Tra le ideologie discriminatorie e suprematiste, lo specismo è quella più vecchia e radicata nella specie animale che l’ha ideata, quella classificata come homo sapiens sapiens. Una discriminazione basata sulla specie, pressoché sempre in favore della specie umana. Vogliamo in questo scritto analizzarne le origini e le scuse che la perpetuano, non pretendendo certo di esaurire qui l’argomento.
Naturalmente diversi
Cos’è il razzismo?
I Neri e i Bianchi non sono uguali per il colore della loro pelle, poiché di fatto il colore è diverso. Constatare ciò non è razzista.
Lo sarà piuttosto dire che il colore della pelle di qualcuno giustifica il fatto di accordare più o meno importanza ai suoi interessi. L’uguaglianza di cui parla l’antirazzismo si oppone all’ineguaglianza di trattamento di cui sono vittima alcuni in ragione della loro pelle.
In realtà per l’ideologia razzista non è tanto il colore della pelle a determinare la superiorità di una razza su un’altra perché questo è un criterio fin troppo debole e troppo facile da contraddire. Bisogna dare una sostanza, uno spessore all’idea stessa di razza. La razza di un individuo deve essere percepita come sua verità profonda, come sua natura. Un nero deve essere nero fino in fondo, di sangue nero, qualcosa di completamente altro ed alieno dall’Uomo Bianco. Pertanto per i razzisti è la natura degli esseri che giustifica la discriminazione, è l’affermazione della loro differenza che li pregiudica. Il colore della pelle non è che un segno di questa differenza.
L’antirazzista specista ha un problema, quello di dover giustificare lo specismo senza giustificare il razzismo. Mantiene infatti l’idea di natura basata sulla nascita, l’idea che la Natura ha dato all’Uomo il più alto lignaggio tra le specie, la possibilità di essere libero, e che gli animali siano nati per essere schiavi e sottomessi agli Uomini. Per il razzista lo stesso discorso dà fondamento alla sua volontà di dominio sui neri, naturalmente diversi.
Specismo, sessismo e razzismo
Queste tre forme di discriminazione sono strettamente interconnesse per due ordini di ragioni. In primo luogo tutte fanno affidamento sull’idea di una natura diversa e sicuramente inferiore. Una natura che sancisce l’inferiorità degli animali rispetto agli umani, della donna rispetto all’uomo e dei popoli barbari rispetto a quelli civilizzati.
L’osservazione di una natura bestiale dei popoli da assoggettare è servita a legittimarne la schiavitù, con i mercati, la marchiatura e il lavoro forzato. I colonizzatori sbarcati in America produssero volumi di grandiosa apologia razzista a giustificazione del genocidio da essi compiuto. Queste razze inferiori erano minacciose, peccaminose, carnali, disumane e non cristiane e pertanto pericolosamente vicine agli animali. Essi venivano trattati come era solito trattare gli animali.
I grandi teologi della Chiesa non facevano altro che interpretare il pensiero comune quando affermavano che la donna era situata nel livello inferiore dell’umanità, essendo perversa, debole, ottusa, subdola, mentre in quello superiore regnava l’uomo con la sua lungimiranza, la sua intelligenza, la sua virtù, la sua ragione. Gli stessi termini utilizzati per suggellare la naturale superiorità umana sulle altre specie. La pessima e sprezzante opinione delle donne, che si aveva e che molti ancora conservano, non è nata dalla mentalità degli inquisitori che scatenarono le grandi cacce contro le streghe, ma risale a molto prima poiché già la mentalità pagana era misogina.
Le «femmine»e i «bruti» (le razze inferiori) sono talmente diversi che, rispettivamente, la Santa Inquisizione e la colonizzazione hanno messo in pratica le più impensabili torture, con il convincimento di trovarsi di fronte a degli esseri di natura demoniaca e di indole bestiale, incapaci di soffrire. I carnefici, spesso coperti da una maschera di cuoio, appendono, stritolano, stirano, bruciano, ammaccano, seviziano con distacco scientifico il corpo della malcapitata. I loro occhi sembrano non vedere l’orrore del corpo martoriato, le loro orecchie sembrano non udire i lamenti, i gemiti, le invocazioni. Sarà inutile ricordare il parallelo con vivisettori e macellatori?
L’altro legame tra queste discriminazioni è la nascita di quelle tra umani come conseguenza di quella adoperata contro gli animali: avendo accettato lo sfruttamento degli animali come parte naturale delle cose, si cominciò a trattare in modo analogo gli altri esseri umani. Così dopo aver iniziato la pratica dell’allevamento degli animali, gli uomini addomesticarono le donne controllandone la capacità riproduttiva attraverso la castità e la repressione sessuale. Le donne vennero spinte ai margini di una società maschile che deteneva un potere assoluto. La donna faceva parte dei diversi, la sua vita divenne irrilevante e valutata solo in base alla sua utilità per l’uomo.
E così, esattamente come la specie umana nella sua interezza aveva dimostrato la propria superiorità sugli altri animali dominandoli e soggiogandoli, a molti europei sembrava chiaro che la razza bianca aveva dimostrato la propria superiorità sulle razze inferiori tenendole sotto il proprio dominio.
La somiglianza tra queste tre ideologie sarebbe evidente a tutti se non fosse che, tristemente, antirazzisti e antisessisti sono per la maggior parte specisti e hanno dunque un forte interesse a non farla percepire. La volontà che hanno di combattere le discriminazioni tra gli umani senza mettere in pericolo quella verso i non-umani li conduce a volere a tutti i costi difendere delle posizioni indifendibili. L’idea di uguaglianza animale è per loro impensabile poiché vogliono sì fondare una società di eguali, ma tutti ugualmente superiori agli altri animali.
Un’amicizia tradita
Si può individuare una fase della storia umana in cui iniziò l’edificazione di quella barriera fra uomini e animali che oggi sembra invalicabile: il passaggio da un’alimentazione basata sulla raccolta e sulla caccia ad una basata sulla coltivazione delle piante e sull’addomesticamento degli animali. Le comunità divenute sedentarie costrinsero anche gli animali ad una vita stanziale e impararono a controllarne la mobilità, il ciclo riproduttivo e l’alimentazione attraverso l’impiego della legatura delle zampe, della castrazione, della marchiatura e della mozzatura delle estremità del corpo. Gli uomini furono sempre più coinvolti in pratiche che provocavano crudeltà, uccidendo prima di tutto la loro sensibilità per scacciare i sensi di colpa. Per fare ciò si distanziarono emotivamente dai loro prigionieri verso i quali, un tempo, sentivano un senso di comunanza che presto fu dimenticato e sostituito con una volontà di prevaricazione.
Il principale meccanismo usato dagli esseri umani fu il ricorso al concetto secondo il quale essi erano una specie separata e moralmente superiore a quella degli altri animali. Un atteggiamento che Freud così descriveva: «L’uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di un tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un’anima immortale, appellandosi ad un’alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col mondo animale». Tutto il rimanente non-umano è stato buttato dentro un sacco e chiamato genericamente «natura». Secondo la visione antropocentrica che affligge gran parte dell’umanità, questa «natura» è composta da esseri indistinti la cui peculiarità al massimo sta nei diversi utilizzi che ne vengono fatti. E’ chiaro che la fuorviante contrapposizione noi/loro è indispensabile al mantenimento dell’attuale ordine economico che divide tutto l’esistente in merce e consumatori.
Di più, se ognuno di noi ritiene di essere titolare di una propria unicità allora dobbiamo ammettere che ogni individuo di qualunque specie possiede un valore intrinseco e urla la propria unicità. E’ tipico invece pensare che, per esempio, un coniglio o un vitello valgano l’altro perché appaiono tutti uguali, negando che ognuno di loro è importante in sé e diverso da tutti gli altri.
Al di fuori dei libri e dei laboratori
La zoologia sistematica vuole offrire un’ordinata visione comparativa della multiforme varietà delle specie animali viventi sulla faccia della Terra. Purtroppo questa ossessiva comparazione delle diverse forme di vita ha prodotto quella convinzione secondo la quale gli uomini sono il risultato finale e il prodotto perfetto dell’evoluzione. La presenza del genere Homo ha storia piuttosto recente se comparata a quella della maggior parte degli altri animali, ma invece che riconoscere e guardare con meraviglia il fantastico viaggio attraverso la storia del pianeta Terra condiviso con le altre creature, gli scientisti e i loro proseliti vogliono soltanto rimarcare la distanza e le differenze tra noi e i nostri compagni.
Quello che la Scienza vuole suggerire mettendoci di fronte all’evidenza che individui appartenenti ad ampie categorie animali come gli Insetti, i Molluschi e i Pesci abbiano evoluto un sistema nervoso non equiparabile per complessità a quello di Uccelli e Mammiferi, non ci porta a ritenere che possano essere schiacciati con spensieratezza senza provocare sofferenza. L’unico rapporto che di solito i giganti umani hanno con i piccoli animali si risolve nell’ucciderli, ferirli o lasciarli vivere senza attribuire a ciò alcuna importanza. Quel che noi affermiamo è che non importa quanto intensa possa essere la sofferenza di un animale e quanto questo possa essere evoluto (secondo la classificazione fatta dalla zoologia sistematica e dalla filogenesi animale). Ci basta vedere che un moscerino con le ali spezzate o le zampe schiacciate tenta in ogni modo di ricomporsi e lotta sino alla fine per la propria vita e che sente il disagio di non avere il proprio corpo funzionante come prima.
Una delle argomentazioni che gli specisti utilizzano per reggere il loro traballante impianto ideologico è che gli animali non umani non sono dotati di intelligenza. La supposta mancanza di intelligenza li ha esposti alla supremazia dell’umanità, che si è approfittata della diversa indole degli altri animali. Invece ogni animale possiede un’intelligenza propria della specie di appartenenza e ognuna di queste intelligenze è adatta al tipo di vita, all’etologia di quell’animale ed è più che sufficiente per «sbrigare» i propri affari, per procurarsi cibo e riparo, per avere abitudini più o meno sociali, per accoppiarsi e per procreare, in definitiva per vivere nel mondo. Tutto questo senza bisogno di intervento umano.
In ogni caso, mancanza di intelligenza, incapacità di linguaggio e altre deficienze che gli umani possono riscontrare negli altri animali non possono essere argomenti per giustificare l’inflizione del dolore perché allora dovremmo accettare la sperimentazione scientifica su persone che non sono né intelligenti né capaci di parlare. L’intelligenza è in fondo uno dei tanti parametri di valutazione, inventato dall’uomo, mentre potremmo usarne altri, come la forza o la velocità, per esempio, che scalzerebbero gli umani dalla posizione dominante.
In tutte le cose ci siamo fatti più modesti. Non traiamo più le origini dell’uomo dallo «spirito», dalla «divinità”, lo abbiamo ricollocato tra gli animali. Esso è per noi l’animale più forte perché è il più astuto: una conseguenza di ciò è la sua intellettualità. Ci guardiamo, d’altro canto, da una vanità che anche a questo punto vorrebbe di nuovo far sentire la sua voce: quella per cui l’uomo sarebbe stato la grande riposta intenzione dell’evoluzione animale. Egli non è in alcun modo il coronamento della creazione: ogni essere è, accanto a lui, allo stesso grado di perfezione…E affermando questo, affermiamo ancora sempre troppo: relativamente parlando, l’uomo è l’animale peggio riuscito, il più malaticcio, il più pericolosamente deviato dai propri istinti.
Friedrich Nietzsche, l’Anticristo
Di questo aforisma ci sono due versioni dal tedesco, una traduce la parola geistigkeit intelligenza, l’altra intellettualità. Qui non si afferma che l’uomo è l’animale più forte e il più astuto perché rappresenta la completezza e l’obiettivo segreto della creazione, sia essa divina o sia l’inizio dell’evoluzione che Darwin ha descritto, piuttosto si dice che questo tanto esaltato homo sapiens ha acquisito delle potenzialità che l’hanno fatto prevalere sugli altri animali, convincendolo di essere in cima ad una gerarchia di esseri viventi da lui stesso creata per legittimare il dominio conquistato.
Si potrebbe dire che l’intelligenza degli uomini è duplice: da una parte è l’intellettualità, la capacità di produrre sofisticati pensieri, di concettualizzare le proprie sensazioni, di saper formulare delle teorie che spieghino quel che sembra non interessare agli altri animali; dall’altra l’intelligenza umana è ciò che ha permesso a questa specie di sviluppare una serie impressionante di tecniche senza le quali non potrebbe di sicuro vincere la natura e le sue forze. Il cuore delle montagne sarebbe inespugnabile se non fosse che uomini e donne, grazie all’inarrestabile progresso della Scienza e della Tecnica, si sono dotati di giganteschi trapani che riescono a stuprarle con velocità ed efficienza; imponenti mammiferi marini possono essere con facilità arpionati ed issati con delle braccia meccaniche che rispondono al comando delle dita di un piccolo essere. Nel campo della genialità militare, gli eserciti di questo ultimo secolo sono arrivati dove i loro predecessori si erano dovuti fermare: ora il terrore e la furia bellica arrivano anche dai cieli, dove sembrava proprio che solo gli uccelli potessero volare.
Qui risiede la furbizia dell’Uomo, sfacciatamente spacciata come Intelligenza. L’atteggiamento megalomane descritto finora è la tendenza che ha coinvolto la maggior parte degli umani ma non è in alcun modo la natura umana, perché l’esistenza di persone che lottano contro lo sfruttamento dimostra che la volontà di dominio non è insita in tutti gli umani in quanto tali. La storia della civiltà si è svolta in questo modo, catastrofico ed annientatore, ma in ogni epoca ci sono state resistenze piccole e grandi che ci inducono a non disperare.
Spezzare le catene
Ogni essere vivente ha interesse al proprio benessere, a poter esplicare le normali funzioni vitali decidendo da sé luogo, tempo e modalità. Qualsiasi intromissione nei normali affari di un animale è indebita ed è applicata in ragione del fatto che agli animali non si riconosce pari dignità, come del resto alcuni uomini non la riconoscono ad altri umani. Questo tenendo conto solo dei bisogni fisiologici che sono riscontrabili in ogni abitante animale della Terra, mentre come umani che riescono a instaurare dei rapporti affettivi o anche solo una comunicazione con alcune specie, dobbiamo riconoscere loro la capacità di provare sensazioni e sentimenti. Il fatto che alcune specie non comunichino con segnali a noi comprensibili il loro stato di benessere o di disagio e che non si possa più di tanto legarsi a loro sentimentalmente non è di certo motivo per approfittarsene, per intromettersi in quelle esistenze sconvolgendole e per non ritenerle degne di essere vissute.
Chi si oppone alla tortura sugli uomini, non può che ravvedere la stessa mostruosità nei macelli, nei laboratori e in tutte quelle situazioni dove gli animali sono costretti ad umiliazioni e ad innaturali condizioni di vita. In realtà, la grande mancanza di empatia di cui troppi soffrono, fa sì che non possano sentirsi vivere in altri esseri e che siano partecipi perciò il meno possibile alla loro sorte e alle loro sofferenze.
L’unica ragione per considerare prioritari dei triviali interessi nel mangiarsi un maiale, per esempio, rispetto all’interesse vitale del maiale all’integrità del proprio corpo è la specie del maiale (una specie non umana). Ritenere il proprio superfluo bisogno di consumare prodotti animali sicuramente più importante del primario interesse di un animale a non essere violato è specismo, perché non dà eguale considerazione ad eguali interessi, semplicemente a causa della specie. Gli animali esistono per se stessi e non per gli uomini, come i neri non vivono per servire ai bianchi o le donne per soddisfare gli uomini.
La nostra opposizione allo specismo è un’opposizione ad una ideologia che serve a legittimare la sofferenza ignobile e la morte che la quasi totalità degli umani infligge scientemente, deliberatamente, quotidianamente, a miliardi di esseri altrettanto sensibili.
Non essere specisti non significa «trattare allo stesso modo umani e non umani», il ché è chiaramente ridicolo. Significa piuttosto attribuire uguale peso a bisogni e interessi, i quali variano da specie a specie. Il solo evidente fatto della diversità tra le specie non può essere motivo per ignorare gli interessi di qualcuno.
Una rivoluzione antispecista comporterebbe uno sconvolgimento totale da tutti i punti di vista e pochi sembrano volerlo veramente. Il vero antispecismo è la più radicale, profonda e rivoluzionaria critica dell’esistente.
Il concetto di liberazione animale si distacca da quello di diritti animali perché non tende ad una vita più dignitosa degli animali in questa società umana, ma alla loro libertà, lasciandogli spazio di creare nuovamente le loro società.
Pertanto si intende anche un mondo completamente diverso da questo, un ritorno alla Terra per ristabilire un equilibrio tra i viventi perduto dalla deviazione civilizzatrice e dominatrice degli umani.
Solo togliendo il dominio umano dal non-umano si potrà anche togliere quello dell’uomo sull’uomo, perché non può esistere società liberata fintanto che i liberi uomini avranno degli schiavi animali.
Da La Nemesi










Dato che ho fatto l’agricoltore ,sono stato sempre a contatto con gli animali,Ho avuto cani,gatti,cavalli e bovini,capre.Posso dire che ogni animale non è stupido,ha una sua intelligenza e inoltre ha un cevello.Il cavallo alla mattina mi salutava ,il cane riconosceva la mia macchina a 5-600 m.un gatto ,quando prendevo il fucile mi seguiva felice ,perchè gli davo gli uccelli che prendevo.
Ma poi vorrei aggiungere che l’uomo non discende da uno scimmione tutti animali e piante sono opera di ingegnere intelligente . Abbiamo tutti un’inpalcature simile ma non uguale ,quello che ci differenzia è il Software
Non credo al creazionismo, comunque ti dò ragione riguardo l’intelligenza diversa di ogni specie animale.
L’importante è che proprio in virtù di questa meravigliosa diversità la nostra specie non prevarichi l’altra.