Sull’omertà e l’estrema vigliaccheria proprie della maggior parte degli esseri umani non ho mai avuto dubbi. L’ho capito sin da bambino, appena uscito dal mediamente ovattato nido famigliare, ho istantaneamente percepito la meschinità e la bassezza morale delle quali gli individui sono capaci non appena riuniti in un gruppo; la cecità della loro violenza e la crudeltà del loro agire possono non conoscere limiti, tanto quanto il loro coraggio ed il loro spirito di inziativa risultano nulli se presi singolarmente. Il senso di solidarietà e comunanza presente nel “branco” quando si è dalla parte del più forte, fa spazio all’egoismo e alla codardia non appena ci si trova all’interno di una debole minoranza, al cospetto di un nemico minacciosamente potente, o presunto tale.
La mafia è proprio questo, un modo di pensare, inculcato o spontaneamente appreso sin dalla tenera età; “pensa solo a te stesso”, “lascia che se ne occupi qualcun’altro”, “non metterti nei guai, chè non ne vale la pena”, sono queste le frasi che creano i mostri. Un mostro per me è colui che di fronte alla mostruosità non fa nulla, rimane immobile, intimorito, passivo, complice. E di persone così il mondo è pieno, gente infinitamente meno importante di un serial killer o di un boss della malavita, ma infinitamente più temibile, poichè dietro l’assenza di volontà e di azione, nasconde una forma di violenza passiva che è anche più pericolosa, quella del menefreghismo, della manovrabilità, del negazionismo, del miserabile egoismo, dell’insensibilità, del voltarsi dall’altra parte.
La triste realtà è che di fronte al sopruso, è uno quello che si ribella, che interviene, mentre gli altri se e stanno muti a guardare, al massimo, ringraziando dio che non sia toccata a loro la cattiva sorte, e a volte quell’uno nemmeno c’è.
E’ accaduto con lo schiavismo, con le deportazioni dei regimi totalitari, e accade oggi, spesso; donne violentate in pieno centro, persone picchiate davanti ai passanti, studenti brutalizzati dalla polizia, cadaveri abbandonati sulla spiaggia, tutto si svolge nella quasi indifferenza totale e tutto può essere facilmente documentato in maniera esemplificativa con i soliti link, ma non ho nemmeno voglia di farlo.
L’accettazione della violenza e dell’ingiustizia mi fa paura molto più delle medesime, perchè non prendere le distanza da esse e ostacolarle con ogni mezzo equivale non solo a legittimarle, ma a compierle, con l’aggravante della vigliaccheria del non metterci la faccia davanti.
Sul “popolo” non faccio molto affidamento, purtroppo, il popolo lo compri con un pezzo di pane, o anche meno, è cosa nota.
La crudeltà umana la conosco bene ormai, tuttavia a volte ancora riesce a stupirmi.
Mi è giunta da poco notizia che un tale, Guillermo Habacuc Vargas, sedicente artista, ha esposto ad agosto nella Galería Códice (in Nicaragua) quella che secondo lui è una sua “opera d’arte”. In realta’ si trattava di un cane tenuto a catena, lasciato morire di fame e sete, e l’opera d’arte consisteva nel guardare la sua agonia. Il pazzo non lasciava che nessuno desse da mangiare o da bere all’animale.
Questo succedeva ad agosto 2007, per cui questo cane è certamente morto.
La cosa davvero incredibile, come leggo nella mail informativa, “non e’ che questo individuo abbia avuto
questa “pensata”, di pazzi ce ne sono tanti al mondo, ma che:
1. la galleria l’abbia lasciato fare – certamente in Nicaragua non esistono leggi a protezione degli animali d’affezione, qui in Italia sarebbe ovviamente stato illegale. Lo sarebbe stato perfino se fatto su un animale “da reddito”. Ma questo non è un buon motivo per lasciarglielo fare.
2. NESSUNO sia andato li’ a prendere il cane e portarlo via. Nei commenti alla vicenda dicono che l’”artista” allontanava con insulti chiunque tentasse di accudire l’animale.”
E questo, naturalmente, sarebbe una buona giustificazione per evitare di agire; dico, si può rischiare un “vaffanculo” per salvare la vita ad un cane che sta morendo di fame e sete??
Come già fatto notare, non mi sconvolge tanto il fatto che possa esistere un uomo tanto perverso e folle da considerare la tortura di un cane – e badate che non sto parlando di un pollo o di un lombrico, esseri che la maggior parte della popolazione mondiale è abitauata a considerare “merce”, ma di quello che quasi ovunque si accarezza in salotto – un’opera d’Arte, quanto la complicità assassina del pubblico accorso all’evento, ritratto più volte mentre parlotta e sorseggia bevande, lanciando sguardi di fredda indifferenza e magari atteggiandosi ad intellettuale, pronto a tollerare anche la più orrenda e barbara delle provocazioni in nome dell’”Arte”, parola ormai, in bocca a costoro, evidentemente svuotata di qualsiasi significato e ridotta a mero pretesto per gli esibizionismi più gratuiti e gli ego più gonfi, a contenitore di letame intellettuale.
Come se non bastasse, in seguito a quella mostra in Nicaragua, il pazzo in questione è stato scelto per rappresentare il suo Paese nella “Biennale Centroamericana 2008″ che si terra’ in Honduras, e qui c’è appunto una petizione di protesta contro di essa da firmare.
Credo che con questa mossa, l’Arte contemporanea abbia toccato davvero il suo punto più basso e di non ritorno, mostrando, questa volta in maniera davvero incontestabile, la sua vuotezza e la sua totale inutilità.
Qui non siamo davanti alla vivisezione, agli allevamenti, alla corrida, alla mattanza dei tonni qui c’è qualcosa di peggio, viene a mancare anche il più infimo dei pretesti per la violenza, non potendoci nemmeno appigliare all’ideologia; siamo al puro sadismo, e che l’ambito nel quale avvenga sia proprio quello dell’Arte, che dovrebbe essere la massima espressione di libertà possibile, è un’ulteriore pugno nello stomaco.
Ormai molto non si può fare, oltre che prodigarsi in una cattiva pubblicità ed in una serrata protesta nei confronti chi ha permesso che questa aberrazione avvenisse, ma se è vero che la memoria è l’unica redenzione che resta alle vittime, credo che questo animale, indifesa vittima del delirio e dell’insensata malvagità umane, la debba meritare per secoli.
Leonardo Da Vinci disse “Verrà un giorno nel quale gli uomini giudicheranno la morte di un animale allo stesso modo in cui oggi essi giudicano quella di un uomo.”
Sono passati 500 anni e quel giorno è ancora lungi dal venire, così tanto che si permette al criminale che ha realizzato questo

di fregiarsi dello stesso titolo di chi ha prodotto quest’altro

(N.B. il fatto che in seguito all’accaduto si sia scoperto che in realtà l’”artista” non tenesse tutto il giorno il cane legato lì ma solo nell’orario lavorativo non cambia la situazione: sempre di indifendibile sfruttamento animale si tratta. E certamente non diminuisce minimamente la colpevolezza degli omertosi spettatori, ovviamente ignari di questo particolare.)













