Distruzione della moderazione
Aprile 12, 2008 di inquietologo
Per rendere concreto e di facile comprensione il ragionamento logico, collochiamo agli estremi di un segmento due ideali contrapposti e antitetici e definiamo lo spazio che intercorra fra loro come “campo di transito della moderazione”, ponendo ad un estremo dei due un pallino che rappresenti la netta adesione ad uno dei due ideali in contrapposizione altrettanto netta con il suo opposto.
Esempio, partendo dal generico:
°____________________________________________________________________
Ora indichiamo un punto lungo il segmento, sul quale si trovi a transitare un “pensiero politico” rappresentato dal pallino in una fase di progressivo allontanamento dalla sua collocazione originaria, da sinistra verso destra.
______________°_______________________________________________________
Sinistra__________________________________________ ___Destra
__________________________°___________________________________________
Notiamo distintamente che, quanto più il pallino si distanzia, procedendo lungo il campo di transito della moderazione, dal suo punto di partenza, tanto più si avvicina, in una misura direttamente proporzionale, all’opposto di quest’ultima, ossia alla sua antitesi ideologica.
Sinistra____________________________________________Destra
______________________________________________________°_______________
Sinistra__________________________________________________Destra
________________________________________________________________°_____
Ripetiamo l’esperimento applicando lo stesso schema ad altri ambiti più specifici, per osservare, attraverso l’uso di risultati ipotetici consequenziali al movimento all’interno del campo di transito della moderazione, come l’aumento della stessa nella concezione politica di un individuo sia necessariamente controproducente e dannosa, nella pratica. Prendiamo come riferimento un generico lasso di tempo.
In campo strettamente economico-sociale, considerando un numero finito di risorse distribuite su di un territorio di riferimento generico, avremo, ad esempio
Anticapitalismo
(0 poveri, 0 ricchi) _________Capitalismo (1 milione di poveri ogni 100 ricchi)
°_______________________________________________________________________
E transitando aumentando il grado di moderazione
Anticapitalismo____________Capitalismo(1 milione di poveri ogni 100 ricchi)
(0 poveri, 0 ricchi)
____________________________________°___________________________________
_______________________500.000 poveri ogni 100 ricchi
Rispetto a pacifismo e antimilitarismo contrapposti a imperialismo e militarismo
Pacifismo(0 guerre, 0 morti)______Imperialismo(10 guerre, 1 milione di morti)
°________________________________________________________________________
Applicando lo stesso pallino, verifichiamo ora i risultati pratici dell’aumento anche minimo della moderazione su questo tema
(0 guerre, 0 morti)
___________________°_____________________________________________________
_____________2 guerre, 200.000 morti
Otteniamo immediatamente un drastico risultato di 200.000 vite sacrificate, in seguito ad un leggero aumento di tolleranza rispetto al tema della guerra, e questo ci consente di affermare che: l’aumento della moderazione della posizione antimilitarista e antibellica è direttamente proporzionale al numero di morti coinvolti in operazioni di guerra.
_____________________________________________°____________________________
________________________________________7 guerre, 700.000 morti
Stesso procedimento per l’animalismo in contrapposizione allo sfruttamento animale di natura specista
Animalismo
(0 animali uccisi)___________________Sfruttamento animale(1 miliardo uccisi)
°__________________________________________________________________________
(0 animali uccisi)
_______________________°___________________________°______________________
________400 milioni di animali uccisi __________700 milioni di animali uccisi
In sintesi: la moderazione, su base empirica, non è che un processo di inesorabile avvicinamento e favoreggiamento del proprio nemico, fino alla cooperazione con esso, presumibilmente attuato per personale tornaconto, mascherato da ragionevolezza. Il termine è largamente usato in politichese, lingua inventata e parlata per soggiogare i fessi.
“Moderato” è come il venduto chiama sè stesso, ma non aspettatevi che sia lui a dirvelo.







mah.
Il fatto è questo.
Su questo sono sono molto in disaccordo, perché adotto una prospettiva molto diversa, più empirica, ed applico il metodo liberale.
Secondo me, il metodo liberale, che porta a decisioni razionali ed elimina qualunque autorità che non si basi sul contratto sociale o sull’evidenza empirica, è molto probabile che conduca all’egualitarismo e ad una forma molto avanzata di socialismo. Sono contrario all’idea secondo cui il liberalismo e il liberismo sono la stessa cosa: il liberismo lo vedo come una metafisica del mercato, facilmente confutabile e smontabile pezzo per pezzo dall’uso del metodo liberale. Il liberale non è liberista, Bertrand Russell per esempio non lo era, Piero Gobetti non lo era (appaggiava addirittura l’occupazione delle fabbriche)…
Questo modo di schematizzare le idee politiche invece mi piace poco.
Hai notato però che su diverse questioni concrete siamo d’accordo?
Cambia soprattutto l’approccio.
Beh, teoricamente hai ragione, ma non stiamo parlando certo del finto liberalismo degli USA, dove nemmeno il liberismo è vero liberismo.
Quello che io intendo qui è che proprio su determinate questioni concrete non si può che essere netti.
Io schematizzo per semplificare, mentre tu sei forse un po’ più speculativo, ma arriva il momento in cui di fronte a 2+2 dobbiamo essere d’accordo, o c’è qualcosa che non va…
Evidenza empirica? Perfetto, allora ragioniamo empiricamente con qualche esempio:
1) di fatto, se non si fa una scelta estrema e radicale di totale rinuncia a prodotti di origine animale, degli animali continuano ad essere uccisi;
2) se non si fa una scelta estrema e radicale di totale rinuncia alle religioni, alcuni dei sopravvivono;
3) se non si fa una scelta estrema e radicale di totale rinuncia alle guerre, qualche guerra continua a scoppiare.
E così via.
La volontà di “complicare” la vedo ormai come un mero gioco sofistico accademico. La verità è sempre semplice. Dunque “schematizzare” mi pare l’unica cosa saggia. I compromessi esistono solo per far contenta l’elite. Io schematizzo: o eguaglianza economica e parità di diritti totale, o diseguaglianza fattuale. Il resto ce lo possiamo lasciare per simposi intellettualmente autoerotici.
In realtà siamo d’accordo, ma stiamo giocando, e io adoro trovare un interlocutore con cui sfoderare qualche trucchetto. Puro divertissement, d’accordo?
Allora rispondo.
1) Totale rinuncia a prodotti di origine animale? Mah, vediamola così: partiamo dal risultato che si vuole ottenere, che è quello di fare approssimare sempre di più allo zero la quantità di sofferenza che la specie umana allegramente procura a tutte le altre, giusto?
Il mezzo, la totale rinuncia a prodotti di origine animale, è perfettamente aderente allo scopo? Cioè, è necessario e sufficiente?
Mi pare di no. Non è necessario perché fra i “prodotti di origine animale” rientrano le conchiglie che troviamo sulla spiaggia, che frantumante dl vento e dal mare diventano sabbia (e ci facciamo il vetro), e gli escrementi degli animale, che usiamo come concime. Che sofferenza provochiamo agli animali così? La difinizione è quindi troppo vaga e pone problemi. Il più banale “non mangiamo (e non ci vestiamo di) animali”, rafforzato da un “e nemmeno prodotti che in qualunque maniera producano sofferenze agli animali” mi pare più pertinente, e quindi “necessario”.
Veniamo ora al “sufficiente”: basta non consumare prodotti animali per non ucciderli? No, perché se serve terra per le coltivazioni o per costruire case, gli animali fanno lo stesso una fine poco allegra. Oppure, se pensiamo per esempio che il gufo porti sfortuna, li sterminiamo tutti senza usarne i prodotti. Gli europei presero a mazzate e sterminarono un uccello delle galapagos, incapace di volare, perché era buffo ed era un piacere massacrarlo (naturalmente per delle menti bacate). Ancora una volta si dovrebbe dire: evitare qualunque azione, nei limiti del possibile, che produrrebbe sofferenza alle altre specie. Questo mi sembra sufficiente.
2)Sopravvivono alcuni dei. Benissimo, chi se ne frega? Il problema non è che c’è gente che crede in un essere supremo che ragiona come un uomo, ma che quelli che credono vorrebero che anche gli altri ubbidissero. La fede religiosa secondo me è una sorta di malattia, simile alla dipendenza da droghe. Scopo ei laici e degli atei è garantire la convivenza pacifica di tutti, ed evitare imposizioni di fedi a chi non vuole esservi soggetto. Al contempo, in una prospettiva di più ampio respiro il laico (e l’ateo) lavora per limitare al massimo la permanenza di credenze di tipo irrazionale e per rnede evidente a tutti l’assurdità dell’antroporfizzazione della forza creatrice. Perchè il problema non è se esiste o no dio (per esempio per me la materia stessa, l’energia, la forza di gravità e le forze elettromagnetiche sono alla base di tutto, quindi dio), ma capire cosa è. Per molti, troppi, il cosa è un chi, e un chi piuttosto incazzosso. Bisogna ridurre i danni di queste convinzioni.
Se poi a qualcuno fa piacere pensare di avere accanto a sè un esserino che lo protegge cavoli suoi. E’ come uno che si accompagna con una donna o un uomo bruttissimi antipatici e puzzolenti, ma è innamorato e li vede bellissimi, simpatici e profumati. contento lui…
Le rogne cominciano quando questo innamorato pretende che anche tutti gli altri siano devoti a quel cesso come lo è lui. E’ questa la differenza fra innamoramento e adesione ad una fede, la dimensione sociale (e in questo sta la pericolosità delle fedi), perché per il resto di assomigliano molto, per esempio nell’alternanza di stati di esaltazione e di depressione.
Ripeto, compito dell’ateo razionalista è limitare i danni, e granello dopo granello provare a innestare un po’ di pensiero razionale, tenendo presente che l’obiettivo è la convivenza pacifica.
3)Totale rinucia alle guerre non vuol dire niente Cladiù.
Le guerre scoppiano perché conviene farle. Per rendere poco conveniente dal punto di economico la guerra, bisogna lavorare sulla matrice degli incentivi. La convinzione non basta, è necessario rivedere completamente le pratiche del vivere in società, a partire dalle più basilari norme di comportamento. E’ necessario scoprire l’importanza dela cooperazione in ogni stadio della vita associata, da quello sessuale a quello economico, da quello politico a quello della creazione artistica, al contempo tutelando l’individualità umana, alla base della nostra stessa evoluzione. Il discorso è complicatino, lo so.
Devo ammettere che mi sto davvero divertendo ragazzi, grazie per la compagnia!
Ah Vince’, qui stiamo rasentando la presa per il culo! va bene speculare per divertirci, ma mettiamo un limite per non sconfinare nel ridicolo.
Tu stai usando con noi le stesse identiche argomentazioni stupide adottate dagli onnivori specisti paraculi per screditare la volontà di liberazione animale; devi capire che c’è una differenza colossale tra l’uccidere animali accidentalmente per la nostra sopravvivenza e lo sfruttare consapevolmente in maniera organizzata/industrializzata animali al puro scopo di trarne profitto; questo va del tutto al di là di ogni bisogno naturale.
Il linguaggio, inoltre, si basa su delle convenzioni; quindi per “prodotti di origine animale” si intendono comunemente, per comodità, prodotti creati tramite lo sfruttamento animale.
Ma mi domando: che bisogno c’è di farsi tutte queste pippe mentali?
“Oppure, se pensiamo per esempio che il gufo porti sfortuna, li sterminiamo tutti senza usarne i prodotti”, ma com’è possibile che chi abbia fatto una scelta di animalismo totale e radicale, possa giustificare l’uccisione di una specie in base a delle superstizioni?? l’antispecismo è figlio del pensiero comunista/anarchico e questo esclude già a priori qualsiasi idea irrazionale e pseudoreligiosa…quindi che discorso è???
“evitare qualunque azione, nei limiti del possibile, che produrrebbe sofferenza alle altre specie”, e questo si fa! ma il “possibile” tuo ed il “possibile” nostro a questo punto credo che siano un po’ incongruenti.
La fede:
Come può esserci una qualche forma di convivenza, ti chiedo, fra credenti e non credenti, fra religiosi e atei, fra succubi della mitologia e del pensiero magico e menti razionali, dal momento che i primi impongono per definizione il loro credo ad altri (i loro stessi figli o, tramite la pressione sulla legislatura, a noi) e hanno tra le loro abitudini quella di sterminare altre specie viventi in nome del loro stesso credo?
Per ottenere la convivenza pacifica, come tu auspichi, deve avvenire NECESSARIAMENTE uno stravolgimento culturale da una delle due parti. E’ qui che tu sbagli, perchè credi che lo schiavo debba arrivare ad un punto di incontro con lo shciavista; no! lo schiavista deve essere ammazzato, non deve più esistere, a prescindere dal metodo.
La guerra:
Claudio, con totale rinuncia alle guerre, non vuole dire che basta gridare “w la pace” per cambiare le cose; dice che l’opposizione al militarimo deve essere ferrea, completa, totale, a prescindere dai mezzi che si useranno per contrastarlo, capisci?
La convinzione non basta nel senso che bisogna anche agire, certo, ma la convinzione è requisito necessario, minimo, e questo il mio post voleva evidenziare!
So bene del tuo gusto per la querelle, Vince’, e mi piace pure: mi sento come se fossimo due minuscoli Sartre e Camus sulle colonne di un Tempes Modernes in miniatura :-D
Mi soffermo solo su un particolare: tu dici giustamente che le religioni sono come delle malattie. Ma appunto, per il benessere di tutti, le malattie vanno curate ed estirpate. In questo senso, di certo non impedirei mai ad uno di pregare o credere, ma farò di tutto affinché nessuno arrivi più a credere in dio. Un buon piano sanitario è quello che evita che le persone si ammalino.
Fulvio per carità non ti incazzare. Figurati se mi metto a prendere per il culo te. Solo che ti facco notare, che pur sotto forma di scazzo, ci siamo avvicinati di un altro passetto rispetto a prima dei comenti. E in più mi sono divertito. Ti pare poca cosa?
Cladiù, senti un po’, chi è Camus e chi Satre fra noi due (ho un sospetto…)?
Figurati; per “presa per il culo” non intendo un tuo schernirmi, ma un ragionare sull’ovvio fino a negare l’evidenza:-)
Essendo tu più moderato, ti becchi il Camus e mi lasci il Sartre :-D