Estratto della conferenza tenutasi in occasione de “La Millanesiana” con protagonisti Vittorio Sgarbi, Piergiorgio Odifreddi, Garry Kasparov e Diego Marani sul tema dei rapporti fra Chiesa e Politica, del 1 luglio 2007.
Interessante notare il feroce livore suscitato in una parte del pubblico dall’intervento di Marani, le cui parole rompono per un attimo le regole del politicamente corretto imposte dall’accademismo, rinunciando ad una forma aulica ed alla modalità di esposizione di stato, e quindi ipocrita, in favore di una brusca e triviale – dal punto di vista borghese, ovviamente – schiettezza per far precipitare l’intera storia delle religioni nel ridicolo che esse meritano; parole che, ree di contenere un vocabolo di estrazione “volgare”, vengono osteggiate così violentemante da arrivare alla minaccia esplicita (”ti taglio la gola”) in uno spaccato culturale che non può che rivelare tutta la pochezza del pensiero magico/religioso, intriso di ipocrisia, sessuofobia, perbenismo, arroganza, superstizione, intolleranza e disonestà intellettuale.
Troppo spesso il semplice viene scambiato, chiaramente in malafede, per semplicistico e quindi tacciato in quanto tale. Ma, ammesso che il semplicistico possa esistere davvero e non sia solo una delle tante invenzioni per veicolare e vincolare il pensiero popolare, il semplice se ne distanzia decisamente: esso infatti rappresenta la sintesi del complesso, come una formula matematica può sintetizzare i fenomeni più complessi dell’universo da noi conosciuto.
Ovviamente, al Potere il semplice non può andare a genio, poichè la massa, per risultare “governabile”, deve necessariamente delegare al potente la soluzione dei problemi che la affliggono, che quindi devono essere percepiti come complessi, una matassa non districabile autonomamente.
Allo stesso modo, del resto, questo mio ragionamento, come tanti altri, sarà sicuramente percepito da qualcuno come riduttivo, semplicistico, vuoto, persino banale. Ma la logica non ha bisogno di essere originale o riccamente articolata; essa basta a sè stessa.
Parlando invece della “parolaccia”, sin da bambino, mi sono sempre interrogato sul senso della condanna unanime di alcune combinazioni di lettere dell’alfabeto, del tutto illogica in un mondo che si basasse sull’onestà, sulla verità e la ragione e nel quale trionfasse la Sostanza sulla Forma, un mondo giusto quanto utopistico, insomma.
Oggi mi rendo conto che, a prescindere dagli sviluppi socio/culturali del linguaggio in una data area geografica, il tabù della parolaccia, rimane un macroscopico retaggio del pensiero superstizioso, oltre che la chiara manifestazione di altri tabù di carattere sessuale, ovviamente, e sono atterrito dal fatto che esistano alcune formule verbali per la cui pronuncia ci si debba scusare o si possa venire espulsi, sanzionati, rimproverati in vari contesti del sociale, come se esse rappresentassero il demonio ed il proferirle lo rendesse più potente. Sì, tutto questo mi sa di medioevo, di pesante oscurantismo, di irrazionalità e arretratezza culturale.
Peggio della censura, c’è solo l’autocensura. Con la consapevolezza da me acquisita ad oggi, la frase tanto risuonata nelle orecchie infantili di ognuno di noi:”non si dicono le parolacce”, mi suona spaventosa, così come l’atto di inginocchiarsi sotto un cadavere di legno appeso al muro.
E’ assurdo e grottesco che si parli di cultura, di libertà, di sviluppo e progresso quando sussiste la sottomissione, anche laica, alle ridicole leggi del linguaggio, che dovrebbe essere un mezzo e non il fine. Se esiste una parola, anche una sola, che non si possa pronunciare significa che ogni pretesa di acculturamento e sviluppo, di libertà di pensiero ed espressione non è che una goffa velleità.
Per rispondere anche all’osservazione finale di Marani nel filmato, noi della democrazia non ce ne facciamo nulla perchè la democrazia non serve a nulla; non è che il perfezionamento della dittatura farcito di demagogia, è la versione aggiornata del regime totalitario adeguata ai progressi tecnologici, non culturali, della popolazione.
Quello che penso, volendo sintetizzare, è che bisogna smetterla di contrastare la cultura dominante attraverso gli strumenti e le modalità che la cultura dominante ci impone, o passi in avanti non se ne fanno.
Non bisogna quindi più dirsi “atei”, ma “antiteisti” o “pensanti”, o “normali”; non più “incivili” ma “anticivili”, non “asociali” ma “antisociali”; non “ribelli” e “trasgressivi” ma “antiautoritari”; non più “maleducazione” ma “antieducazione”, via le cravatte e i compromessi, vaffanculo.









