
L’acido folico è necessario per il metabolismo delle proteine e per la divisione cellulare ed è abbondantemente contenuto nei vegetali (broccoli, asparagi, arance, legumi, ecc.) L’assunzione di acido folico nei vegetariani e ancor più nei vegan, è perfettamente adeguata e superiore a quello degli onnivori (7).
La biotina è contenuta nei cereali, nella soia, nei pomodori, nelle arachidi e nel lievito di birra; è presente solo in piccole quantità nella carne. Vegan e vegetariani ne consumano quantità adeguate, probabilmente più degli onnivori (8).
La vitamina C è un potente antiossidante, è necessaria a mantenere un sistema immunitario efficiente e a prevenire lo scorbuto. E’ contenuta quasi esclusivamente nei vegetali e in particolare nella frutta. Vegetariani e, soprattutto, i vegan ne assumono quantità largamente superiori agli onnivori (7).
La vitamina D ha numerose funzioni (soprattutto per i tessuti ossei) ed è sintetizzata dal nostro corpo in presenza di luce solare (basta una esposizione al sole della faccia e delle mani per 10-15 minuti 2-3 volte la settimana) (9). In mancanza di un’adeguata esposizione al sole, che è di gran lunga il più importante fattore che determina la presenza di questa vitamina nel sangue (10), i vegan devono introdurla nella dieta tramite alimenti vegetali fortificati (p.e. latte di soia, alcune margarine) i vegetariani tramite i latticini. A proposito di fonti alimentari di questa vitamina va detto che in Italia solo il latte di soia della Nutricia e della Valsoia sono addizionati con vitamina D3 di sintesi, ma almeno la vitamina D3 usata in quest’ultimo e prodotta dalla Roche contiene gelatina estratta dalla pelle di bovini (15) e non mi è nota l’origine animale o vegetale delle sostanze da cui viene sintetizzata. Anche la vitamina D3 usata nel latte della Nutricia è sintetica (16), ma non è noto se anche per quest’ultima valga il problema della gelatina animale. Quanto al latte e ai latticini il loro contenuto di vitamina D dipende solo dall’aggiunta di questa vitamina in forma sintetica ai mangimi dati alle vacche (17). Senza questa integrazione i latticini conterrebbero quantità irrilevanti di vitamina D. Pertanto si può concludere che i prodotti vegetali (p.e. latte di soia) arricchiti non hanno nulla di meno “naturale” del latticini dal momento che in entrambi i casi la vitamina D3 è sintetica e aggiunta appositamente. Si tenga presente che solo la vitamina D2 (ergocalciferolo) addizionata ai cibi è sicuramente vegan. La vitamina D3 (colecalciferolo) può essere di derivazione animale. La vitamina D viene accumulata nell’organismo e quindi quella prodotta durante i mesi estivi può essere sufficiente anche per il periodo invernale, sebbene sia possibile che anche chi vive in Italia o in paesi con latitudini e climi analoghi, durante i mesi invernali possa avere livelli ematici di questa vitamina non ottimali o insufficienti per minimizzare il rischio di osteoporosi. E’ importante notare anche che le persone anziane e di colore sintetizzano meno efficacemente questa vitamina e che le creme solari ad alto livello di protezione, bloccando gli ultravioletti, impediscono la sintesi della vitamina D. Del resto anche gli onnivori che si espongono raramente alla luce solare (p.e. per ragioni climatiche) possono incorrere in carenze di questa vitamina.
La vitamina E è un potente antiossidante che previene l’azione dei radicali liberi e quindi l’invecchiamento ed è contenuta negli oli vegetali (ma non nei grassi animali), nelle patate dolci, nel cavolo, nelle nocciole e altri vegetali. I vegan e i vegetariani assumono più vitamina E degli onnivori e quindi non si pongono problemi di carenze (11).
La vitamina K ha diverse funzioni nel nostro organismo e la principale è la regolazione della sintesi di alcuni fattori della coagulazione del sangue. Le carenze (che aumentano il rischio di emorragie) sono molto improbabili sia per gli onnivori che per vegan e vegetariani essendo presente in notevoli quantità nei vegetali a foglia verde (una porzione di cavolo verde fornisce oltre 5 volte l’RDA) (12) ed è sintetizzata dai batteri dell’intestino.
La carnitina, talvolta chiamata vitamina BT, non deve necessariamente essere introdotta con la dieta dato che è prodotta in quantità adeguate dal nostro fegato. Non è contenuta nei vegetali, ma tanto i vegan che i vegetariani hanno adeguati livelli ematici di questa sostanza (13).
La vitamina B12 nel nostro corpo ha diverse funzioni legate alla divisione cellulare ed è l’unica vitamina generalmente carente in una dieta vegan, pur essendone necessaria una quantità bassissima (1-2 microgrammi al giorno). Le fonti di questa vitamina sono solo animali (i vegetali ne possono contenere delle tracce, in genere non sufficienti) e pertanto i vegetariani che includono uova e/o latte e derivati non hanno problemi di carenza (7) se assumono abbondanti quantità di prodotti animali, quantità che potrebbero però risultare dannose per quanto concerne la prevenzione delle patologie degenerative correlate al consumo di cibi animali. I sintomi di una carenza di questa vitamina sono, vertigini, difficoltà di concentrazione, formicolii, problemi della memoria, debolezza, anemia perniciosa (caratterizzata dalla formazione di globuli rossi di dimensioni anormali che tuttavia nei vegan si manifesta in genere solo dopo l’insorgere dei sintomi neurologici). Per via delle scorte che ha il nostro organismo, la carenza di questa vitamina può manifestarsi non prima di un anno (ma anche dopo 20 anni) di dieta del tutto priva di B12 (14). I prodotti vegetali fermentati (p.e. il tempeh) che si ritenevano contenere abbondanti quantità di questa vitamina, in realtà contengono solo degli analoghi che non svolgono la loro funzione nel nostro organismo (14). Alcune alghe possono contenere piccole tracce di questa vitamina, ma non sono una fonte affidabile. La soluzione al problema è però comunque assai semplice. Basta far uso di specifici lieviti alimentari contenenti B12 (difficilmente reperibili in Italia), di prodotti alimentari fortificati (come latte di soia, cereali, hamburger vegetariani, ecc.) oppure integratori alimentari che non siano di origine animale e non siano registrati come farmaci (tutti i farmaci sono sempre testati su animali per legge). Di seguito l’elenco di alcuni integratori vegan:
- Solgar, Vita B12 100
- Nature’s Plus, Shot-O-B12
- Phoenix, Long Life B12
- Stur-Dee, Cod. 803 – Vitamina B12
- Pegaso, Life Plan Bilife 12
- Nature’s Plus, Vitamin B12 1000
(1) Alexander D. et al., European Journal of Clinical Nutrition, 48: 538-546 (1994) (2) Janelle K.C., Barr S.I., JADA 95: 180-189 (1995). (3) Millet P. et al. American Journal of Clinical Nutrition, 50: 718-727 (1989) (4) Calkins B.M. et al., American Journal of Clinical Nutrition, 40: 896-905 (1984). (5) Campbell T.C. et al., American Journal of Clinical Nutrition, 51:436-445 (1990). (6) Shultz T.D. Leklem J.E., JADA, 83: 27-33 (1983). (7) Draper A. et al., British Journal of Nutrition, v.69 p.3-19, 1993. (8) Lombard K.A. Mock D.M., Journal of American Clinical Nutrition 50: 486-490 (1989). (9) Specker B.L. et al., J Pediatric, 107:372-376 (1985). (10) Poskit E.M.E. et al., British Medical Journal, 1:221-223 (1979). (11) Pronczuk et al, J Am Coll Nutr, 11: 50-55 (1992) (12) Provisional Table of the Vitamin K Content of Foods, USDA, Human Nutrition Information Service HNIS/PT-104. (13) Lombard K.A. et al., American journal of clinical nutrition 50: 301-306 (1989). (14) Herbert V., Vitamin B12: plant sources, requirements, and assay. Am J Clin Nutr, 1988; 48: 852-858. (15) ROMIS (Roche Medical Information Service), comunicazione personale, 26/07/2000. (16) Patrizia Furrer, Nutricia divisione IMF, comunicazione personale, 05/02/2001. (17) S. Focardi, servizio consumatori Parmalat, comunicazioni personali, 07/01/2001 e 02/07/2001.
6) Il fatto che l’alimentazione vegan sia carente di vitamina B12 e, secondo i suoi detrattori, di altri nutrienti, significa che essa non è una dieta naturale?
Questa domanda (per nulla peregrina) necessita di una risposta su due piani diversi.
Sul piano puramente fattuale, l’osservazione che attualmente la B12 sia praticamente assente in una dieta vegan non integrata non significa che tale alimentazione non sia naturale, ma piuttosto che i cibi che mangiamo oggi sono diversi (cioè hanno una composizione diversa) rispetto agli stessi cibi che mangiavano i nostri antenati. Un tempo la B12 era molto più diffusa a causa della minore igiene delle acque e del cibo che contenevano maggiori residui microbici e per esempio in passato il Tempeh preparato artigianalmente era una buona fonte di questa vitamina. Perciò, in passato un’alimentazione vegan sarebbe stata probabilmente adeguata anche quanto alla B12. Inoltre lo studio dei mezzi che il nostro corpo usa per ottimizzare e conservare e le nostre riserve di questa vitamina dimostra che anche l’alimentazione dei nostri progenitori ne conteneva quantità piuttosto modeste (1).
Ad ogni modo, mangiare del lievito (quello giusto) ogni tanto non è affatto “innaturale”, non più di quanto lo sia mangiare del seitan o della pasta al pomodoro. Per quanto riguarda gli altri nutrienti, abbiamo già visto che una dieta vegan equilibrata non comporta particolari rischi carenziali.
Se può essere vero che con una dieta vegan siano più comuni alcuni errori nelle abitudini alimentari che portino a carenze di alcuni nutrienti, lo stesso si può dire per una alimentazione onnivora, ovviamente per quanto riguarda nutrienti diversi. Infatti, se un’alimentazione vegan non corretta può portare a carenze di alcuni minerali e vitamine, l’alimentazione onnivora spesso comporta carenze di folati, fibre e sostanze antiossidanti contenute solo nei vegetali. Secondo alcuni autori (2) infatti, le patologie causate dall’alimentazione dei paesi industrializzati non sarebbero solo patologie causate dal eccessivo consumo di certe sostanze (p.e. colesterolo, grassi saturi, ecc.) contenuti nei cibi animali, ma sarebbero anche patologie carenziali, cioè dovute alla carenza di alcune sostanze presenti solo nei vegetali, alcune delle quali note, altre addirittura sconosciute almeno per quanto riguarda i loro effetti biologici nell’organismo umano, come gli indoli, i tiocianati, le cumarine, i fenoli, i flavonoidi, i terpeni, gli inibitori della proteasi, gli steroli vegetali, ecc. Si pensi, a puro titolo di esempio, agli isoflavoni come la genisteina contenuti nella soia che sono stati da pochi anni individuati e solo recentemente se ne è ipotizzata una attività preventiva nei confronti dei tumori (3) e l’osteoporosi (4). Oppure si pensi agli alimenti integrali (solo di origine vegetale) ricchi di fibre, ancora oggi guardati con diffidenza da quei nutrizionisti che dimenticano la loro fondamentale importanza per la prevenzione di patologie (anche neoplastiche) a carico dell’apparato digerente (5-7) e non solo (8,9). Anche se le fibre, a torto, non sono considerate un nutriente vero è proprio è ormai dimostrato che la loro carenza, tipica delle diete occidentali e rarissima nelle diete vegan e vegetariane, favorisce l’insorgenza di diverse patologie. Inoltre, non dimentichiamo che anche gli eccessi (p.e. di colesterolo, grassi saturi, proteine animali) comuni nelle diete onnivore sono almeno altrettanto pericolosi rispetto alle carenze alimentari.
Sul piano etico, la scelta vegan ha implicazioni molto importanti e sotto questo aspetto è del tutto irrilevante lo stabilire se un’azione sia o meno “naturale” (lo stupro, l’omicidio e la violenza – cioè le conseguenze della legge della giungla – sono quanto di più naturale e meno moralmente giustificabile esista). Rifiutare un comportamento apparentemente innaturale che gioverebbe agli animali non umani e accettare altri comportamenti più o meno innaturali che gioverebbero ai propri simili (p.e. trattenersi dall’uccidere per il proprio vantaggio) è specista (*) e quindi arbitrariamente discriminatorio. Qualunque cosa si voglia pensare a proposito della naturalità della dieta vegan, è un fatto che mangiare prodotti animali significhi contribuire a causare un’immane quantità di sofferenza in miliardi di esseri senzienti. Non crediamo che questa sofferenza possa essere giustificata solo dal “vantaggio” per alcuni di non dover utilizzare prodotti fortificati o supplementi.
(*) Definire il concetto di specismo e approfondire la questione dell’attribuzione dei diritti fondamentali ai non-umani esula dallo scopo di queste FAQ, essendo questioni che necessitano una trattazione più articolata di quanto sia possibile in questa sede. Si veda pertanto: “Liberazione Animale”, P. Singer, Ed. Mondadori; “I diritti animali”, T. Regan, Ed. Garzanti.
(1) The Vegetarian Way, V. e M. Messina, 1996, Three River Press, NY, USA, Pag. 106. (2) J. Sabaté (editor), Vegetarian nutrition, CRC Press, 2001, Pag.26-27. (3) Zava DT, Duwe G., Estrogenic and antiproliferative properties of genistein and other flavonoids in human breast cancer cells in vitro. Nutr Cancer 1997;27(1):31-40. (4) Potter SM, Baum JA, Teng H, Stillman RJ, Shay NF, Erdman JW Jr., Soy protein and isoflavones: their effects on blood lipids and bone density in postmenopausal women. Am J Clin Nutr 1998 Dec;68(6 Suppl):1375S-1379S. (5) Howe GR, Benito E, Castelleto R, Cornee J, Esteve J, Gallagher RP, Iscovich JM, Deng-ao J, Kaaks R, Kune GA, et al., Dietary intake of fiber and decreased risk of cancers of the colon and rectum: evidence from the combined analysis of 13 case-control studies..J Natl Cancer Inst 1992 Dec 16;84(24):1887-96. (6) Aldoori WH, Giovannucci EL, Rimm EB, Wing AL, Trichopoulos DV, Willett WC. A prospective study of diet and the risk of symptomatic diverticular disease in men. Am J Clin Nutr 1994 Nov;60(5):757-64. (7) Aldoori WH, Giovannucci EL, Stampfer MJ, Rimm EB, Wing AL, Willett WC. Prospective study of diet and the risk of duodenal ulcer in men. Am J Epidemiol 1997 Jan 1;145(1):42-50. (8) Anderson JW, Zeigler JA, Deakins DA, Floore TL, Dillon DW, Wood CL, Oeltgen PR, Whitley RJ. Metabolic effects of high-carbohydrate, high-fiber diets for insulin-dependent diabetic individuals. Am J Clin Nutr 1991 Nov;54(5):936-43. (9) Rimm EB, Ascherio A, Giovannucci E, Spiegelman D, Stampfer MJ, Willett WC, Vegetable, fruit, and cereal fiber intake and risk of coronary heart disease among men JAMA 1996 Feb 14;275(6):447-51.
7) Se diventassimo tutti vegan ci sarebbe abbastanza terra per coltivare i vegetali necessari a soddisfare le esigenze alimentari dell’umanità? (*)
Certamente sì. Anzi, ci sarebbe molta più terra a disposizione se i vegan e i vegetariani aumentassero di numero.
La spiegazione di questo apparente paradosso sta nel fatto che la produzione di carne e altri prodotti animali necessita di quantità molto elevate di prodotti vegetali da destinare all’alimentazione degli animali allevati, mentre se tali prodotti vegetali fossero direttamente destinati al consumo umano, con la stessa quantità di derrate si potrebbero nutrire molte più persone di quelle che è possibile nutrire utilizzando la carne degli animali, ottenuta dalla trasformazione degli alimenti vegetali da parte degli animali stessi. La scelta di un’alimentazione vegetariana, o ancor meglio vegan, può quindi rappresentare un contributo alla soluzione del problema della fame nel mondo. In altre parole, per produrre una bistecca bisogna necessariamente alimentare con del cibo vegetale l’animale che la produrrà. L’animale trasformerà questo cibo in carne (o latte o uova) che poi verrà consumata dall’uomo. Tuttavia, durante questo processo di trasformazione si hanno notevoli perdite di proteine ed energia contenute nei vegetali, dato che parte dei nutrienti vegetali serviranno semplicemente a sostenere il metabolismo degli animali, a produrre tessuti non commestibili (ossa, cartilagini, frattaglie) e in parte andranno persi tramite gli escrementi. Il risultato è che se destinassimo un ettaro di terra all’allevamento bovino otterremmo in un anno 66 Kg di proteine. Destinando lo stesso terreno alla coltivazione della soia otterremmo nello stesso tempo 1848 Kg di proteine, cioè 28 volte di più (1).
Per quanto riguarda il rendimento energetico, un ettaro coltivato a patate permette di ottenere 102.080 Mj di energia, un ettaro coltivato a riso 87.768 Mj (2) Invece un ettaro di terreno destinato all’allevamento di manzo permette di ottenere 4.796 Mj di energia mentre lo stesso spazio adibito all’allevamento di pollame permette di ottenere 7.056 Mj (2).
Questi dati parlano molto chiaro: a parità di ettari di terreno utilizzati la coltivazione di prodotti vegetali consente di alimentare molte più persone dell’allevamento di animali da carne e di conseguenza quante più persone seguono una dieta vegan o vegetariana tanto meno sono le terre necessarie a sfamare l’umanità.
(*) Questa risposta e la successiva sono basate sull’articolo “Ecologia ed alimentazione vegetariana”, L’idea vegetariana n.114, 1998, pag 12-16.
(1) J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, 1988, Giannone Ed., Palermo. (2) F. Caporali, Ecologia per l’agricoltura, UTET 1991.
8) E’ più ecologicamente sostenibile la produzione di alimenti vegetali o la produzione di alimenti di origine animale?
Non ci sono dubbi: la produzione di alimenti vegetali è molto più ecologicamente sostenibile della produzione di carne, latte o uova.
La prima ragione risulta evidente dalla lettura della risposta alla domanda precedente: se è necessaria meno terra per sfamare un vegan o un vegetariano rispetto ad un onnivoro, è chiaro che l’impatto ambientale di miliardi di esseri umani che mangiano carne sarà nettamente superiore rispetto ad un’umanità vegan o vegetariana, perché non dovranno essere abbattute le foreste per lasciare spazio ai pascoli e si dovrà utilizzare meno energia sotto forma di combustibili fossili per coltivare i campi (e questo a sua volta ridurrà l’emissione di gas serra), meno pesticidi e meno fertilizzanti (entrambe prodotti estremamente inquinanti).
Alcuni dati possono confermare quanto sopra: nella foresta dell’Amazzonia l’88% dei terreni disboscati è adibito a pascolo (1), quasi il 70% delle zone disboscate del Costa Rica e del Panama sono state trasformate in pascoli (2), a partire dal 1960 oltre un quarto delle foreste del centro America sono state spazzate via per ottenere spazio per gli allevamenti (2); per ottenere un Kg di farina è necessario utilizzare circa 22 g di petrolio, per produrre un Kg di carne è necessario impiegare 193 g di petrolio: quasi 9 volte tanto (3), tant’è vero che secondo Ernst U. v. Weizäcker del Wuppertal Institute for Climate, Environment and Energy, il contributo all’effetto serra dato dagli allevamenti è circa pari a quello dato dalla totalità del traffico degli autoveicoli nel mondo (4).
Non si può non accennare all’inquinamento direttamente prodotto dagli allevamenti: In Italia vengono prodotti annualmente circa cento milioni di quintali di deiezioni animali. Esse sono caratterizzate da un basso contenuto di sostanza secca da una alto contenuto di metalli pesanti, quali zinco e rame, che sono somministrati artificialmente agli animali allevati e che possono raggiungere nel terreno concentrazioni notevoli, al limite della fitotossicità; inoltre sono causa di una vera e propria “fecalizzazione ambientale” con i conseguenti rischi di inquinamento microbiologico che una simile concentrazione di deiezioni comporta anche per le falde acquifere, sempre più contaminate da nitrati e nitriti (5).
Oltre al contenuto organico e al contenuto di metalli pesanti degli escrementi animali esiste il problema dei residui dei farmaci (soprattutto antibiotici ed ormoni) (5).
Un altro grosso problema degli allevamenti e dei terreni coltivati a foraggio è il loro enorme bisogno di acqua. L’acqua potabile viene utilizzata non solo per irrigare le sempre maggiori estensioni di terreno richieste per soddisfare il bisogno di foraggi ma anche per pulire continuamente le stalle ed i macelli dai residui della macellazione e dagli escrementi oltre che per abbeverare gli animali. Per produrre un grammo di proteine animali è necessario usare in media 15 volte la quantità d’acqua necessaria per produrre un grammo di proteine vegetali e del resto basta pensare che quasi la metà dell’acqua potabile utilizzata ogni anno negli USA è destinata agli allevamenti (6).
(*) Questa risposta e la precedente sono basate sull’articolo “Ecologia ed alimentazione vegetariana”, L’idea vegetariana n.114, 1998, pag. 12-16.
(1) The Year the World Caught Fire, rapporto del WWF International, dicembre 1997. (2) Catherine Caulfield, “A Reporter at Large: The Rain Forests” New Yorker, 14 gennaio 1985. (3) Le secteur agro-alimentaire face au probleme de l’energie, OCSE, Parigi 1982. Op. cit. in: J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, Giannone Ed. (4) Jeremy Rifkin, Das Imperium der Rinder, Campus Verlag, pag. 12 (prefazione), 1992 (edizione tedesca di Beyond Beef). (5) Roberto Marchesini, Oltre il muro: la vera storia di mucca pazza, 1996, Muzzio Ed., Padova. (6) Frances Moore Lappè, Diet for a Small Planet, Ballantine Books, 1982, pag. 80.
9) I bambini e i neonati devono mangiare carne, uova e latte?
Se correttamente bilanciata, un’alimentazione vegan o vegetariana è perfettamente in grado di coprire i bisogni nutrizionali dei bambini dopo lo svezzamento, fermo restando che prima dello svezzamento è fortemente consigliato l’allattamento al seno e che il latte delle madri vegan e vegetariane è completo dal punto di vista nutrizionale (1).
Le madri vegan, prima e durante l’allattamento devono prestare particolare attenzione ad assumere quantità adeguata di vitamina D (soprattutto tramite l’esposizione al sole o integratori), B12 (mediante cibi fortificati o integratori) e acidi grassi essenziali (gli omega-3 in particolare, mediante olio di lino, dato che una carenza alimentare nelle madri potrebbe modificare la composizione del loro latte e diminuirne il contenuto di nutrienti essenziali per il lattante.
Anche dopo lo svezzamento l’alimentazione vegan e vegetariana sono adeguate e infatti l’ADA (American Dietetic Association, la più importante associazione americana di specialisti in scienza dell’alimentazione) ha dichiarato nel suo “Position Statement” sulle diete vegetariane (2) che esse, inclusa la dieta vegan correttamente integrata, offrono tutti i principi nutritivi necessari alla crescita e allo sviluppo del bambino e diversi studi epidemiologici su bambini vegan e vegetariani non macrobiotici lo confermano (3-7).
Recentemente, sono stati pubblicati sulla rivista dell’ADA altri due articoli che confermano in pieno l’adeguatezza della dieta vegan correttamente bilanciata per i bambini e i neonati (26,27) L’apporto proteico è perfettamente adeguato: le proteine vegetali, contenute specialmente nei legumi, contengono tutti gli aminoacidi necessari (8,9) e nelle diete vegetariane che includono latticini e/o uova sono ampiamente presenti le stesse proteine animali contenute nella carne o nel pesce. L’apporto di ferro, zinco ed altri oligoelementi è adeguato in particolare se vengono inclusi nella dieta legumi in abbinamento a fonti di vitamina C (per massimizzare l’assimilazione del ferro), frutta secca e semi (noci, pistacchi, semi di zucca) (10-15). L’apporto di calcio è adeguato anche nelle diete vegan purché si introducano abbondanti quantità di vegetali ricchi di questo minerale (16) e/o latte di soia o altri prodotti fortificato con calcio. E’ essenziale l’esposizione al sole del bambino per almeno 20-30 minuti 2-3 volte alla settimana al fine di garantire una sufficiente produzione di vitamina D. L’apporto di vitamina B12 è adeguato nelle diete vegetariane (17), ma nelle diete vegan è necessario introdurre degli specifici lieviti alimentari o degli integratori.
Infine, è consigliabile evitare di alimentare i bambini e i neonati con cibi ad alto contenuto di fibre (meglio usare cereali raffinati e semi-raffinati) che riempiono troppo velocemente i loro piccoli stomaci e favorire cibi a maggiore densità energetica e nutrizionale. In conclusione, appurata l’adeguatezza delle diete vegan e vegetariane correttamente bilanciate, vale la pena di sottolineare che un’alimentazione con un ridotto o nullo contenuto di cibi animali comporta numerosi vantaggi a lungo termine per la salute (18) in particolare in riferimento all’incidenza delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati (quali cancro, patologie cardiovascolari, diabete, ecc.).
Per quanto concerne specificatamente l’alimentazione dei bambini, diversi studi rilevano che i neonati alimentati con latte di latte di mucca hanno una maggiore probabilità di ammalarsi di diabete da adulti (19-21) e che l’arteriosclerosi e le patologie correlate possono essere molto più efficacemente prevenute con una alimentazione a basso contenuto di grassi saturi (quindi essenzialmente animali) fin dall’infanzia (22). Non si deve credere che tali patologie siano solo proprie dell’individuo adulto: è infatti possibile rilevare la presenza di placche arteriosclerotiche, sviluppatesi a partire dalla prima infanzia, anche in ragazzi di 15 anni che seguono una dieta ricca di prodotti animali e questo dimostra la necessità di iniziare la prevenzione delle patologie cardiovascolari fin dall’infanzia (23,24). Se consideriamo inoltre che le abitudini alimentari degli adulti sono fortemente condizionate dall’alimentazione nell’infanzia, risulta chiara l’importanza della scelta vegetariana a partire dallo svezzamento.
Inoltre, una dieta a basso contenuto di cibi animali minimizza l’esposizione della madre e del bambino a contaminanti chimici sicuramente cancerogeni come la diossina e i PCB (policlorobifenili), molto più concentrati in latte, uova, carne e pesce che nei vegetali (25). In uno studio americano è risultato che nella maggior parte dei casi il latte delle madri onnivore contenevano 50-100 volte più PCB rispetto al latte delle madri vegetariane (25).
(1) Messina VK, Burke KI. Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321. (2) Messina M, Messina V. The Dietitian’s Guide to Vegetarian Diets: Issues and Applications. Gaithersburg, MD: Aspen Publishers, Inc.;1996 (3) O’Connell JM, Dibley MJ, Sierra J, Wallace B, Marks JS, Yip R. Growth of vegetarian children: The Farm Study. Pediatrics. 1989;84:475-439. (4) Sanders T.A.B., Growth and development of British vegan children. Am J Clin Nutr. 1988;48:822-825. (5) Sanders T.A.B., Reddy S. Vegetarian diets and children. Am J Clin Nutr. 1994;59(suppl):1176S-1181S. (6) JT Dwyer, WH Dietz Jr, EM Andrews and RM Suskind, Nutritional status of vegetarian children, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 35, 204-216, 1982. (7) Nathan I; Hackett AF; Kirby S., A longitudinal study of the growth of matched pairs of vegetarian and omnivorous children, aged 7-11 years, in the north-west of England. Eur J Clin Nutr 1997; 51: 20-5. (8) Klaper M, Pregnancy, Children, and the Vegan Diet, 1994, pag.12-14, Gentle World Inc., USA. (9) Young VR, Pellett PL. Plant proteins in relation to human protein and amino acid nutrition. Am J Clin Nutr. 1994; 59 (suppl 5):1203S-1212S. (10) Anderson BM, Gibson RS, Sabry JH: The iron and zinc status of long-term vegetarian women. Am J Clin Nutr 34: 1042-1048, 1981. (11) Latta D, Liebman M, Iron and zinc status of vegetarian and non-vegetarian males. Nutr Rep Int 30: 141-149, 1984. (12) Helman AD and Darnton-Hill I: Vitamin and iron status in new vegetarians. Am J Clin Nutr 45: 785-789, 1987. (13) Hallberg L, Bioavailability of dietary iron in Man. Anni Re Nutra 1: 123-147, 1981. (14) Freeland-Graves EH, Body PI, Epright mag. Zinca status of vegetariana. J Al Diete Associ. 1980;77:655-661. (15) WJ Craig, Iron status of vegetariana, American Journal of Clinica Nutrition, Volo 59, 1233S-1237S. (16) Weaver CM, Plawecki KL. Dietary calcium: adequacy of a vegetariana diete. Al J Clip Nutra 1994;59(supplì):1238S-41S. (17) Draper, A. set Al., The energy and nutriente intakes of differente types of vegetariana: a case forò supplementi? British Journal of Nutrition v.69 p.3-19, (. (18) La bibliografia citabile sarebbe interminabile. Per una valutazione dell’impatto negativo sulla salute della alimentazione carnea si veda in particolare Barnard NB, Nicholson A, Howard JL, The Medical Cost Attributable to Meat Consumption. Preventive Medicine; VOL 24, 1995, P646-55. Inoltre si veda TC Campbell, C Junshi, Diet and Chronic Degenerative Diseases: Perspectives from China. American Journal of Clinical Nutrition, vol. 59, 1153S-1161S. (19) Gerstein H.C., Cow’s milk exposure and type I diabetes mellitus: a critical overview of the clinical literature. Diabetes Care, 17(1):13-9 1994. (20) Scott FW. Cow milk and insulin-dependent diabetes mellitus: is there a relationship? Am J Clin Nutr 1990;51:489-91. (21) Karjalainen J, Martin JM, Knip M, et al., A bovine albumin peptide as a possible trigger of insulin-dependent diabetes mellitus. N Engl J Med 1992;327:302-7. (22) Berenson GS, Srinivasan SR, Nicklas TA, Atherosclerosis: a nutritional disease of childhood. Am J Cardiol 1998 Nov 26;82(10B):22T-29T. (23) McGill HC, Associations of coronary heart disease risk factors with the intermediate lesion of atherosclerosis in youth. The Pathobiological Determinants of Atherosclerosis in Youth (PDAY) Research Group, Arterioscler Thromb Vasc Biol 2000 Aug;20(8):1998-2004 (24) McGill HC, Association of Coronary Heart Disease Risk Factors with microscopic qualities of coronary atherosclerosis in youth, Circulation 2000 Jul 25;102(4):374-9 (25) J. Hergenrather et al., New England Journal of Medicine, 304: 792 (1981). (26) Messina V, Mangels AR., Considerations in planning vegan diets: children. Am Diet Assoc 2001 Jun;101(6):661-9 (27) Mangels AR, Messina V., Considerations in planning vegan diets: infants. Am Diet Assoc 2001 Jun;101(6):670-7
10) Come devono mangiare i vegan e i vegetariani per non incorrere in carenze? Quali sono le possibili carenze alimentari e come si possono compensare?
Fondamentalmente, tanto i vegan che i vegetariani dovrebbero basare la loro dieta su abbondanti quantità di frutta e verdura fresca (sia cotta che cruda) legumi e cereali integrali o semi-integrali. Seitan, tofu, latti vegetali, hamburger vegetali e comunque gli alimenti elaborati e confezionati vanno consumati con moderazione limitando al massimo quelli ricchi di sodio e grassi saturi (biscotti, merendine, alcuni hamburger vegetali, ecc.).
I vegetariani non devono seguire particolari regole per avere una alimentazione correttamente bilanciata, ma alcuni consigli più specifici possono essere dati. Innanzi tutto è imperativo non sostituire la carne aumentando l’assunzione di altri cibi animali (latticini e uova): così facendo i benefici per la salute sarebbero scarsi visto che l’assunzione di grassi animali rimarrebbe sostanzialmente inalterata e non verrebbe aumentata significativamente l’assunzione di cibi vegetali, i cui benefici per la salute sono assodati. In secondo luogo è opportuno abbondare con i legumi che forniscono proteine e ferro, abbinandoli nello stesso pasto a cibi ad alto contenuto di vitamina C (come la frutta) per massimizzare l’assimilazione del ferro.
Per i vegan, è opportuno seguire qualche regola in più. Come per i vegetariani, è importante mangiare molti legumi abbinati a cibi ad alto contenuto di vitamina C (questo significa semplicemente mangiare frutta alla fine del pasto oppure bere durante o alla fine del pasto dei succhi di agrumi). E’ consigliabile includere nella dieta moderate quantità di semi e frutta secca (pistacchi, mandorle, semi di zucca, noci), ricchi di zinco e ferro. In particolare le noci, secondo alcuni studi, sarebbero in grado di ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari. E’ anche opportuno ridurre l’assunzione di zucchero e dolciumi. E’ infine essenziale introdurre nella propria alimentazione una fonte affidabile di vitamina B12. Qualora la propria dieta non fosse bilanciata correttamente è possibile incorrere in qualche carenza alimentare. Vale la pena di sottolineare che queste carenze, se non trascurate o ignorate, sono facilmente curabili modificando la propria dieta o – al limite – con degli integratori, diversamente dalle patologie degenerative causate dalla alimentazione carnea, contro le quali la medicina moderna può ancora poco.
Per i vegetariani, l’unica carenza realisticamente ipotizzabile è quella di ferro. In tal caso è opportuno aumentare l’assunzione di legumi, broccoli, cavolo, verza, pane e altri farinacei integrali preferibilmente lievitati con lievito naturale e non chimico. Comunque, per aumentare l’assimilabilità del ferro è necessario consumare nello stesso pasto cibi contenenti questo minerale, cibi ricchi in vitamina C e altri acidi contenuti nella frutta (come l’acido citrico)(1). E’ inoltre preferibile evitare di mangiare nello stesso pasto i latticini il cui calcio limita l’assorbimento del ferro, caffè, tè, cioccolato e vino per via del tannino che contengono. Ovviamente sono tutte raccomandazioni da seguire con elasticità.
Per i vegan, le possibili ma infrequenti carenze sono, oltre al ferro, iodio, zinco, calcio, vitamina B12, vitamina D e acidi grassi della famiglia omega-3.
Iodio: Il contenuto di iodio dei vegetali varia molto in funzione della terra in cui sono coltivati ed in genere è sufficiente per le esigenze del nostro corpo. Nel caso vi fossero dubbi è sufficiente acquistare sale iodato al posto del sale normale. Anche le alghe, in particolare Laminaria digitata, la Laminaria japonica, la Alaria esculenta e la Palmaria palmata, contengono notevoli quantità di questo minerale: un solo grammo di Laminaria digitata secca (Kombu) ne contiene 3-11 mg, 10-70 volte l’RDA (che è di 150-300 mcg) (2).
Zinco: è sufficiente aumentare l’assunzione di cibi che contengono più zinco (ceci, lenticchie, fagioli Azuki, germe di grano, nocciole, pistacchi, semi di zucca) e diminuire prodotti a base di soia non fermentata per via del loro alto contenuto in fitati che ne inibiscono l’assimilazione. Anche gli altri legumi contengono fitati ma se fatti germogliare essi diminuiscono notevolmente, rendendo i germogli delle ottime fonti di zinco altamente assorbibile. I cereali integrali contengono anch’essi acido fitico ma anche notevolmente più zinco dei cereali raffinati e nel complesso è meglio preferirli a questi ultimi (3). L’assimilazione dello zinco (e del ferro) nei cereali integrali è notevolmente facilitata se con tali cereali vengono confezionati prodotti lievitati con lievito naturale che riduce la presenza di acido fitico. Inoltre, specie nei casi di carenze e nei vegan da lungo tempo, è molto probabile che i cereali integrali siano preferibili ai cereali raffinati, dato che l’apparato digerente si adatta ad una alimentazione ricca di fitati (4,5).
Calcio: siccome la questione del calcio nell’alimentazione vegan non sia del tutto chiarita è opportuno prestare attenzione ad includere nella propria dieta abbondanti quantità di legumi, broccoli, rape, cavolo oppure usare alimenti arricchiti (p.e. alcuni tipi di latte di soia o Riso come il Soy Drink Plus della Provamel o il Rice Dream della Immagine Foods o alcuni succhi di frutta). I fichi secchi contengono molto calcio ma sono piuttosto calorici. Alcuni tipi di tofu, quelli preparati con solfato di calcio, sono un’ottima fonte (In Italia è distribuito il tofu della Soy). Un’altra buona fonte di questo minerale sono i semi di sesamo tostati (il calore riduce il loro contenuto di acido fitico che impedisce l’assorbimento del calcio) che possono essere aggiunti un po’ a tutti i piatti, o il tahini. Anche la scelta di un’acqua minerale ad alto contenuto di calcio (che è molto variabile in funzione delle diverse acque) può essere utile per raggiungere la dose consigliata. Per la salute dello scheletro è inoltre fortemente consigliabile ridurre il consumo di sale da cucina.
Vitamina B12: le carenze di B12 sono l’unico reale rischio di un’alimentazione vegan praticata per lungo tempo (non meno di un anno, in genere molto di più) senza integrazione di vitamina B12. Oltre che per gli integratori si può optare anche per i prodotti fortificati (cereali, succhi di frutta, hamburger vegetali).
Vitamina D: La vitamina D è generalmente assente nei prodotti vegetali non fortificati ed è presente in quantità relativamente modeste in alcuni alimenti animali. Latte e latticini contengono vitamina D in quanto essa è appositamente aggiunta ai mangimi delle vacche. Questa vitamina è anche sintetizzata dalla pelle in presenza di luce solare che, almeno durante i mesi estivi e alle nostre latitudini, è sufficiente per garantire una produzione adeguata di questa vitamina anche nei vegan. Durante i mesi invernali se l’esposizione al sole è molto limitata può essere consigliabile un uso moderato di prodotti fortificati o supplementi (un eccesso di assunzione di vitamina D è fortemente tossico).
Omega-3: sebbene alcuni studi (6-8) dimostrino che i vegetariani non siano carenti di acidi grassi essenziali, è opportuno che sia vegetariani che, soprattutto, i vegan introducano nella dieta una fonte di acidi grassi della famiglia omega-3. La migliore fonte vegetale di questi grassi è l’olio di lino di cui sono sufficienti un paio di cucchiaini al giorno (da usare rigorosamente crudo, p.e. sull’insalata, e da conservare in frigorifero) per ottenere una quantità più che adeguata di omega-3 (2-3 grammi) (8). Anche i semi di lino ne sono una buona fonte. Noci e prodotti a base di soia non sgrassata (come il latte o il tofu) contengono quantità apprezzabili di questi acidi grassi, ma contengono anche elevate quantità di acidi grassi omega-6 che interferiscono con il loro metabolismo. Per ottimizzare l’utilizzo di questi grassi da parte dell’organismo è anche consigliabile:
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minimizzare l’assunzione di grassi saturi (sia di origine vegetale che animale) e di grassi idrogenati (molto usati nelle margarine, dolci confezionati, merendine, gelati, ecc.);
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limitare l’assunzione di oli ricchi di acidi grassi omega-6 (olio di semi di girasole e di cartamo);
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preferire oli e cibi ricchi di acidi grassi monoinsaturi (in primis l’olio extravergine d’oliva e l’avocado);
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limitare l’assunzione complessiva di tutti i grassi.
(1) Monsen E.R., Iron nutrition and absorption: Dietary factors which impact iron bioavailability. Journal of The American Dietetic Association. 1988; 88: 786- 790. (2) Indergaard, M. & Minsaas, J., Animal and human nutrition. In Seaweed Resources in Europe: Uses and Potential, Guiry, M. D., Blunden, G. [Ed.], 1991, John Wiley & Sons, pag. 21-64. (3) Sandstrom B, Arvidsson, B, Cederblad A, et al. Zinc absorption from composite meals. I. The significance of wheat extraction rate, zinc, calcium and protein content in meals based on bread. Am J Clin Nutr 1980;33:739-745. (4) L Sian, et al., American Journal of Clinical Nutrition, Vol 63, 348-353, Zinc absorption and intestinal losses of endogenous zinc in young Chinese women with marginal zinc intakes (5) Campbell-Brown M et al., Zinc and copper in Asian pregnancies: is there evidence for a nutritional deficiency? Br J Obstet Gynaecol 92:875-885, 1985. (6) Freese R, Mutanen M., Alpha-Linolenic acid and marine long-chain fatty acids differ only slightly in their effects on hemostatic factors in health subjects. Am J Clin Nutr 66:591-8, 1997. (7) Cunnane SC, Ganguli S, Menard C, et al. High alpha-linolenic acid flaxseed: some nutritional properties in humans. Br J Nutr 69:443-453, 1993. (8) Per una sintesi piuttosto esauriente dell’argomento si veda Davis B., Essential Fatty Acids in Vegetarian Nutrition, Issues In Vegetarian Nutrition, v.7, n.4, estate 1998.
11) E’ vero che secondo gli studi scientifici i vegan e i vegetariani hanno una salute migliore rispetto gli onnivori?
I dati epidemiologici ottenuti da una moltitudine di studi scientifici parlano chiaro: i vegetariani (1-16) e i vegan (8-14) godono di salute migliore rispetto agli onnivori. La dieta che minimizza o elimina completamente i cibi animali è in grado di ridurre considerevolmente l’incidenza di numerose patologie, in particolare delle patologie degenerative che sono le prime cause di morte nei paesi industrializzati e le più difficili da curare (ma anche le più semplici da prevenire minimizzando o escludendo i prodotti animali dalla propria dieta). I vegan e i vegetariani si ammalano considerevolmente meno di tumore, ipertensione, arteriosclerosi, infarto, ictus, diabete, obesità, calcoli e altre patologie (1-16).
Come abbiamo visto, questo tipo di alimentazione non comporta rischi di carenze se è seguita con cognizione di causa, ma anche ammesso e non concesso che le diete vegan siano più difficili da bilanciare in maniera corretta (per quelle vegetariane ciò è praticamente escluso) e che quindi sia maggiore il rischio di carenze di certi specifici nutrienti, rimarrebbero comunque ottimi motivi per preferire il veganismo rispetto l’onnivorismo.
Infatti, è evidente che le possibili ma rare carenze di una dieta vegan non correttamente bilanciata possono essere compensate con degli integratori in maniera molto semplice e senza rischi. Al contrario le patologie correlate con il consumo di alimenti animali e prevenibili in larga misura con una alimentazione vegan, sono difficilmente curabili e le terapie farmacologi che e chirurgiche comportano spese, rischi e conseguenze a lungo termine tali dal rendere indubbiamente preferibile l’eventuale (ma non certo necessario) ricorso ad integratori alimentari. In sintesi: meglio un’anemia transitoria curabile con del ferro da assumere per bocca, che un tumore maligno al colon, o un infarto del miocardio che sono tra le prime cause di mortalità nei paesi industrializzati.
Le conclusioni sono evidenti: se ben bilanciate la dieta vegan e vegetariana oltre a non comportare alcun particolare problema carenziali, sono in grado di prevenire molte di quelle malattie che mietono più vittime, causano più sofferenza e comportano maggiori spese sanitarie, nei paesi industrializzati (6). Sarebbe comunque auspicabile un aumento degli studi epidemiologici sulla salute dei vegan, essendo questi ultimi a tutt’oggi relativamente scarsi.
(1) McMichael AJ., Vegetarians and longevity: imagining a wider reference population. Epidemiology v.3 (5) p.389-391, 1992. (2) Chang-Claude J. et al, Mortality pattern of German vegetarians after 11 years of follow-up. Epidemiology vol.3 (5) p.395-401, 1992. (3) Thorogood M. et al., Risk of death from cancer and ischaemic heart disease in meat and non-meat eaters. British Medical Journal v.308 p.1667-1670, 1994. (4) Kahn H.A. et al., Association between reported diet and all-cause mortality: 21 year follow-up on 27,350 adult Seventh-Day Adventists. American Journal of Epidemiology vol.119 (5) p.775-787, 1984. (5) Messina VK, Burke KI, Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321. (6) Barnard N.D., Nicholson A., Howard J.L., The Medical Costs Attributable to Meat Consumption. Preventive Medicine; Vol 24, 1995, P646-55. (7) ML Burr, BK Butland, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 48, 830-832 (1988), Heart disease in British vegetarians. (8) Ellis, FR. & Montegriffo, V.M.E. (1970). Veganism, clinical findings and investigations. Am. J. Clin. Nutr. 23:249-255. (9) Ellis, FR. & Montegriffo, V.M.E. (1971). The health of vegans. Plant Fds. Hum. Nutr. 2:93-103. (10) Ellis, FR., West, E.D. & Sanders, T.A.B. (1976). The health of vegans compared with omnivores: assessment by health questionnaire. Plant Fds. Man. 2:43-52. (11) Sanders, T.A.B. (1978). The health and nutritional status of vegans. Plant Fds. Man. 2:181-193. (12) Sanders, T.A.B. (1983). Vegetarianism: dietetic and medical aspects. J. Plant Foods. 5:3-14. (13) Lockie, A.H., Carlson, E., Kipps, M. & Thomson, J. (1985). Comparison of four types of diet using clinical, laboratory and psychological studies. J. Roy. Coll. Gen. Pract.35:333-336. (14) Carlson, E., Kipps, M., Lockie, A. & Thomson, J. (1985). A comparative evaluation of vegan, vegetarian and omnivore diets. J. Plant Foods 6:89-100. (15) Lin C, Fang T, Gueng M., Vascular dilatory functions of ovo-lactovegetarians compared with omnivores. Atherosclerosis 2001 Sep;158(1):247-251. (16) M. Segasothy, P.A. Phillips, Vegetarian diet: panacea for modern lifestyle diseases? Q J Med 1999; 92: 531-544.
12) Il latte è un alimento sano, completo e previene l’osteoporosi? Eliminarlo dalla dieta è controproducente?
Si sente spesso ripetere il luogo comune secondo cui il latte sarebbe un alimento “completo” o addirittura indispensabile, sebbene questa sia una affermazione del tutto priva di basi scientifiche. Il latte è privo di numerosi nutrienti indispensabili per l’organismo umano (p.e. la vitamina C e il ferro) e contiene sostanze sconsigliabili in una corretta alimentazione. Volendo rimanere obiettivi non si può dire né che il latte di vacca sia necessario, né che sia da demonizzare come un veleno da evitare assolutamente. Lungi dall’essere indispensabile il latte è un alimento che tuttavia contiene alcuni nutrienti indubbiamente utili, ma che può avere anche effetti dannosi sulla nostra salute. Vediamo il perché. Il latte contiene principalmente i seguenti nutrienti potenzialmente utili in una dieta vegan:
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Calcio: è presente anche nei vegetali in quantità adeguate, se la dieta è correttamente bilanciata. Inoltre in una dieta vegan il fabbisogno di calcio è probabilmente minore che nelle diete che contengono proteine animali (vedi domanda n.2).
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Vitamina D: essa è prodotta in quantità adeguata dalla pelle, se l’esposizione al sole è sufficiente (vedi domanda n.5). A proposito di questa vitamina bisogna dire che essa è contenuta in quantità modeste nel latte (circa 0.1 mcg per 100 ml (11) a fronte di una RDA di 2,5 mcg) che certamente non potrebbe essere considerato una fonte sufficiente di vitamina D in assenza di una adeguata esposizione alla luce solare. Inoltre essa sarebbe praticamente assente nel latte di vacca se non venisse aggiunta (in forma sintetica o estratta da altre fonti animali) ai mangimi dati ai bovini che di conseguenza producono latte contenente questa vitamina (11). Di conseguenza un latte vegetale addizionato con vitamina D non ha nulla di meno “naturale” del latte vaccino.
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Vitamina B12: è generalmente assente in una dieta vegan, ma può essere facilmente integrata con supplementi o prodotti fortificati (vedi domanda n.5). Alcune marche di latte contengono molti altri nutrienti addizionati (p.e. gli acidi grassi della serie Omega-3), ma lo stesso vale o potrebbe valere per il di latte di soia arricchito o altri prodotti vegetali arricchiti.
Il latte, tuttavia, contiene anche:
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Lipidi: molti dei grassi del latte sono saturi e, a meno che il latte non sia scremato, il contenuto lipidico è elevato;
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Lattosio: è causa di problemi gastrointestinali per intolleranti e allergici;
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Colesterolo: l’ipercolesterolemia è una delle principali cause di patologie cardiovascolari. Sebbene il colesterolo introdotto con la dieta abbia una minore importanza nell’insorgenza dell’ipercolesterolemia rispetto al consumo di grassi saturi, la quantità di colesterolo presente nel latte è comunque potenzialmente dannosa per la salute;
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Proteine animali: aumentano l’escrezione di calcio con le urine (8,9) riducendo o annullando gli eventuali vantaggi di un’elevata assunzione di calcio (vedi domanda n.2).
Non va inoltre dimenticato che:
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sebbene non sia ancora definitivamente dimostrata, la tesi che il consumo di latte bovino nell’infanzia aumenti la probabilità di contrarre il diabete insulino-dipendente è confermata da diversi studi clinici (1-3);
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come tutti i prodotti animali, il latte contiene una quantità di inquinanti chimici (soprattutto pesticidi, diossina e PCB) decisamente superiore ai prodotti vegetali, dato che gli animali, come degli “accumulatori biologici”, concentrano gli inquinanti che assumono nei loro tessuti e quindi anche nel latte (4);
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numerosi studi epidemiologici rilevano una chiara correlazione positiva tra il consumo di latticini e il cancro alla prostata, una delle più importati cause di morte per tumore nella popolazione maschile (16-20);
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per quanto riguarda la prevenzione dell’osteoporosi, nonostante quello che viene generalmente creduto, i latticini non hanno un effetto protettivo dimostrato e diversi studi epidemiologici evidenziano che nei paesi in cui il consumo di latticini è maggiore è maggiore anche l’incidenza di osteoporosi (5-7,12-14) e delle fratture ossee correlate. Ciò può essere detto a maggior ragione per i formaggi, che, oltre ad essere più ricchi di grassi saturi e colesterolo del latte, essi contengono spesso molto sodio, minerale che aumenta l’escrezione di calcio tramite le urine. Non per nulla una recente analisi di tutti gli studi ad oggi pubblicati sul rapporto tra il consumo di latticini e l’incidenza di osteoporosi (10) ha rilevato che nella maggior parte (il 59%) delle pubblicazioni con risultati statisticamente significativi, il consumo di latticini non ha effetti protettivi nei confronti di questa patologia e il 14% ha rilevato che i latticini aumenterebbero addirittura l’incidenza di osteoporosi. Solo per il 29% degli studi il latte e i suoi derivati avrebbe un effetto protettivo. L’abitudine invece di gran lunga più efficace nella prevenzione dell’osteoporosi (e di molte altre patologie) è, quella di praticare regolarmente attività fisica. Probabilmente alcuni latticini possono essere preferibili dal punto di vista nutrizionale. Il latte scremato contiene meno grassi saturi e lo yogurt contiene poco lattosio. Ciò tuttavia non toglie che sebbene siano prodotti preferibili ai formaggi e al latte intero essi rimangono comunque quantomeno non necessari nell’alimentazione umana.
In considerazione di quanto fin qui detto è chiaro che non si possa consigliare il consumo di latticini come mezzo di prevenzione dell’osteoporosi, dal momento che nel complesso i dati scientifici non confermano questa tesi. Se a questo aggiungiamo il fatto che il contenuto di grassi saturi, colesterolo ed inquinanti chimici dei latticini comporta indubbiamente dei rischi per la salute, l’unica conclusione che se ne può trarre è che il consumo di tali alimenti non è consigliabile. Il latte di soia addizionato con vitamina D2, calcio e vitamina B12 potrebbe essere un valido sostituto del latte di vacca, ma purtroppo in Italia non è disponibile, al contrario che in altri paesi in cui i vegan sono più numerosi (p.e. in Inghilterra è disponibile il latte di soia della Plamil). Esso infatti avrebbe un profilo lipidico notevolmente migliore, non conterrebbe colesterolo ed apporterebbe i nutrienti utili del latte vaccino oltre ad alcune sostanze in grado di ridurre la colesterolemia e proteggere dai tumori, come gli isoflavoni. E’ interessante notare a questo proposito che il latte di soia ha un effetto protettivo specifico contro il cancro alla prostata (15), mentre il latte vaccino, come già detto, è fortemente sospettato di aumentare l’incidenza proprio di questo tipo di tumore. Infine va ricordato che il latte di soia senza alcun supplemento vitaminico e di calcio non deve invece intendersi come un sostituto del latte vaccino, almeno dal punto di vista nutrizionale (dal punto di vista culinario, invece, i latti vegetali sostituiscono ottimamente il latte vaccino).
(1) Gerstein HC. Cows’ milk exposure and type 1 diabetes mellitus. A critical overview of the clinical literature. Diabetes Care 1994; 17: 13-19. (2) Vaarala O, et al. Cellular immune response to cow’s milk beta-lactoglobulin in patients with newly-diagnosed IDDM. Diabetes 1996; 45: 178-82 (3) Cow’s milk consumption, disease-associated autoantibodies and type 1 diabetes mellitus: a follow-up study in siblings of diabetic children. Childhood Diabetes in Finland Study Group. Virtanen SM et al. Diabet Med 1998 Sep 15:9 730-8 (4) J. Hergenrather et al., New England Journal of Medicine, 304: 792 (1981) (5) Feskanich D, Willett WC, Stampfer MJ, Colditz GA. Milk, dietary calcium, and bone fractures in women: a 12-year prospective study. Am J Publ Health 1997;87:992-7. (6) Cumming RG, Klineberg RJ. Case-control study of risk factors for hip fractures in the elderly. Am Journal of Epidemiology, 1994;139:493-503. (7) Abelow B.J. et al., Calcif Tissue Int 50:14-18, (1992). (8) Breslau N.A. et al., J Clin Endocrinol Metabol 66:140-146 (1988). (9) Remer T, Manz F., Estimation of the renal net acid excretion by adults consuming diets containing variable amounts of protein. Am J Clin Nutr 1994;59:1356-61. (10) RL Weinsier, CL Krumdieck, Dairy foods and bone health: examination of the evidence, American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 72, No. 3, 681-689, settembre 2000. (11) S. Focardi, servizio consumatori Parmalat, comunicazioni personali, 07/01/2001 e 02/07/2001. (12) L.A. Frassetto, K.M. Todd, R.C. Morris, A Sebastian, Worldwide Incidence of Hip Fracture in Elderly Women Relation to Consumption of Animal and Vegetable Foods. The Journals of Gerontology Series A: Biological Sciences and Medical Sciences 55:M585-M592 (2000). (13) DE Sellmeyer, KL Stone, A Sebastian, SR Cummings, A high ratio of dietary animal to vegetable protein increases the rate of bone loss and the risk of fracture in postmenopausal women, American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 73, No. 1, 118-122, January 2001. (14) U.S. Barzel, L.K. Massey, Excess Dietary Protein Can Adversely Affect Bone, The Journal of Nutrition Vol. 128 No. 6 June 1998, pp. 1051-1053. (15) Jacobsen BK, Knutsen SF, Fraser GE.Cancer Does high soy milk intake reduce prostate cancer incidence? The Adventist Health Study (United States), Causes Control, 1998 Dec;9(6):553-7. (16) La Vecchia C, Negri E, D’Avanzo B, Franceschi S, Boyle P., Dairy products and the risk of prostatic cancer., Oncology 1991;48(5):406-10. (17) Bosetti C, Tzonou A, Lagiou P, Negri E, Trichopoulos D, Hsieh CC, Fraction of prostate cancer incidence attributed to diet in Athens, Greece., Eur J Cancer Prev 2000 Apr;9(2):119-23. (18) JM Chan, MJ Stampfer, J Ma, PH Gann, JM Gaziano, EL Giovannucci, Dairy products, calcium, and prostate cancer risk in the Physicians’ Health Study, American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 74, No. 4, 549-554, October 2001. (19) Michaud DS, Augustsson K, Rimm EB, Stampfer MJ, Willet WC, Giovannucci E., A prospective study on intake of animal products and risk of prostate cancer. Cancer Causes Control 2001 Aug;12(6):557-67. (20) Snowdon DA, Phillips RL, Choi W. Diet, obesity, and risk of fatal prostate cancer. Am J Epidemiol 1984 Aug;120(2):244-50
13) L’uovo è un alimento sano e utile nell’alimentazione umana?
Anche nel caso delle uova dobbiamo ripetere in parte quanto detto per il latte: si tratta di un alimento che contiene alcuni nutrienti utili, ma non ne è nel complesso consigliabile il consumo da parte dell’uomo. L’unico nutriente utile nell’alimentazione vegan contenuto in quantità apprezzabili nell’uovo è essenzialmente la vitamina B12. Le uova possono anche contenere vitamina D, acidi grassi della serie omega-3 (se le galline vengono alimentate con mangimi specifici) zinco e ferro, ma questi micronutrienti non sono presenti in genere in quantità rilevanti, specie se consideriamo tali quantità in rapporto al contenuto di grassi, colesterolo, calorie e proteine animali delle uova. L’uovo contiene anche colesterolo e grassi saturi in notevoli quantità, che possono contribuire all’insorgere di patologie cardiovascolari (1), oltre che proteine animali che aumentano l’escrezione di calcio (vedi domanda 12) favorendo l’osteoporosi in mancanza di un elevato apporto di questo minerale. Risulta perciò chiaro che il consumo di uova non può essere consigliato semplicemente sulla base del suo contenuto di vitamina B12. Consumare due o tre uova al giorno garantirebbe l’apporto necessario di vitamina B12, ma comporterebbe l’introduzione di quantità notevoli di grassi saturi, colesterolo e proteine animali, sostanze per nulla salubri e comunque non necessarie. I prodotti fortificati possono fornire un apporto adeguato di questa vitamina, senza introdurre nella dieta grassi saturi o colesterolo. Si ricordi infine che le uova, in particolare crude e durante il periodo estivo, sono tra i principali veicoli di salmonella mentre i prodotti vegetali sono generalmente molto più sicuri dal punto di vista microbiologico.
(1) RM Weggemans, PL Zock, MB Katan, Dietary cholesterol from eggs increases the ratio of total cholesterol to high-density lipoprotein cholesterol in humans: a meta-analysis. American Journal of Clinical Nutrition, Vol. 73, N.5, pagg. 885-891.
14) Quanti ritengano che il peso della rinuncia a mangiare carne o altri prodotti animali non valga i benefici per la propria salute, perché dovrebbero diventare comunque vegan o vegetariani?
Esiste un’altra ottima ragione (probabilmente quella più importante di tutte) per essere vegetariani o – molto meglio – vegan, a prescindere dai benefici per la propria salute e per l’ambiente. Forse non tutti si rendono conto che la produzione di carne, latte e uova significa per miliardi di animali una esistenza fatta solo di sofferenze che somiglia molto più ad una lunga morte che ad una seppur breve vita. La carne che gli uomini mangiano deriva da animali cresciuti in allevamenti , rinchiusi in ambienti incompatibili con le loro esigenze fisiologiche, privati di qualunque libertà di movimento, alimentati al solo fine di produrre il massimo nel più breve tempo possibile e infine uccisi sistematicamente e senza pietà in quelle macabre “catene di smontaggio” che sono i moderni macelli. Anche se in genere i consumatori di carne razionalizzano le loro abitudini alimentari adducendo vari pretesti per convincere sé e gli altri che ciò che fanno è giusto, essi si rendono conto che la carne nei propri piatti deriva dall’uccisione di animali. Pertanto il problema consiste semplicemente nel diventare consapevoli che uccidere è sbagliato, a prescindere dalla specie a cui appartiene la vittima.
Nel caso dei latticini e delle uova, invece il problema principale è che la maggior parte delle persone, inclusi moltissimi vegetariani, è convinta – a torto – che il consumo di questi prodotti non comporta né sofferenza, né tantomeno morte per gli animali allevati. In realtà il consumo di latticini è inevitabilmente la causa delle sofferenze e della morte di un enorme numero di animali che solo una scelta vegan può salvare. Il perché è lungi dall’essere intuitivo, ma è presto spiegato. Il latte viene prodotto da vacche allevate senza tenere conto dei loro minimi bisogni etologici, inseminate artificialmente e geneticamente selezionate per produrne quanto più possibile, sebbene questo induca negli animali delle tare genetiche che sono causa di sofferenze per tutta la loro vita. I vitelli vengono strappati dalla nascita alle loro madri, rinchiusi in stretti box nei quali vengono alimentati con una dieta innaturale per renderli anemici e far sì che la loro carne rimanga bianca e tenera come vogliono i consumatori e, infine, vengono mandati al macello. Se non fossero ingravidate e quindi non mettessero al mondo i vitelli destinati al macello, le vacche non produrrebbero latte, il cui consumo causa queste immani sofferenze che possiamo evitare solo diventando vegan. E’ importante sottolineare che, oltre ai vitelli, anche le vacche da latte vengono sempre macellate per produrre carne al termine della loro vita produttiva (molto più breve della loro vita naturale). Basti pensare che oltre la metà della carne consumata in Italia deriva proprio da bovini da latte che vengono allevati in quanto ci sono consumatori di latticini. Purtroppo non ci sono soluzioni: nessuna vacca produce latte senza partorire i vitelli e questi ultimi, se maschi, sono redditizi solo se trasformati in carne, mentre se sono femmine oltre che in hamburger sono trasformate in macchine per la produzione di latte. Se una persona ritiene di doversi impegnare per minimizzare la sofferenza inferta agli animali per causa sua, deve rendersi conto della necessità morale del veganismo, ferma restando la possibilità e l’opportunità dal punto di vista nutrizionale di una alimentazione priva di prodotti animali.
Le uova sono prodotte in sterminati “lager di galline”: gli allevamenti intensivi nei quali, per massimizzare la produzione, le galline sono allevate per tutta la loro breve vita in gabbie che lasciano ad ogni animale uno spazio di 450 centimetri quadrati, cioè meno di un di un foglio di carta A4. Le galline “così fortunate” da non morire per le malattie, lo stress o per le mutilazioni, vengono macellate per diventare carne di seconda scelta, non appena la loro produttività diminuisce sotto un livello fissato dall’allevatore. A parte le condizioni infernali di allevamento delle galline, il vero problema del consumo di uova è a monte ed è ineliminabile. Vediamo il perché. Parte dei pulcini che nascono negli allevamenti, dopo aver tagliato loro il becco per evitare che da adulti si uccidano per lo stress indotto dal sovraffollamento delle gabbie, va a sostituire le galline improduttive che sono già state macellate. In parte vengono invece direttamente triturati vivi e smaltiti come rifiuti, mentre fino a poco tempo fa, prima dell’epidemia di BSE, erano usati come mangime per altri animali. Anche ammesso che un allevamento rifiutasse di macellare i pulcini maschi e le galline vecchie, prima o poi i pulcini maschi (praticamente privi di valore economico) fatti nascere insieme ai pulcini femmina necessari a sostituire le galline morte naturalmente, diventerebbero un numero ingestibile, dato che ci sarebbe circa un gallo (che richiederebbe nutrimento senza produrre alcunché) per ogni gallina produttiva, oltre che un numero enorme di galline poco o nulla produttive perché troppo vecchie. Perciò, mentre risulta in teoria ipotizzabile un processo produttivo in grado di rispettare la vita delle galline, di fatto questo rimane del tutto utopico per evidenti ragioni economiche e logistiche. Da questo si può facilmente dedurre che è praticamente impossibile garantire una produzione di uova eticamente accettabile per chi ritiene che tutti gli animali coscienti abbiano dei diritti e, soprattutto, che consumando uova si contribuisce di fatto a causare un’enorme quantità di sofferenza ad un enorme numero di animali senzienti.
A questo punto la domanda che dobbiamo porci è una sola e cioè, mettendo su un piatto della bilancia la propria abitudine di mangiare prodotti animali e sull’altro l’immensa quantità di sofferenza e morte che questa abitudine comporta per altri esseri senzienti, da che parte penderà l’ago della bilancia? Noi crediamo che la risposta possa essere una sola e cioè che l’olocausto di infinite vite coscienti nei macelli e negli allevamenti pesi incommensurabilmente di più della nostra abitudine alimentare che causa questo olocausto.
Va comunque detto che descrivere e spiegare a parole la sorte degli animali da allevamento non è sufficiente per far capire alla gente cosa realmente avviene loro, sia che vengano allevati per produrre carne, sia che vengano allevati per produrre latteo uova. Ciò che davvero può far risvegliare le coscienze sono le fotografie o i filmati sulla realtà dei moderni allevamenti, documenti che descrivono meglio di qualunque discorso quello che gli animali devono subire.
Tutte le persone che si rifiutano di diventare vegan dovrebbero vedere con i propri occhi quello che il loro rifiuto comporta per moltissimi esseri coscienti. Filmati e foto sono disponibili nella sezione Mostra fotografica e filmati su allevamenti e macelli. Nascondersi dietro alla paura di vedere una realtà orribile non è un atteggiamento moralmente accettabile. Inoltre i filmati non servono solo a convincere sé stessi della necessità di un cambiamento nelle proprie abitudini alimentari, ma possono essere usati per informare e convincere anche le persone intorno a noi. Non bisogna lasciare che chi abusa degli animali riesca nell’intento di nascondere le sue azioni alla gente.
15) Perché escludere anche il pesce dalla propria dieta? Non è forse vero che il pesce fa bene?
I nutrienti potenzialmente utili che il pesce fornisce a chi lo consuma sono essenzialmente proteine e ferro, contenuti entrambe in quantità adeguate in una dieta vegan e vegetariana (1,2) e non è pertanto necessario introdurne ulteriormente essendo l’eccesso di proteine e di ferro nell’alimentazione correlati con un aumento dell’incidenza di tumori e patologie cardiovascolari (3-7). Non va dimenticato, che il pesce contiene anche altri grassi saturi (molto ridotti nei cibi vegetali) e colesterolo (del tutto assente nei prodotti vegetali), sostanze che sicuramente aumentano l’incidenza di patologie cardiovascolari. Infatti la dieta elaborata dal Dr. Ornish, l’unica in grado di apportare, senza l’uso di farmaci, sostanziali miglioramenti nelle persone affette da malattie cardiovascolari, è praticamente vegan e non prevede il pesce (né, ovviamente, la carne) (11).
Secondo molti studi, alcuni acidi grassi della famiglia degli omega-3 (l’EPA e il DHA), contenuti soprattutto nel pesce, ridurrebbero l’incidenza di malattie cardiovascolari, ma altre ricerche cliniche hanno al contrario rilevato che chi mangia spesso pesce ha una maggiore incidenza di patologie cardiache (8) o, comunque, che il pesce non ha effetti protettivi (9). Altri studi rilevano che il consumo di olio di pesce aumenta il colesterolo, diminuisce la tolleranza al glucosio, favorendo l’insorgere del diabete, oltre che i livelli di acido diomogammalinolenico (un acido grasso con effetti preventivi nei confronti delle patologie cardiovascolari e delle infiammazioni) (23).
Infine EPA e DHA avrebbero effetti immunosoppressori, riducendo l’attività del sistema immunitario umano (24, 25). Comunque i cibi vegetali (in particolare l’olio di lino, le noci, la soia e suoi derivati) contengono un tipo di acido grasso della famiglia degli omega-3 (l’acido alfa-linolenico) che l’organismo umano è in grado di convertire in DHA ed EPA (10). Perché questa conversione sia efficiente è essenziale ridurre al minimo il consumo di grassi saturi e idrogenati e moderare il consumo di acidi grassi polinsaturi della serie omega-6 (vedi domanda 10).
In ogni caso è ampiamente dimostrato che sia i vegetariani che, soprattutto, i vegan hanno già una bassa incidenza delle patologie che l’EPA e il DHA contenuti nel pesce dovrebbero prevenire (1) tanto che l’uso di oli vegetali ad alto contenuto di omega-3 è efficace nell’aumentare le concentrazioni di EPA e DHA nel sangue dei vegetariani, ma questo non riduce in maniera rilevante i parametri ematici rilevanti per la previsione del rischio di patologie cardiovascolari (26). Infine una dieta ricca di pesce è anche ricca di proteine animali che aumentano notevolmente l’escrezione di calcio e quindi il rischio di osteoporosi (12, 22). Consumare abbondanti quantità di latticini per aumentare l’assunzione di calcio probabilmente non diminuirebbe il rischio di osteoporosi e sicuramente aumenterebbe ulteriormente i grassi animali e i rischi correlati. Un altro problema è l’elevato contenuto di inquinanti tossici dei cibi animali e in particolare del pesce che è tra le prime cause dell’esposizione umana alla diossina (13,14) e al mercurio (15), sostanze che ne rendono sconsigliabile il consumo per via dei loro accertati effetti cancerogeni e neurotossici, specie per i bambini.
A conferma di ciò, uno studio giapponese ha dimostrato un aumento dell’incidenza di cancro e patologie neurologiche nei consumatori di pesce (16). La dieta migliore per limitare al massimo l’assunzione di queste sostanze tossiche è quella vegan (17). Questa è anche la ragione per la quale è sconsigliabile usare olio di pesce per aumentare il proprio consumo di grassi omega-3: la diossina e gli altri inquinanti presenti nei pesci si concentrano nelle parti grasse del loro corpo e quindi è possibile che le si ritrovino, concentrate, negli oli di pesce. Ci sono anche ottime ragioni ecologiche per non mangiare pesce. Infatti secondo i dati del 1994 forniti dal WWF inglese vi sono almeno 15 specie di pesci commercialmente sfruttabili il cui stock si è notevolmente ridotto, 12 specie il cui stock è sovrasfruttato e 3 specie già scomparse (18).
Secondo i dati delle Nazioni Unite, almeno 17 delle maggiori aree di pesca nel mondo hanno raggiunto o superato il livello di sfruttamento massimo (19). Questo sfruttamento eccessivo ha portato ad una rapida diminuzione del pescato ed è molto significativo che nel 1994, secondo i dati delle Nazioni Unite, i pescatori abbiano speso 124 miliardi di dollari per un pescato del valore di soli 70 miliardi di dollari (19). Il guadagno dei pescatori è stato pagato con le sovvenzioni che gli Stati hanno erogato usando il denaro di tutti i contribuenti. Inoltre è da rilevare il problema degli scarti della pesca che evidenzia chiaramente la rapacità con la quale l’uomo sfrutta i mari. Basti pensare che, secondo i dati della FAO, ogni anno vengono scaricati in mare tra i 17 e i 29 miliardi di tonnellate di pesce pescato (e quindi ormai già morto) in quanto non gradito dai consumatori dei paesi ricchi (18). Gli allevamenti di pesci non sarebbero una soluzione ecologicamente ed economicamente valida innanzitutto perché gran parte dei pesci allevati sono alimentati con farine proteiche spesso ottenute triturando altri pesci “di scarto” (20) pescati a maggiori profondità. Questo non farebbe che aumentare lo sfruttamento dei mari dato che il mercato dei pesci meno pregiati verrebbe favorito, contribuendo così a danneggiare gli ecosistemi marini anche a maggiori profondità. Inoltre gli allevamenti ittici sono altamente inquinanti (per via delle grosse quantità di liquami prodotti – fino ad una tonnellata di rifiuti solidi per ogni tonnellata di pesce prodotta – e dei farmaci utilizzati) (21), necessitano di ampi spazi lungo le coste o di enormi quantità di acqua dolce (8 tonnellate d’acqua per ogni tonnellata di pesce contro le 5 tonnellate per la carne di maiale) (21) e non sono in grado di competere con le fonti vegetali di proteine quanto ad efficienza: 5Kg di pesci oceanici ridotti in mangime per ogni Kg di pesce d’allevamento (21). Si ricordi infine che tutte le considerazioni di ordine etico fatte a proposito dell’allevamento e della macellazione degli animali terrestri, vale anche per gli animali acquatici.
Anche se i pesci non possono gridare il loro dolore come fanno molti mammiferi terrestri, questo non toglie che essi soffrano e siano animali coscienti (27). Questo è quanto concludeva nel settembre del 1996 il “Farm Animal Welfare Council Report on the Welfare of Farmed Fish” (”Rapporto sul benessere dei pesci d’allevamento a cura del Concilio per il benessere degli animali d’allevamento”) su consultazione del Ministero dell’Agricoltura inglese: ” … l’evidenza scientifica (…) mostra chiaramente che il termine ’stress’ è sicuramente rilevante per quanto riguarda i pesci e che le modalità secondo le quali lo stress si manifesta in essi sono estremamente simili a quelle dei mammiferi. Che il temine ‘dolore’ possa essere fondatamente utilizzato riferendosi ai pesci è dimostrato da studi anatomici, fisiologici e comportamentali, i cui risultati sono molto simili a quelli degli studi compiuti su uccelli e mammiferi. Il fatto che i pesci siano animali a sangue freddo non significa che essi non possiedano un sistema nervoso che permette di provare dolore e che questo sistema sia effettivamente preposto a preservare la vita e massimizzare l’idoneità biologica degli individui. Le cellule recettrici, i neuroni e le sostanze specializzate nella trasmissione presenti nel sistema nervoso dei pesci sono estremamente simili a quelli presenti nei mammiferi.”
(1) Messina VK, Burke KI, Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321. (2) Craig WJ., Iron status of vegetarians. Am J Clin Nutr, 1994;59, (supplemento), pag.1233-1237. (3) Armstrong B.K, Doll, R., Int J Cancer 15:617-631 (1975). (4) Jain M. et al., Int J Cancer 26:757-768 (1980). (5) Committee on Diet, Nutrition, and Cancer of the National Research Council. Diet, Nutrition, and Cancer. National Academy Press, Washington DC, 1982. (6) Salonen JT, Nyyssonen K, Korpela H, Tuomilehtl J, Seppanen R, Salonen R. High stored iron levels are associated with excess risk of myocardial infarction in eastern Finnish men. Circulation. 1992; 86: 803- 811. (7) Stevens, R.G. et al., Moderate elevation of body iron level and increased risk of cancer occurrence and death. International Jnl of Cancer v.56 p.364-369 (1994) (8) Ascherio A., Rimm EB, Stampfer MJ, Giovannucci EL, Willett WC. Dietary intake of marine n-3 fatty acids, fish intake, and the risk of coronary disease among men. N Engl J Med 1995;332:977-82. (9) Mann J.I. et al., Dietary determinants of ischaemic heart disease in health conscious individuals. Heart, 78:450-5,(1997). (10) Davis, B. Essential Fatty Acids in Vegetarian Nutrition. Issues in Veg Diet 1998;7:5-7 (11) Ornish, D. et al. Can lifestyle changes reverse coronary heart disease? Lancet 336:129-133 (1990). (12) Breslau N.A. et al., J Clin Endocrinol Metabol 66:140-146 (1988). (13) FDA Launches Study on Dioxin in Fish, Dairy Foods, Food Chemical News February 27, 1995. (14) U.S. Environmental Protection Agency, Estimating Exposure To Dioxin-Like Compounds Vol. II: Properties, Sources, Occurrence And Background Exposures, EPA/600/6-88/005CB; giugno 1994, External Review Draft, pag. 4-37. (15) Mahaffey R.K., Rice G., Mercury Study Report To Congress Volume IV: An Assessment of Exposure to Mercury in the United States, EPA-452/R-97-006, dicembre 1997. (16) Acta Pathol Jpn, 1982, 32 (suppl. 1):73 (17) Hall, R H. A new threat to public health: organochlorines and food. Nutrition & Health v.8 p.33-43 (1992). (18) Greenpeace News 1/1995 (rivista della delegazione italiana di Greenpeace). (19) Lester Brown et al., Vital Signs 1994, Worldwatch Institute, pag. 32. (20) C. Safina, “The World’s Imperiled Fish”, Scientific American, novembre 1995. (21) A. Platt McGinn, World Watch ed. italiana, novembre 1998, pagg. 14-15. (22) Abelow BJ, Holford TR, Insogna KL., Cross-cultural association between dietary animal protein and hip fracture: a hypothesis. Calcif Tissue Int 1992 Jan;50(1):14-8. (23) Horrobin DF, Interactions between n-3 and n-6 essential fatty acids (EFAs) in the regulation of cardiovascular disorders and inflammation. Prostaglandins Leukot Essent Fatty Acids 1991 Oct;44(2):127-31. (24) Purasiri P, Mckechnie A, Heys SD, Eremin O. Modulation in vitro of human natural cytotoxicity, lymphocyte proliferative response to mitogens and cytokine production by essential fatty acids, Immunology 1997 Oct;92(2):166-72. (25) Maki P.A., Newberne P.M. Dietary lipids and immune function. J. Nutr. 122, 610, 1992. (26) Li D, Sinclair A, Wilson A, Nakkote S, Kelly F, Abedin L, Mann N, Turner A, Effect of dietary alpha-linolenic acid on thrombotic risk factors in vegetarian men. Am J Clin Nutr, 1999 May 69:5 872-82. (27) “Fish react to stress and other environmental challenges in much the same way as traditional research animals”. (T. Brattelid, AJ Smith; Laboratory Animals (2000) 34, 131-135).
16) Gli sportivi possono essere vegan o vegetariani?
Certamente sì. Le diete vegan e vegetariane sono del tutto compatibili con un’attività sportiva (1) anche molto intensa e sono addirittura consigliabili per chi pratica sport di resistenza, in virtù dell’elevato apporto di carboidrati che è fondamentale per l’atleta (2) e più facilmente ottenibile con questo tipo di alimentazione (1).
E’ ormai noto da tempo che sono non tanto le proteine quanto proprio i carboidrati (e i grassi) a fornire le energie necessarie ad un atleta. E’ infatti il glicogeno presente nei muscoli a determinare in gran parte la resistenza muscolare dell’atleta e la produzione del glicogeno è correlata con l’assunzione di carboidrati complessi (1).
Quanto alle proteine, va detto che non vi è un consenso generale sull’effettiva necessità di un aumento dell’assunzione per chi compie attività fisica anche intensa e alcuni studi concludono che tale aumento non sia necessario (3). Secondo altri studi invece il fabbisogno proteico giornaliero aumenta da 0,8g per ogni Kg di peso corporeo (fabbisogno normale), fino a 1,2g -1,8g per 1Kg peso corporeo (fabbisogno di atleti professionisti) (4). Comunque, solo una parte di questo aumento del fabbisogno proteico è dovuto all’aumento della massa muscolare e gran parte di esso è invece dovuto semplicemente all’aumento del fabbisogno energetico (4) che potrebbe essere soddisfatto anche con una maggiore assunzione di carboidrati complessi. A conferma di ciò, è dimostrato che negli sportivi un’alimentazione carente di carboidrati aumenta il fabbisogno proteico (5).
Anche dando per dimostrata l’opportunità per gli sportivi di assumere più proteine, va detto che vegan e vegetariani possono senza problemi soddisfare tale fabbisogno aumentando le calorie consumate: i vegetariani ottengono mediamente il 12,5% delle calorie dalle proteine e i vegan l’11% (6), il che significa che un atleta di 80 Kg che consumasse 3600 Kcal al giorno in una dieta vegetariana otterrebbe 1.41g di proteine per Kg di peso corporeo (più che a sufficienza per la stragrande maggioranza degli sportivi) e 1,2g di proteine per Kg di peso corporeo seguendo una dieta vegan (sufficienti per una gran parte degli sportivi) (6). Aumentare, anche sensibilmente, tali valori in una dieta vegan e vegetariana mantenendo costanti le calorie introdotte è comunque fattibile semplicemente aumentando la quantità di legumi e diminuendo la quantità di cereali nei pasti.
Per quanto riguarda il ferro, va detto che specialmente le donne che praticano attività sportiva intensa sono a maggiore rischio di carenza di questo minerale e che bassi livelli di ferritina nel sangue possono compromettere le prestazioni atletiche. Vegan e vegetariani dovrebbero prestare particolare attenzione ai valori ematici di ferritina e, solo nel caso di effettiva carenza, ricorrere ad integratori (secondo alcuni studi, le concentrazioni di ferritina molto elevate aumentano l’incidenza di cancro e patologie cardiovascolari). Ad ogni modo, gli studi recenti compiuti sugli atleti vegetariani mostrano che i loro parametri fisici non hanno nulla da invidiare agli onnivori (7,8) e un famoso studio dei primi del secolo (9) rileva una notevole prevalenza delle prestazioni fisiche di vegetariani sugli onnivori.
La migliore conferma della validità delle diete vegan e vegetariane per gli sportivi è forse il fatto che atleti come Boris Becker, Martina Navratilova, Carl Lewis (campione olimpionico di salto in lungo e di velocità), Piero Venturato (due volte campione mondiale di tutte le categorie di culturismo, oltre che sette volte campione italiano e cinque volte campione europeo), Edwin Moses (Campione olimpionico 400 m), Paavo Nurmi, (venti volte campione mondiale di marcia su strada) Alex Rabassa, (32000 Km di marcia in 500 giorni circa) e molti altri, siano vegetariani.
(1) Nieman D.C., American Journal of Clinical Nutrition, 1988;48:754-61 (suppl.) (2) Plomden M.S., Bernadot D., Journal of American Dietetic Association 93:691-696 (1993) (3) Millward J. et al., Proceedings of the Nutrition Society, 1994; 53, pag.223-240. (4) Lemon P.W., International Journal of Sport Nutrition, 1995; 5, pag. 39-61 (Suppl.) (5) Lemon P.W., Mullin J.P., Journal of Applied Physiology, 1980; 48, pag.624-629. (6) Larson D.E., Vegetarian Diet for Exercise and Athletic Training and Performing: An Update, Issues in Vegetarian Dietetics, vol.4, n.3, 1997 pag. 1-7. Per una sintesi dei risultati degli studi sull’apporto proteico nelle diete vegan e vegetariane si veda Vegan Nutrition, G. Langley, The Vegan Society, 1995, pag. 9-11 e la bibliografia ivi indicata. (7) Hanne N. et al,. J Sports Med, 1986;26:180-185. (8) Cotes J.E. et al., J Physiol 1970;209:30P-32P. (9) Fisher I., Yale Med J, 1906-1907;13:205-221.
17) Se l’alimentazione vegan e vegetariana è preferibile, perché la stampa e la TV talvolta la sconsigliano?
Nonostante vi siano molte buone ragioni per divenire vegetariani o, ancora meglio, vegan, i media si rifiutano di affrontare seriamente questo argomento e spesso si schierano contro il vegetarismo sostenendo, con l’aiuto compiacente dell’ “esperto” nutrizionista di turno, che l’alimentazione vegetariana è inadeguata o addirittura pericolosa, rifiutandosi di prendere in considerazione i dati scientifici e le ragioni morali che stanno alla base della decisione di molti vegetariani. Le ragioni di ciò sono almeno di duplice ordine: economico e psicologico.
I mezzi di informazione vivono sulla pubblicità e l’industria alimentare, in particolare quella dei prodotti animali, è uno dei principali acquirenti di spazi pubblicitari nelle TV e sui giornali. E’ evidente che se quella realtà che i produttori di alimenti animali vogliono nascondere in tutti i modi, la realtà degli allevamenti e dei macelli, arrivasse sulle pagine dei quotidiani e sugli schermi televisivi, il numero di vegetariani aumenterebbe e i produttori subirebbero gravissime perdite economiche con la conseguenza che non vorrebbero più continuare a pagare spazi pubblicitari sui media che hanno divulgato queste informazioni. Ciò sarebbe drammatico per questi ultimi, in quanto si vedrebbero privati di una considerevole parte dei loro guadagni.
Le ragioni di ordine psicologico sono invece più sottili e non riguardano solo i media e i giornalisti. Non dobbiamo dimenticare che il vegetarismo porta con sé delle conseguenze rivoluzionarie sul piano sociale e morale: gli animali sono esseri coscienti, in grado di soffrire quanto gli esseri umani, inoltre gli uomini possono vivere senza mangiare gli animali e quindi essi non hanno il diritto di ammazzarli per il banale scopo di procurarsi dei piaceri voluttuari.
Purtroppo la gente non ama sentirsi dire che il proprio comportamento è moralmente sbagliato anche perché il rendersi conto di questo significa rinunciare ad abitudini (come quella di mangiar carne) e a convinzioni consolidate (p.e. che gli animali siano esseri inferiori a nostra disposizione). insomma la gente preferisce razionalizzare i propri atti con delle argomentazioni pretestuose come l’inadeguatezza della dieta vegetariana, piuttosto che metterli in discussione accettando di ascoltare ciò che abbiamo da dire. Questa è una delle ragioni per le quali il vegetarismo trova dei forti ostacoli psicologici sia nell’uomo della strada sia nelle persone che, grazie al loro lavoro, avrebbero la possibilità di diffondere il nostro messaggio.
Per quanto riguarda invece i medici, bisogna dire che spesso le loro conoscenze in campo nutrizionale non sono adeguate dato che le facoltà di medicina non danno a questo materia l’importanza che dovrebbe avere. Inoltre è solo relativamente di recente che i ricercatori si sono occupati di studiare la nutrizione vegetariana e i vegetariani e i medici che non hanno sistematicamente aggiornato le loro conoscenze in questi campi non sono venuti a conoscenza dei risultati degli studi clinici sui vegan e i vegetariani.
Infine, non si può escludere che la classe medica sia tendenzialmente sospettosa e prevenuta nei confronti dell’alimentazione vegetariana a causa delle sue implicazioni di tipo filosofico. Molti vegetariani fanno questa scelta per ragioni etiche e cioè perché pensano che gli animali abbiano dei diritti ed è ovvio che chi ha questa convinzione non può che considerare criminale la sperimentazione su animali (o vivisezione che dir si voglia), chi la pratica e chi la difende, cioè la maggior parte dei medici e dei ricercatori. La diffusione del vegetarismo potrebbe portare ad una presa di coscienza nelle persone sul problema del trattamento degli animali, non solo nei macelli, ma anche nei laboratori di ricerca e questo potrebbe a sua volta mettere in pericolo carriere e guadagni di chi ha fatto della vivisezione un business (cioè una gran parte del mondo della ricerca biomedica, ditte farmaceutiche incluse).
19) I vantaggi di una dieta vegan o vegetariana sono ottenibili semplicemente modificando una dieta onnivora o assumendo certi integratori? E’ necessario essere vegan o vegetariani per minimizzare i rischi di patologie prevenibili con l’alimentazione? Tali diete aumentano l’incidenza di patologie carenziali? (*)
Queste affermazioni sono spesso ripetute dai critici dell’alimentazione vegan e vegetariana nell’intento di dimostrare che il problema dell’alimentazione onnivora è l’eccessivo consumo di cibi animali, i quali, se prodotti rispettando le norme sanitarie e consumati nelle giuste quantità, sarebbero invece salutari o perfino necessari.
Ci sono buone ragioni per non condividere questa impostazione:
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numerosi studi confermano la correlazione tra consumo di alimenti animali (specie la carne) e patologie degenerative (p.e. malattie cardiovascolari, tumori, ecc.) (7-14). Non è un caso se tra i vegan e i vegetariani l’incidenza di tumore, di ipertensione, arteriosclerosi, infarto, ictus, diabete, obesità, osteoporosi, calcoli e altre patologie è significativamente inferiore. I prodotti animali e in particolare le carni contengono necessariamente notevoli quantità di colesterolo e grassi saturi (sostanze note per aumentare l’incidenza di patologie cardiovascolari e diabete) oltre che tracce di nitrosamine e amine eterocicliche (sostanze cancerogene), che sono invece del tutto assenti o presenti in quantità drasticamente minore nell’alimentazione vegetariana. Ridurre significativamente ma non annullare il consumo di cibi carnei, sicuramente abbassa la probabilità di contrarre tali patologie, esattamente come ridurre il numero di sigarette fumate senza smettere di fumare riduce la probabilità di contrarre il cancro ai polmoni, ma ciò non toglie che alcuni studi mostrino come anche piccole quantità di carne aumentino in maniera significativa l’incidenza di alcune patologie (15,16). Un discorso in parte analogo, può essere fatto per il consumo di latticini e uova, come dimostrano alcuni studi e confronti dei fattori di rischio nei vegan e nei vegetariani (17-22). Pertanto, a meno di non individuare altri vantaggi per la salute, appare comunque sconsigliabile il consumo di cibi animali. Che esistano concreti vantaggi associati al consumo di tali prodotti è tuttavia assai improbabile, dato che tutti i nutrienti che abbiano un effetto di protezione rispetto alle più gravi e diffuse patologie sono presenti esclusivamente, principalmente o, quantomeno, anche nei cibi vegetali e dato che è ampiamente dimostrata l’adeguatezza nutrizionale del vegetarismo e del veganismo (23). Non si dimentichi inoltre un fatto banale ma importante: mangiare anche carne significa mangiare meno cibi vegetali a parità di apporto calorico e quindi ridurre inevitabilmente la quantità consumata di cibi sicuramente protettivi nei confronti delle patologie degenerative.
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è vero che una parte delle patologie causate dai cibi animali non è dovuta ai cibi in sé, ma alle modalità di produzione (p.e. il morbo di Creutzfeldt-Jakob). Tuttavia rimane difficilmente contestabile che i cibi animali siano di per sé più facilmente contaminati da farmaci, pesticidi e organismi patogeni. Infatti:
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i farmaci vengono abitualmente ed inevitabilmente utilizzati negli allevamenti a scopi terapeutici o preventivi per evitare il diffondersi di epidemie devastanti (1). Talvolta i farmaci vengono usati anche con lo scopo di accelerare l’accrescimento degli animali. E’ pertanto naturale che piccoli residui possano essere presenti nelle carni ed è difficile stabilire con certezza quali conseguenze possa avere l’esposizione a tali residui nel lungo periodo;
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i pesticidi largamente utilizzati in agricoltura ed altri contaminanti chimici (cfr. i famosi “polli alla diossina”) sono invece spesso presenti nelle carni degli animali, in quanto essi fungono da “accumulatori biologici” di queste sostanze che sono inevitabilmente presenti, magari in piccole quantità, nei mangimi vegetali e animali ma che con il tempo si depositano e si concentrano nei tessuti degli animali che li mangiano (2-4). Non per nulla il 90% della diossina assorbita nel corso della vita da una persona deriva dal consumo di carne, pesce e latticini (5);
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carne e soprattutto pesce sono prodotti molto deperibili e facilmente contaminabili da organismi patogeni quali la salmonella. Questa caratteristica è intrinseca nei cibi animali e i metodi di produzione che forniscono questi prodotti non sono certo la soluzione del problema: sono stati proprio i metodi di produzione intensiva ad essere causa dell’epidemia del morbo della mucca pazza. Non è un caso se la stragrande maggioranza delle ospedalizzazioni dovute a contaminazioni alimentari sono causate da cibi animali (6).
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naturalmente, è possibile che esista una sorta di livello di soglia del consumo di cibi animali al di sotto del quale i rischi per la salute siano minimi e pertanto non statisticamente rilevabili, tuttavia:
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vale quanto detto a proposito del fumo: il fatto che una sigaretta al mese non aumenti il rischio di cancro ai polmoni in maniera rilevabile non significa che fumare non sia dannoso per la salute;
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introdurre piccole quantità di prodotti animali non apporta alcun vantaggio rilevante da un punto di vista della riduzione dei paventati (ma assai poco provati) rischi carenziali che le diete vegan o vegetariane comporterebbero secondo alcuni. Infatti se è vero che probabilmente mangiare una bistecca al mese non aumenti significativamente le probabilità di infarto o cancro al colon è anche vero che tale bistecca non fornirebbe un apporto di nutrienti di una qualche rilevanza nel complesso della propria alimentazione (una bistecca al mese non toglie la necessità di assumere da altre fonti la quasi totalità della vitamina B12, zinco, ferro e proteine).
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gli studi fino ad oggi compiuti escludono che tutti benefici delle diete vegan e vegetariane siano da ricercare in alcuni specifici nutrienti, ma rilevano che è l’equilibrio complessivo di una corretta alimentazione vegetariana (o, ancor più, vegan) a fornire tali benefici. Da questo si deduce che non si può pensare di ottenere gli stessi vantaggi di una alimentazione basata su cibi vegetali, semplicemente assumendo integratori di fibre, vitamine o minerali: il vegetarismo offre i vantaggi che offre in virtù dell’abbondanza di certi tipi di alimenti e della assenza di altri. Inoltre è evidente che, dato un certo fabbisogno energetico giornaliero, le calorie necessarie possono essere fornite da vari tipi di cibi, ma scegliere di mangiare anche carne significa inevitabilmente ridurre il consumo di vegetali, e quindi degli alimenti maggiormente protettivi, per aumentare il consumo di cibi nocivi per la salute;
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anche ammesso e non concesso che le diete vegan siano più difficili da bilanciare in maniera corretta (per quelle vegetariane è praticamente escluso) e che quindi sia maggiore il rischio di carenze di certi specifici nutrienti, rimarrebbero comunque ottimi motivi per preferire il veganismo rispetto l’onnivorismo. Infatti è evidente che le possibili ma rare carenze di una dieta vegan possono essere compensate con degli integratori in maniera molto semplice e senza rischi. Al contrario le patologie correlate con il consumo di alimenti animali e prevenibili in larga misura con un’alimentazione vegan, sono difficilmente curabili e le terapie farmacologiche e chirurgiche comportano spese, rischi e conseguenze a lungo termine tali dal rendere indubbiamente preferibile l’eventuale (ma non certo necessario) ricorso ad integratori alimentari. In sintesi: meglio un’anemia transitoria curabile con del ferro da assumere per bocca, che un tumore maligno al colon, o un infarto del miocardio che sono tra le prime cause di mortalità nei paesi industrializzati;
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una delle ragioni per quali una dieta vegan potrebbe teoricamente essere a maggiore rischio di carenze è che la nostra società è diffusa una cultura carnivora e le abitudini, la cultura alimentare oltre che la stessa disponibilità di alimenti sono condizionati da questo fatto, rendendo meno facile la diffusione delle conoscenze (e degli alimenti) necessari per seguire un’alimentazione vegan bilanciata. Inoltre sono sempre delle ragioni storico-culturali (la costante carenza di cibo e quindi il prevalere di patologie carenziali in larghe fasce della popolazione fino al recente passato) a causare un timore ingiustificato di “non avere abbastanza da mangiare” e quindi a spingere la gente al consumo di cibi animali, un tempo rari e quindi considerati “più ricchi”. Una diffusione del veganismo, del vegetarismo e delle loro basi culturali e scientifiche, renderebbe più facile per la maggior parte della popolazione l’alimentarsi in maniera corretta, senza aumentare il rischio di carenze e diminuendo notevolmente l’incidenza delle patologie più gravi e comuni nei paesi occidentali.
(1) R. Marchesini, “Oltre il muro: la vera storia di mucca pazza”, 1996, Muzzio Ed. (2) Hall, R. H. A new threat to public health: organochlorines and food. Nutrition & Health v.8 p.33-43 (1992). (3) Food Chemical News, 11/11/1995. (4) Ahlborg U.G., Lipworth L., Titus-Ernstoff L., et al. Organochlorine compounds in relation to breast cancer, endometrial cancer, and endometriosis: an assessment of the biological and epidemiological evidence. Crit Rev Toxicol 1995;25:463-531. (5) World Health Organization, Summary Report; Consultation on Tolerable Daily Intake From Food of PCDDS and PCDFS (Report No. EUR/ICP/PCS 030(S) 0369N), Geneva, Switzerland: World Health Organization, 1990. (6) Barnard N.D., Nicholson A., Howard J.L., The Medical Costs Attributable to Meat Consumption. Preventative Medicine, vol.24, ISS 6, 1995, pag.646-655. (7) Djuric Z. et al., Oxidative DNA damage levels in blood from women at high risk for breast cancer are associated with dietary intakes of meats, vegetables, and fruits, Journal of The American Dietetic Association, maggio 1998, Vol. 98, n.5. (8) Kahn H.A. et al., Association between reported diet and all-cause mortality: 21 year follow-up on 27,350 adult Seventh-Day Adventists. American Journal of Epidemiology v.119 (5) p.775-787, 1984. (9) Snowdon, D.A. et al., Meat consumption and fatal ischaemic heart disease. Preventative Medicine v.73 (5), pag. 490-500 (1984). (10) Willett, W.C. et al., Relation of meat, fat and fibre intake to the risk of colon cancer in a prospective study among women. New England Journal of Medicine Vol 323 (24), p.1664-1672, (1990). (11) Bidoli, E. et al., Food consumption and cancer of the colon and rectum in North-Eastern Italy. International Jnl of Cancer v.50, pag.223-229, (1992). (12) Snowdon, D.A. and Phillips. R.L., Does a vegetarian diet reduce the occurrence of diabetes? American Jnl of Public Health v.75 (5) p.507-512, (1985). (13) Giovannucci, E. et al., A prospective study of dietary fat and risk of prostate cancer. Jnl of the National Cancer Institute v.85 (19) p.1571-1579, (1993). (14) Mills, P.K. et al., Cohort study of diet, lifestyle and prostate cancer risk in Adventist men. Cancer v.64 p.598-604, (1989). (15) P.N. Singh, G.E. Fraser, Am J Epidemiology, 1988;148:761-774 (16) Y.I. Kim, J.B. Mason, Nutr Rev, 1996;54:259-279 (17) S.G.A. Gimeno, J.M.P. de Souza, Diabetes Care, 1997; 20:1256-1260. (18) Y. Levy et al., Ann Nutr Metab, 1996;40:243-245. (19) M.L. Tooley et al., J Am Coll Nutr, 1988; 17:425-434. (20) Sacks F.M. et al., Plasma lipoprotein levels in vegetarians. The effect of ingestion of fats from dairy products, JAMA, 254(10):1337-1341, 1985. (21) Nagaya T et al., Serum lipid profile in relation to milk consumption in a Japanese population, J Am Coll Nutr, 15(6):625-9 1996. (22) Gerstein H.C., Cow’s milk exposure and type I diabetes mellitus: a critical overview of the clinical literature. Diabetes Care, 17(1):13-9 1994. (23) Messina V.K., Burke K.I., Position of the American Dietetic Association: vegetarian diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321.
1. Se non alleviamo questi animali, si estingueranno.
A questa “obiezione” vi sono varie risposte. Innanzitutto, il problema che il vegetariano etico si pone non è certo un problema di estinzione della specie, ma di sofferenza dei singoli individui. Inoltre, questi animali vengono fatti nascere e allevati solo per essere uccisi, non sono animali che vivono in natura. Si tratta di specie inventate dall’uomo, che in natura non esistono proprio. Esistono delle specie selvatiche che somigliano loro (i cinghiali, i bufali, vari uccelli, le lepri, ecc.), e che continueranno ad esistere, se l’uomo le lascerà in pace. Infine, far nascere degli animali con il solo scopo di tenerli prigionieri e poi ammazzarli non può essere certo visto come un servigio reso loro o alla loro specie. Molto meglio non farli nascere affatto.
2. Ma se non uccidiamo gli animali per mangiarli, non ci sarà più spazio per noi sulla Terra.
Questa obiezione è esattamente l’opposto della precedente, ma è basata su una incomprensione di fondo molto simile: questi animali non esistono in natura, siamo noi che li facciamo nascere. Non è che esistono, e noi li dobbiamo ammazzare affinché non arrivino a sopraffarci. Al contrario, siamo noi stessi che, facendoli nascere e allevandoli, rubiamo spazio alla nostra specie, e alle specie selvatiche, per far posto a questi animali: il 24% delle terre emerse del pianeta è occupato da bovini, e se contiamo anche il resto di animali d’allevamento la percentuale cresce. Per approfondimenti sul problema dello spreco di risorse dovuto agli allevamenti intensivi, si consultino le sezioni “Scelta ambientale” e “Scelta sociale” della parte “Dalla fabbrica alla forchetta”.
3. Ma non fai del male alle mucche se non le mungi?
No. Le mucche, se lasciate vivere libere, non hanno alcun bisogno di essere munte. Le mucche producono latte quando partoriscono un vitellino, come le donne umane producono latte quando partoriscono un figlio. E, come le donne non necessitano di essere munte, perché il loro latte serve da nutrimento per il loro figlio, lo stesso succede alle mucche. Quel che accade negli allevamenti è che il vitello viene portato via alla madre appena nato, e il latte della mucca viene munto e venduto. La mucca è costretta a produrre una quantità di latte pari a 10 volte quella che produrrebbe per nutrire suo figlio, con conseguente ingrossamento abnorme delle mammelle, mastiti, e quindi grande sofferenza. Per informazioni di tipo nutrizionale, per scoprire quanto il latte e i latticini siano, non solo non necessari, ma anzi dannosi alla salute umana, leggi la pagina Il latte della sezione Il cibo.
4. Siamo carnivori, per questo abbiamo i denti canini.
Sul fatto che siamo carnivori non v’è dubbio: non lo siamo affatto. Siamo onnivori, nel senso che possiamo mangiare di tutto, non che dobbiamo mangiare di tutto. Vi sono cibi che più si adattano al nostro organismo (la frutta, e i vegetali in generale), altri che vi si adattano di meno (la carne). Vedere anche la sezione FAQ. Se l’argomento a favore del nostro presunto carnivorismo è solo quello dei denti canini… beh, pensate davvero che coi nostri “canini” noi possiamo essere in grado di lacerare le carni di un animale ammazzato coi nostri “artigli”?!? Confrontate i nostri canini coi denti dei veri carnivori, e vi farete un’idea più precisa.
5. Ma se mangio le uova di gallina non fecondate, non va bene?
Il nostro rifiuto di nutrirci di uova non è dovuto al fatto che dall’uovo potrebbe nascere un pulcino, sia perché in realtà il pulcino non è nato affatto, e quindi non può essere ucciso, sia perché negli allevamenti di galline ovaiole non esistono galli, e quindi le uova non sono fecondate. Il rifiuto di consumare uova deriva dal fatto che, per produrle, le galline sono tenute prigioniere in condizioni atroci, che vengono ammazzate a “fine carriera” (cioè dopo 2 anni), e che per “produrre” una gallina ovaiola un pulcino maschio deve essere ucciso.
6. Gli animali sono stati allevati per fornirci cibo: “Sono allevati apposta”.
Questa affermazione è veramente disarmante. Sembra sottintendere che, se ammazziamo degli animali che vivono in natura, compiamo un atto condannabile, mentre se ammazziamo animali che abbiamo fatto nascere noi stessi, abbiamo tutto il diritto di farlo. Come spiegare che questo punto di vista non è così scontato e universalmente riconosciuto, ma è del tutto antropocentrico? Quel che noi sosteniamo è che non siamo padroni degli animali. Gli animali sono essere sensibili, non oggetti che possiamo usare a nostro piacimento. Non abbiamo il diritto di farli nascere, allevarli in prigionia tra mille sofferenze, e alla fine ammazzarli. Ne abbiamo il potere. Ma ciò non significa averne il diritto. Se noi non li facessimo nascere, non esisterebbero, certo. Ma questo non ci dà il diritto di ucciderli. Meglio non farli nascere affatto. Se li facciamo nascere per torturarli e ucciderli, abbiamo una responsabilità e una colpa ancora maggiori sulle nostre spalle.
7. Gli animali trasformano i vegetali che non possiamo mangiare in carne che possiamo mangiare.
Questo può essere vero in teoria, e poteva esserlo secoli fa. Ora non è più così, ma avviene invece il contrario. Come premessa va detto comunque che, anche se fosse così, non sarebbe lo stesso lecito, da un punto di vista etico, ammazzare gli animali, perché non ne abbiamo bisogno, possiamo ricavare tutti gli elementi nutritivi necessari dai vegetali, non abbiamo bisogno che altri animali li trasformino in nostra vece. Tutti gli aminoacidi essenziali sono già presenti nei vegetali. Detto questo, oggi gli animali vengono nutriti per lo più a cereali e soia, alimenti che si potrebbero usare in maniera molto più efficace per il consumo diretto umano. Un ettaro coltivato a cereali produce cinque volte più proteine di un ettaro destinato alla produzione di carne; i legumi (fagioli, piselli, lenticchie) ne producono 10 volte di più. Anche i bovini allevati a pascolo non fanno altro che rubare terra all’agricoltura, o alle foreste, comprese quelle tropicali (nella foresta Amazzonica l’88% dei terreni disboscati è stato trasformato in pascolo), provocando desertificazione e cambiamenti climatici. Ad oggi gli occidentali si possono ancora permettere questo smodato consumo di carne perché sfruttano la terra dei paesi del Sud e dell’Est del mondo che hanno un consumo di carne di molto inferiore. Se tutti consumassero tanta carne quanta ne viene consumata dagli abitanti dei paesi ricchi, non basterebbero tutte le terre emerse per garantire pascoli e mangimi per tutti gli animali. Mentre con le terre coltivate già oggi disponibili, si potrebbe nutrire una popolazione vegana ben superiore all’attuale popolazione mondiale, senza alcun problema di fame nel mondo.
8. Ah, sei vegetariano, allora mangi solo pesce?
Per avere risposta a questa domanda, basta leggere la definizione di vegetariano nella Home Page di questo Starter-kit: Vegetariano = chi esclude dalla sua alimentazione tutta la carne, di mammiferi, volatili, pesci, molluschi, crostacei e di ogni altra specie. Chi non mangia animali terresti ma si nutre di pesci NON è vegetariano.
9. Ma il tonno lo mangi ? Nooo? Ah già! Per via dei delfini…
A questa domanda risponde già la replica alla precedente, ma vale la pena di sottolineare che un vegetariano non fa distinzione di specie: un delfino non è più importante di un tonno, entrambi meritano di vivere la propria vita lontani dall’influenza umana.
10. Quella verdura lì l’hai tolta ad una mucca.
Anche per questa domanda l’ingenuità è disarmante. Ma vediamo di provare lo stesso a rispondere. Innanzitutto, non siamo tanto noi che togliamo i vegetali di bocca alle mucche quanto piuttosto il viceversa (vedi domanda 7). Inoltre, quel che noi sosteniamo è che le mucche non si dovrebbero proprio far nascere (vedi domanda 1 e 2), sono animali che alleviamo solo per poterli ammazzare (se non è gentile togliere la soia di bocca a una mucca, lo è forse ammazzarla?!), quindi, se non le facciamo nascere non vi sarà più il problema di rubargli il mangiare di bocca.
11. Ma così i macellai rimarranno senza lavoro.
Il passaggio da un mondo smodatamente carnivoro a uno totalmente vegano, se mai avverrà, sarà graduale, e non avverrà certo nel giro di pochi anni. Perciò vi sarà tutto il tempo per le future generazioni di scegliere lavori diversi. Diminuiranno i macellai, e aumenteranno altri tipi di lavoratori: fruttivendoli, addetti alla preparazione di pasti vegani, ecc.
12. Ma i frutti di mare li posso magiare? Sono “frutti”!
“Frutto di mare” è solo un modo di dire, non si tratta di vegetali, ma di animali, e il modo corretto di chiamarli è “molluschi”. Ovviamente, no, se si è vegetariani non si possono mangiare, perché si tratta di animali e non di vegetali.
13. E’ da pazzi far crescere un figlio vegan perchè è ingiusto non dargli il latte di sua madre.
E’ chiaro che dire che un bambino è vegan non significa dire che non prende il latte dalla madre. Le femmine di ogni specie, compresa quella umana, producono un latte particolare per i propri figli, che è diverso, nella composizione, da quello di tutte le altre specie, e ogni cucciolo, per crescere sano, ha bisogno del latte di SUA madre, non di quello della madre di un cucciolo di un’altra specie.
In particolare, è consigliato per i bambini vegetariani e vegani, la continuazione dell’allattamento al seno almeno fino a un anno di età, meglio anche di più, ovviamente introducendo anche altri cibi (il latte materno deve costituire, dopo lo svezzamento, solo una parte dell’alimentazione del bambino).
2. Ma allora anche le carote soffrono!Volendo rispondere in modo serio a una affermazione tanto palesemente disonesta, possiamo dire che: innanzitutto, i vegetali non hanno un sistema nervoso, e quindi, anche se sicuramente sono in grado di reagire agli stimoli esterni, non possiamo catalogare queste reazioni come sentimenti. Se anche così fosse, sarebbe un motivo in più per nutrirsi direttamente di vegetali anziché di cibi animali, perché per “produrre” carne la quantità di vegetali usata è molto maggiore di quella necessaria per il diretto consumo umano. Inoltre, abbiamo molti dubbi sul fatto che chi pone questa domanda abbia davvero a cuore la sofferenza dei vegetali: se è così insensibile da non aver problemi ad ammazzare animali per cibarsene, quando gli animali sono palesemente esseri senzienti che soffrono, perché dovrebbe farsi problemi ad addentare una carota? Una critica del genere fatta a un vegano potrebbe essere presa sul serio solo se provenisse da un fruttariano. Un fruttariano si ciba solo di frutta, e così facendo non causa né morte, né danno alle piante, perché la frutta si stacca dalla pianta in modo naturale. Chi è veramente interessato alla sofferenza delle piante, dovrebbe fare questa scelta. Se l’obiezione è invece sollevata per “dimostrarci” che non siamo coerenti fino in fondo nella nostra scelta, lasciateci rispondere “Da che pulpito vien la predica”! Chi non si preoccupa minimamente di arrecare sofferenza agli altri può star tranquillo e non essere accusato di incoerenza perché ogni cosa che fa è lecita, è la coerenza del menefreghismo. Chi invece si preoccupa di causare il minor danno possibile deve essere “perfetto”, pena il venir tacciato di incoerenza. Molto comodo! Ma lasciateci dire che a noi della coerenza importa ben poco. Ci importa di fare il più possibile per minimizzare la sofferenza che arrechiamo, e il fatto di non poter essere perfetti non è certo una ragione per indurci a non fare niente del tutto. 3. Anche gli animali si uccidono tra loro per mangiare.Alcune specie animali ne uccidono altre per cibarsene, la maggior parte delle specie invece è erbivora (o onnivora, potendosi nutrire, quando capita, di cibo animale). Perché dobbiamo prendere ad esempio i carnivori, e non gli erbivori (frugivori, nel nostro caso), a cui somigliamo di più per conformazione dell’intestino, della dentatura, degli arti? Inoltre, gli animali veramente carnivori non hanno scelta. Il leone non può nutrirsi di frutta, ne morirebbe, e non ha la possibilità di coltivare cereali e legumi. Noi sì, e abbiamo la possibilità di scegliere. Quindi la responsabilità è solo nostra, non della “Natura”. 4. Ma allora perché dai da mangiare la carne al tuo cane e al tuo gatto?Questo argomento è trattato più in dettaglio nella sezione Nutrire gli animali d’affezione. Qui ci limitiamo a dire che in effetti non vi è alcun motivo per dar da mangiare la carne a cani e gatti, perché loro non hanno più diritto di vivere di una mucca o di un maiale. E che questo cibo non è per loro naturale, perché mai, in natura, potrebbero ammazzare un bufalo o un cinghiale. Esistono oggi in commercio dei mangimi pronti, del tutto simili a quelli che normalmente usiamo per nutrire i nostri animali (e quindi senza alcuna differenza sostanziale, dal loro e dal nostro punto di vista), ma di contenuto vegetariano, con gli opportuni additivi per assicurare una dieta equilibrata. Non dar loro da mangiare questi cibi, ma continuare con le tradizionali crocchette di carne, può essere visto come una scelta “specista” di chi invece specista non vorrebbe essere, una scelta che può essere temporaneamente giustificata dal fatto di non trovare facilmente in commercio alimenti vegetariani per cani e gatti, o dal rifiuto degli stessi da parte degli animali (succede anche cambiando marca degli alimenti non vegetariani), sapendo però che si tratta di un comportamento da correggere. 5. Allora dovresti camminare sollevato da terra per evitare di pestare gli insettini.Rimandiamo per questo alla risposta alla domanda 2. Aggiungiamo solo che è ben diverso uccidere involontariamente degli insetti, durante il corso della nostra normale vita, e imprigionare, torturare e uccidere scientemente animali capaci di sentimenti. 6. E’ naturale difendere la propria specie.Sì, è naturale difenderci quando siamo attaccati, o quando una risorsa ci è necessaria per vivere e non vogliamo dividerla con altri (magari è egoista, ma è naturale). Nessuno degli animali che noi alleviamo e uccidiamo, però, ci attacca, attenta alla nostra vita, o ci è necessario per vivere. In quanto alle risorse, siamo proprio noi che le sprechiamo dandole in pasto agli animali d’allevamento. La semplice golosità, ingordigia, e inerzia al cambiamento non sono affatto reazione di difesa, e non possiamo mascherarle come tali. |









