Luttazzi: politica, sesso, religione, morte ed ipocrisia.
Dicembre 18, 2007 di inquietologo
di una voce fuori dal coro
Come si sarà già capito, questo è un pezzo contro Daniele Luttazzi. Mi accingo a scriverlo e già mi fischiano le orecchie perché presagisco cosa penseranno e/o diranno amici e conoscenti nel accingersi a leggerlo; immagino cose tipo:”ma quant’è pedante questo..” o “certo che non gli va bene mai niente, trova sempre il lato negativo in tutto!” o “e piantala! mo pure addosso a Luttazzi, si passa il limite così!” e così via. Ma io mi sento in dovere di scriverlo comunque, anche se non è certo un piacere.
Vengo subito al dunque; Luttazzi, che pur, come chi mi conosce ben sa, venero e considero un genio e del quale seguo e “finanzio” ogni nuovo passo artistico, ha inserito nell’ultima puntata della sua censurata trasmissione “Decameron”, mai andata in onda, ma riprodotta a teatro domenica scorsa, una ignobile “satira” antivegetariana e quindi antianimalista, che ha lasciato con l’amaro in bocca me e spero anche altri.
Che a Luttazzi piacciano le bistecche e i vegetariani stiano un po’ sulle palle si è sempre saputo, e infatti frecciatine alla categoria non sono mai mancate nei suoi monologhi, ma quella andata in scena all’Ambra Jovinelli di Roma il 16 dicembre è stata vera propaganda disinformante e mistificatrice sul tema.
E’ doveroso anzitutto precisare che io di satira sono un appassionato, come di comicità, ed in senso ancora più generico, di umorismo, così come dell’arte luttazziana posso dirmi un buon conoscitore, anzi, da anni e anni un meticoloso ed avido raccoglitore di ogni perla che egli abbia dispensato su riviste, palchi teatrali, reti televisive, libri, dischi. Insomma, un vero fan. E conosco, seguendo anche ogni polemica e scandalo che lo riguardi, le sue idee e le sue dichiarazioni in merito alla tradizione satirica, alla libertà d’espressione, alla condanna della censura, di ogni tipo di censura, agli intenti e ai diritti e “doveri” della satira, al suo significato e alla sua importanza; tutte queste cose io le so, so di cosa si parla, quindi, e sono pienamente d’accordo con Luttazzi su questi temi, il quale con me ha sempre sfondato una porta aperta.
Dico questo per affermare il mio diritto a non essere criticato da nessuno in base alle sopra citate argomentazioni; sarebbe del tutto fuori luogo.
E’ proprio perché sono un buon estimatore e sostenitore che sono rimasto piuttosto sbalordito per l’incoerenza con i suoi stessi principi dimostrata da Daniele durante un monologo e durante i “Dialoghi Platonici”- rubrica della quale ero entusiasta e che consideravo una potente arma di denuncia sociale – incentrati entrambi sull’uccisione delle mucche per produrre carne, mucche derise in vignette che ne ritraevano una protagonista della passione di Cristo, ad esempio. “Idea brillante!”, direte voi, certo, se non fosse che la finalità di quelle tavole non fosse denunciare il trattamento “bestiale” risevato negli allevamenti agli animali – ben peggiore di quello che la mitologia cattolica riserva a Gesù – ma appunto la ridicolizzazione dell’iconografia cattolica stessa, tramite l’accostamento al mondo animale, di per sé degradante, nella mente di Luttazzi, non certo nella mia.
Un conto è infatti fare uso per un’immagine comica un cane morto, o anche un padre morto (per restare nel suo repertorio), ridere cioè della morte stessa, per esorcizzarla; ben’altra cosa è invece incitare il pubblico a ridere di un qualcosa che dovrebbe indignare, legittimando in questo modo ciò che viene descritto. Questa non è satira irriverente, questo è presa in giro gratuita e criminosa, e non mi si accosti a Berlusconi per questo.
Quindi in questa sola trovata, di pessimo gusto, poi vi spiegherò perchè, Luttazzi ha compiuto più di un atto grave e condannabile. In primis ha trattato il problema dello sfruttamento delle mucche con leggerezza e sufficienza, facendo riferimenti a mucche assetate di vendetta delle quali si dovrebbe aver paura, in seguito non ha potuto evitare, come già accennato, di nobilitare ed elevare il Cristianesimo, che invero pare avversare su altri fronti, cercando la provocazione sostituendo un bovino al “figlio di Dio”; ha dato quindi potere ad esso come istituzione dimostrando di attribuirgli una certa riverenza per poi insozzarlo. Qualsiasi mente libera, come lui ama essere considerato, non dovrebbe avere bisogno di fare questo, perché se si è sufficientemente informati, come Luttazzi spesso non dimostra di essere, si sa che la religione cristiana e il culto cattolico, con tutte le sue assurdità, le sue contraddizioni e le sue miserabili menzogne, si prende in giro da solo, senza il bisogno di sacrificare al suo Dio altri animali, di carne o di pixel che siano.
Al contrario, Luttazzi, a ben vedere, appena può scivola nella retorica del Cristo pace&amore in netto contrasto con l’operato della chiesa, ma questo è in fondo un altro discorso.
Trovata di pessimo gusto, dicevo, perché consistente nella pura derisione della sofferenza, nella caricatura del massacro per creare comicità, comicità grossolana, vale la pena dirlo. Qui non si tratta di contestare l’oggetto della satira – è arcinoto che l’elemento animale all’interno di una gag comica ha sempre successo, vecchio trucchetto - né il modo in cui essa è messa in atto, bensì l’idea che sta alla base di essa.
Già, perché come dice Luttazzi stesso, “la satira è una forma di comicità che esprime un punto di vista, un giudizio su un fatto, su un personaggio” ed è proprio il suo giudizio, espresso in quella caricatura a far rabbrividire.
Egli afferma anche che “l’unico criterio per la scelta e selezione di una battuta è il gusto dell’autore” e che “se una battuta mi fa ridere, qualsiasi argomento tocchi, io la dico”. Benissimo, ma vorrei proprio vedere se si sognerebbe mai di fare battute atte a deridere le vittime della mafia, delle guerre sporche che tanto condanna, dei preti pedofili; la risposta è no, lì diventa serio, snocciola dati, fa nomi e cognomi e chiede giustizia, perché “la satira attacca i potenti” non i deboli, i carnefici, non le vittime. Semplicemente, per Daniele Luttazzi, le mucche non sono vittime, o meglio, sono vittime di serie c, degne di essere prese per il culo, oltre che massacrate – massacrate due volte - e non degne nemmeno di un briciolo di compassione, la stessa compassione che egli dispensa invece regolarmente per i sodati morti in guerra, i mercenari.
Già in passato demagogici applausi alle forze dell’ordine in occasione dei fatti di Genova, del resto, mi avevano fatto storcere il naso; perché non applaudire anche i camionisti? Mi domandavo.
E’ davvero triste constatare che qualcuno che stimi e apprezzi così tanto, si preoccupa più della sorte di chi, scegliendo la carriera militare, ha deciso di dedicare la sua vita ad alimentare i conflitti armati con la sua stessa presenza e a fungere da braccio assassino per i potenti signori guerrafondai del pianeta, piuttosto che della vita di esseri viventi senzienti, torturati e sacrificati, citando di nuovo le sue parole, “per il piacere del nostro palato”.
Luttazzi sembra voler sacrificare l’etica, che dovrebbe essere alla base dell’esercizio della satira, sull’altare dell’invenzione comica pura, ed andrebbe benissimo, se non lo facesse solo quando sono le vacche i bersagli, questo non mi sta bene.
Daniele ci tiene sempre a sottolineare che la vera sinistra è contro a guerra e che quindi quella che in tv chiamano in senso dispregiativo “sinistra radicale” non è che l’unica sinistra concepile, ma forse bisognerebbe ricordargli che la “Sinistra” è anche contro il massacro di bestiame per la produzione di carne e latticini, lo dicono gli stessi teorici del pensiero comunista.
Quando un comico sceglie la via dell’impegno politico, della denuncia, dell’informazione, dovrebbe farlo a 360 gradi, non solo quando gli fa comodo; invece Luttazzi si sceglie in fin dei conti bersagli comodi(comodi per il suo pubblico, si intende): il papa, Prodi, Berlusconi, D’Alema, la guerra, la mafia, ma appena si tocca il suo diritto sacrosanto di mangiare l’hamburger con le patatine, ecco che egli monta un bel dialogo fra filosofi nel quale mette in bocca ad uno – non ricordo quale fosse di preciso – delle assurde argomentazioni in difesa della teoria dell’onnivorismo umano, delle idiote bugie sulla necessità di scannare le mucche per vivere sani e sulla minore longevità dei vegetariani rispetto agli onnivori(??) e ciò che succede è che una platea ormai ammaestrata ride, vedendosi rafforzata la convinzione che non mangiare animali e difendere i diritti sia una cazzata, perché “lo dice anche Luttazzi” e “lo era anche Hitler”, figuriamoci.
Questa tattica non è diversa da quella adottata da George Bush per trascinare la sua nazione e le altre in guerra, e si chiama mistificazione dei fatti per il proprio tornaconto.
“L’Iraq ha le armi di distruzione di massa: attacchiamo l’Iraq.” Bush
“L’uomo è onnivoro, ha bisogno della carne per vivere: possiamo uccidere le mucche tranquillamente.” Luttazzi
Cosa ne trae Luttazzi da questo? vi domanderete voi, beh, ve lo dico io: la coscienza pulita; lui, come Grillo, si sente infastidito e odia, come moltissimi, sentirsi colpevolizzato per le sue abitudini alimentari non certo etiche, e quindi riversa il suo risentimento in un cinico e sarcastico sfottò atto a delegittimare, e persino ridicolizzare l’intero movimento animalista. In pratica, quello che fanno al bar dello sport o al circolo della caccia, solo che lui è uno dei massimi autori satirici viventi.
E’ sì vero che “la satira informa deforma e fa quel cazzo che le pare”, ma in quel “cazzo che le pare” non credo che andrebbe annesso il “disinformare”, perché quello lo fanno i potenti per mettertelo al culo, quelli che la satira dovrebbe attaccare, o sbaglio?
Comportandosi così Luttazzi rimane tecnicamente impeccabile e senza pari nel suo genere, ma si degenera moralmente, rivelandosi, oltre che reazionario, “servo” dell’informazione ufficiale, statale, delle multinazionali, così come Emilio Fede, nel suo tg, è servo di Silvio Berlusconi, del papa e degli USA. Oserei dire paraculo. La sua una satira a metà, incompiuta.
Nessuno si aspetta che egli faccia dell’attivismo animalista, o sensibilizzi la gente sui diritti degli animali, ma almeno ci risparmiasse lo sberleffo verso milioni di esseri già sufficientemente vessati nella quasi totale indifferenza.
Detto ciò, mi dispiace per la soppressione della trasmissione Decameron, ma sono felice che la puntata in questione non sia andata in onda, e che minor gente possibile l’abbia vista, ovviamente.
Daniele, ti lamenti perché la gente “si incazza per la battuta ma non per il fenomeno in sé”, beh, io mi incazzo sia per il fenomeno in sé che per la battuta, se quest’ultima è a difesa di esso.
Invece sul palcoscenico ed in platea si ride, e di gusto, perché è facile ridere quando non è tua madre ad essere stuprata meccanicamente, quando non sei tu che le vieni strappato appena nato e mandato al macello, quando non sei tu quello a cui recidono le corna, quello che sgozzano senza pietà e che crepa in un lago di sangue fa atroci sofferenze. E’ facile, è molto facile.

D’ora in avanti il mio comico preferito sono io.






