La cultura dovrebbe essere un piacere, prima che una necessità. Di conseguenza, la cultura inculcata con la coercizione non è cultura, è indottrinamento forzato e quindi controproducente.
La scuola crea mostri, castra le menti, stupra le personalità, o almeno ci prova. La stessa espressione “scuola dell’obbligo” è qualcosa di spaventosamente fascista, secondo me.
“Ma senza scuola dell’obbligo saremmo tutti degli ignoranti!!”, avranno da obiettare in moltissimi, secondo me invece, ignoranti lo siamo lo stesso, nonostante abbiamo passato tutti qualche anno, chi più chi meno, intrappolati in quei luoghi repressivi dove di sicuro non volevamo e non vorremmo stare; qui non si vuole fare del qualunquismo, ma solo constatare quanto la maggior parte di coloro che escono dalla scuola dell’obbligo siano degli ignoranti, ma non vittime di un’ignoranza sana e pura, per così dire, ma di un’altra ben più grave che è quella causata dalla cultura piccolo-borghese che all’interno degli edifici scolastici viene distribuita con generosità.
Non a caso Pier Paolo Pasolini affermò durante un’intervista di amare maggiormente le persone che non avessero frequentato possibilmente nemmeno la quarta elementare, poichè “la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione(ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice.” Il concetto è che un sapere menomato e filtrato da fattori quali il perbenismo, la disciplina e il bigottismo trasmesso ad una mente vergine può solo essere dannoso, abbiamo quindi un ‘ignoranza indotta, una predisposizione all’ignoranza e all’ottusità, alla non cultura, che è un po’ ciò che distingue la massa dai pochi casi di cervelli raziocinanti della nostra era.
Costringere qualcuno allo studio di una disciplina è un controsenso, egli infatti si vedrà prevaricato nella propria libertà e di certo non contribuirà al progresso conoscitivo in quel dato campo, nè trarrà un qualche beneficio a livello personale da quelle nozioni assorbite controvoglia.
Fondamentalmente è questo quindi il grosso problema di ogni sistema scolastico, quello cioè di non favorire e stimolare l’innata predisposizione di un ragazzino in alcuni campi della conoscenza, pemettendogli di evitarne altri a lui invisi, ma di volerlo livellare alla media del sapere generale, statale, che è tutto fuorchè cultura, è puro nozionismo sterile ottenuto con la costrizione, un vero e proprio indottrinamento di stampo fascista.
Nella scuola tutto è fascista, dalle divise o grembiulini della prima elementare, che per fortuna oggi sembrano essere stati debellati quasi ovunque, ma che io ricordo ancora con antipatia, al saluto con alzata in piedi obbligatoria per mostrare rispetto e riverenza all’insegnante, al silenzio ottenuto con la minaccia di brutti voti, fino all’assurdità della richiesta di permesso per recarsi in bagno ad espletare i propri bisogni fisiologici, richiesta degna di paesi non democratici che comunque non sempre viene necessariamente esaudita, ciò è a discrezione del professore.
Personalmente confido nelle nuove generazioni di insegnanti ( a dire il vero concedo loro giusto il beneficio del dubbio), perchè quelle di cui io ho fatto esperienza in gioventù sono composte quasi in toto da esseri abietti, ignoranti frustrati e rigidi nella loro ottusità. Non mi sento tuttavia di biasimarli del tutto, sia chiaro; non deve essere semplice infatti, per quei pochi davvero appassionati nell’istruire i volenterosi, cercare di inculcare qualcosa per cui essi hanno sacrificato parte della vita a gente che, più o meno giustamente, se ne sbatte.
La scuola quindi, oltre che fascista negli intenti e nella struttura, è anche inutile, in quanto complica la vita ai talentuosi così come la complica agli inetti.
Tutto ciò che un’aula può fornire indistintamente a tutti di veramente utile ai fini del diventare civili-oltre che il naturale senso del rispetto per il prossimo e per l’ambiente – consiste nella capacità di leggere, scrivere e far di conto, il resto dovrebbe essere appreso di spontanea volontà dall’alunno.
E invece eccomi, bambino timido scaraventato in mezzo ai lupi, gettato in quella fossa grigia a subire ore, interminabili noiose ore di monologhi di una vecchia stronza col caschetto e la faccia da cazzo che mi strillava “vergogna!” se alla lavagna osavo sbagliare un operazione del problema di matematica. Qualcuno dovrebbe pagare per ciò che ho subito, e, come me, tantissimi altri bambini, umiliati, spesso picchiati, colpevoli di entusiasmo per la vita e scarsa predisposizione apprenditiva in educazione tecnica, naturalmente ribelli a quel perfido sistema repressivo che doveva servire a renderci delle perfette persone per bene timorate di dio.
Alle medie i miei professori erano dei pazzi, quello di lettere era un un più che sessantenne scapolo noto per dei rigogliosi peli nelle orecchie che viveva con la sorella in completo esilio con il resto del mondo, un vero disadattato emarginato dalla società che divideva la sua giornata tra l’insegnamento e delle scarpinate da 10 km almeno che la leggenda narra servissero ( e servano ad oggi) a tenerlo in vita a causa di non so bene quale malattia. Questo singolare tipo usava intervallare le sue spiegazioni della Divina Commedia con invettive a Berlusconi(“Berlusconi te pijasse un corpo ma li cojoni!“) e volgari insulti rivolti alle suore “mignotte” ed al clero in generale, composto per lo più da “froci”, il tutto fattoci pervenire in confidenza nell’orecchio dal suo alito pestilenziale. Di tanto in tanto, inoltre, rimembrava la sua giovinezza ed il suo antifascismo – solo teorico – convinto, salvo poi essere più fascista dei fascisti per quanto riguardava l’educazione scolastica, senza saperlo.
Certo, era un grande latinista, ma era/è pure matto come un cavallo da corsa.
L’insegnante di aritmetica invece aveva un curioso metodo educativo, quello basato sul principio della vendetta sommaria: chi fosse stato pescato a copiare dal foglio del compagno di banco durante il compito in classe sarebbe rimasto impunito, al contrario alla vittima del “plagio” sarebbe stato ritirato immediatemente il compito, perchè così poi ” ve la sbrigate voi da soli”, praticamente un’istigazione alla rissa post lezione.
Passiamo ora in rassegna un altro curioso elemento della mia squadra di docenti in quei tre anni, il prof di inglese, praticamente un prete, cattolico fanatico religioso a tal punto da costringerci ogni santo giorno, in scuola statale, a recitare l’Ave Maria nella lingua suddetta con l’aggiunta finale di una serie di santi suo piacimento (S. Lucia Filippini ecc..). Uomo pio e conservatore ci faceva leggere e tradurre testi di Bob Dylan e Queen(?) ed era solito sferrare pugni a chi avesse osato fare il verso a Paolo Villaggio in Fantozzi, che in quel periodo impazzava, giustamente, ma che rappresentava per egli il ritratto dell’”idiota”, forse perchè ci si riconosceva fin troppo.
Approdato più o meno forzatamente al Liceo Classico – di studiare mai avuto voglia – venni a contatto con quanto di più infimo e repellente il piccolo mondo della media borghesia potesse generare: arrivismo, classismo, servilismo, leccaculismo, bigottismo, favoritismo e snobismo misto a presunzione ed arroganza, il tutto farcito con del sano perbenismo. E furono i cinque anni peggiori della mia vita, a contatto con gente che sin da subito disprezzavo e mi disprezzava, non fosse altro per le mie origini più modeste delle loro, origini che non solo gli permettevano di sfottermi in maniera del tutto puerile, ma anche di ottenere voti più alti dei miei in ogni materia, dato che, ad esempio l’insegnante di lettere non correggeva nemmeno i temi, ma ce li riconsegnava spesso assolutamente intonsi dopo aver assegnato il voto in base al cognome che vi stava scritto sopra.
Tuttavia, dopo qualche rissarella, venni rispettato da tutti, ma continuai ad arrancare con estrema insofferenza attraverso i tortuosi sentieri del ginnasio e del liceo, tra professoresse di matematica incapaci di parlare correttamente italiano e professoresse di letteratura inglese all’oscuro dell’esistenza di William Blake, tra uno ” ..Schopenhauer non lo studiamo perchè per me vale meno de zero” e un ” ..la libertà di parola ce l’hai se io te la do‘” , mi rassegnai presto al fatto che avrei preso comunque un voto più basso di chi pronunciava durante la lettura “San Freud” al posto di Sigmund “Froid” dato che il suo cognome ed il suo conto in banca avevano un peso maggiore dei miei nel paese, quindi mi turai il naso mi autocostrinsi a terminare il liceo, più per “tigna” che per altro, continuando a dover implorare il permesso di andare a pisciare.
Fu comunque un’ottima scuola di vita perchè capii finalmente quali, da lì in poi, sarebbero diventati i miei nemici e cosa avrei combattuto con ogni mezzo una volta uscito da quella prigione.
Ancora oggi, dopo l’ennesimo incubo sull’esame di maturità- ne faccio almeno uno ogni 4/5 mesi – mi domando :” Ma come cazzo ho fatto?“
In conclusione, mi sento di affermare di essermi acculturato più da solo in un anno fuori dalla scuola che all’interno di essa per tutte quelle centinaia e centinaia di ore di tortura cerebrale e psicologica.
Io la scuola non la augurerei nemmeno al mio peggior nemico.
La scuola crea mostri, castra le menti, stupra le personalità, o almeno ci prova. La stessa espressione “scuola dell’obbligo” è qualcosa di spaventosamente fascista, secondo me.
“Ma senza scuola dell’obbligo saremmo tutti degli ignoranti!!”, avranno da obiettare in moltissimi, secondo me invece, ignoranti lo siamo lo stesso, nonostante abbiamo passato tutti qualche anno, chi più chi meno, intrappolati in quei luoghi repressivi dove di sicuro non volevamo e non vorremmo stare; qui non si vuole fare del qualunquismo, ma solo constatare quanto la maggior parte di coloro che escono dalla scuola dell’obbligo siano degli ignoranti, ma non vittime di un’ignoranza sana e pura, per così dire, ma di un’altra ben più grave che è quella causata dalla cultura piccolo-borghese che all’interno degli edifici scolastici viene distribuita con generosità.
Non a caso Pier Paolo Pasolini affermò durante un’intervista di amare maggiormente le persone che non avessero frequentato possibilmente nemmeno la quarta elementare, poichè “la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione(ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice.” Il concetto è che un sapere menomato e filtrato da fattori quali il perbenismo, la disciplina e il bigottismo trasmesso ad una mente vergine può solo essere dannoso, abbiamo quindi un ‘ignoranza indotta, una predisposizione all’ignoranza e all’ottusità, alla non cultura, che è un po’ ciò che distingue la massa dai pochi casi di cervelli raziocinanti della nostra era.
Costringere qualcuno allo studio di una disciplina è un controsenso, egli infatti si vedrà prevaricato nella propria libertà e di certo non contribuirà al progresso conoscitivo in quel dato campo, nè trarrà un qualche beneficio a livello personale da quelle nozioni assorbite controvoglia.
Fondamentalmente è questo quindi il grosso problema di ogni sistema scolastico, quello cioè di non favorire e stimolare l’innata predisposizione di un ragazzino in alcuni campi della conoscenza, pemettendogli di evitarne altri a lui invisi, ma di volerlo livellare alla media del sapere generale, statale, che è tutto fuorchè cultura, è puro nozionismo sterile ottenuto con la costrizione, un vero e proprio indottrinamento di stampo fascista.
Nella scuola tutto è fascista, dalle divise o grembiulini della prima elementare, che per fortuna oggi sembrano essere stati debellati quasi ovunque, ma che io ricordo ancora con antipatia, al saluto con alzata in piedi obbligatoria per mostrare rispetto e riverenza all’insegnante, al silenzio ottenuto con la minaccia di brutti voti, fino all’assurdità della richiesta di permesso per recarsi in bagno ad espletare i propri bisogni fisiologici, richiesta degna di paesi non democratici che comunque non sempre viene necessariamente esaudita, ciò è a discrezione del professore.
Personalmente confido nelle nuove generazioni di insegnanti ( a dire il vero concedo loro giusto il beneficio del dubbio), perchè quelle di cui io ho fatto esperienza in gioventù sono composte quasi in toto da esseri abietti, ignoranti frustrati e rigidi nella loro ottusità. Non mi sento tuttavia di biasimarli del tutto, sia chiaro; non deve essere semplice infatti, per quei pochi davvero appassionati nell’istruire i volenterosi, cercare di inculcare qualcosa per cui essi hanno sacrificato parte della vita a gente che, più o meno giustamente, se ne sbatte.
La scuola quindi, oltre che fascista negli intenti e nella struttura, è anche inutile, in quanto complica la vita ai talentuosi così come la complica agli inetti.
Tutto ciò che un’aula può fornire indistintamente a tutti di veramente utile ai fini del diventare civili-oltre che il naturale senso del rispetto per il prossimo e per l’ambiente – consiste nella capacità di leggere, scrivere e far di conto, il resto dovrebbe essere appreso di spontanea volontà dall’alunno.
E invece eccomi, bambino timido scaraventato in mezzo ai lupi, gettato in quella fossa grigia a subire ore, interminabili noiose ore di monologhi di una vecchia stronza col caschetto e la faccia da cazzo che mi strillava “vergogna!” se alla lavagna osavo sbagliare un operazione del problema di matematica. Qualcuno dovrebbe pagare per ciò che ho subito, e, come me, tantissimi altri bambini, umiliati, spesso picchiati, colpevoli di entusiasmo per la vita e scarsa predisposizione apprenditiva in educazione tecnica, naturalmente ribelli a quel perfido sistema repressivo che doveva servire a renderci delle perfette persone per bene timorate di dio.
Alle medie i miei professori erano dei pazzi, quello di lettere era un un più che sessantenne scapolo noto per dei rigogliosi peli nelle orecchie che viveva con la sorella in completo esilio con il resto del mondo, un vero disadattato emarginato dalla società che divideva la sua giornata tra l’insegnamento e delle scarpinate da 10 km almeno che la leggenda narra servissero ( e servano ad oggi) a tenerlo in vita a causa di non so bene quale malattia. Questo singolare tipo usava intervallare le sue spiegazioni della Divina Commedia con invettive a Berlusconi(“Berlusconi te pijasse un corpo ma li cojoni!“) e volgari insulti rivolti alle suore “mignotte” ed al clero in generale, composto per lo più da “froci”, il tutto fattoci pervenire in confidenza nell’orecchio dal suo alito pestilenziale. Di tanto in tanto, inoltre, rimembrava la sua giovinezza ed il suo antifascismo – solo teorico – convinto, salvo poi essere più fascista dei fascisti per quanto riguardava l’educazione scolastica, senza saperlo.
Certo, era un grande latinista, ma era/è pure matto come un cavallo da corsa.
L’insegnante di aritmetica invece aveva un curioso metodo educativo, quello basato sul principio della vendetta sommaria: chi fosse stato pescato a copiare dal foglio del compagno di banco durante il compito in classe sarebbe rimasto impunito, al contrario alla vittima del “plagio” sarebbe stato ritirato immediatemente il compito, perchè così poi ” ve la sbrigate voi da soli”, praticamente un’istigazione alla rissa post lezione.
Passiamo ora in rassegna un altro curioso elemento della mia squadra di docenti in quei tre anni, il prof di inglese, praticamente un prete, cattolico fanatico religioso a tal punto da costringerci ogni santo giorno, in scuola statale, a recitare l’Ave Maria nella lingua suddetta con l’aggiunta finale di una serie di santi suo piacimento (S. Lucia Filippini ecc..). Uomo pio e conservatore ci faceva leggere e tradurre testi di Bob Dylan e Queen(?) ed era solito sferrare pugni a chi avesse osato fare il verso a Paolo Villaggio in Fantozzi, che in quel periodo impazzava, giustamente, ma che rappresentava per egli il ritratto dell’”idiota”, forse perchè ci si riconosceva fin troppo.
Approdato più o meno forzatamente al Liceo Classico – di studiare mai avuto voglia – venni a contatto con quanto di più infimo e repellente il piccolo mondo della media borghesia potesse generare: arrivismo, classismo, servilismo, leccaculismo, bigottismo, favoritismo e snobismo misto a presunzione ed arroganza, il tutto farcito con del sano perbenismo. E furono i cinque anni peggiori della mia vita, a contatto con gente che sin da subito disprezzavo e mi disprezzava, non fosse altro per le mie origini più modeste delle loro, origini che non solo gli permettevano di sfottermi in maniera del tutto puerile, ma anche di ottenere voti più alti dei miei in ogni materia, dato che, ad esempio l’insegnante di lettere non correggeva nemmeno i temi, ma ce li riconsegnava spesso assolutamente intonsi dopo aver assegnato il voto in base al cognome che vi stava scritto sopra.
Tuttavia, dopo qualche rissarella, venni rispettato da tutti, ma continuai ad arrancare con estrema insofferenza attraverso i tortuosi sentieri del ginnasio e del liceo, tra professoresse di matematica incapaci di parlare correttamente italiano e professoresse di letteratura inglese all’oscuro dell’esistenza di William Blake, tra uno ” ..Schopenhauer non lo studiamo perchè per me vale meno de zero” e un ” ..la libertà di parola ce l’hai se io te la do‘” , mi rassegnai presto al fatto che avrei preso comunque un voto più basso di chi pronunciava durante la lettura “San Freud” al posto di Sigmund “Froid” dato che il suo cognome ed il suo conto in banca avevano un peso maggiore dei miei nel paese, quindi mi turai il naso mi autocostrinsi a terminare il liceo, più per “tigna” che per altro, continuando a dover implorare il permesso di andare a pisciare.
Fu comunque un’ottima scuola di vita perchè capii finalmente quali, da lì in poi, sarebbero diventati i miei nemici e cosa avrei combattuto con ogni mezzo una volta uscito da quella prigione.
Ancora oggi, dopo l’ennesimo incubo sull’esame di maturità- ne faccio almeno uno ogni 4/5 mesi – mi domando :” Ma come cazzo ho fatto?“
In conclusione, mi sento di affermare di essermi acculturato più da solo in un anno fuori dalla scuola che all’interno di essa per tutte quelle centinaia e centinaia di ore di tortura cerebrale e psicologica.
Io la scuola non la augurerei nemmeno al mio peggior nemico.










[...] di un qualche strizzacervelli. Sul tema della scuola e dell’istruzione mi ero già espresso qui sopra a suo tempo, e, ad oggi, non potendo apportare cambiamenti alle mie opinioni in merito, o dire [...]