Anche stanotte, come tante altre, così tante che non riesco a tenerne il conto, ho sognato di tornare al liceo.
Ebbene sì, io appartengo a quella percentuale di ex studenti che, ad anni di distanza dal loro ultimo giorno di prigione scolastica scontato, continuano periodicamente a rievocare in fase REM l’odiatissimo esame di maturità ed il ciclo scolastico medio superiore in genere, specie il quinto anno, tanto ne sono usciti traumatizzati. Ho sentito dire una volta che c’è chi si trascina questo fardello di incubo ricorrente fino ai 40 anni; beh, come minimo sarà il mio caso, come minimo.
Ora vado per i 27 e quindi sono ben 8 anni che ho lasciato la scuola – a parte un trascurabilissimo aborto universitario – e durante questo lasso di tempo non credo di aver mai mancato l’appuntamento mensile, o bimensile, con la bestia nera della mia vita onirica: il sogno del liceo.
Mi domando fino a che punto una esperienza del genere possa traumatizzare un individuo e se mai riuscirò a liberarmi da questa persecuzione senza l’aiuto di un qualche strizzacervelli.
Sul tema della scuola e dell’istruzione mi ero già espresso qui sopra a suo tempo, e, ad oggi, non potendo apportare cambiamenti alle mie opinioni in merito, o dire qualcosa di diverso, non posso che rimarcare e sottoscrivere tutto il mio viscerale odio e disprezzo verso l’istituzione infame che non solo mi ha rubato l’infanzia e l’adolescenza, ma si è, di fatto, presa anche il mio subconscio.
Il mio problema principale è che io sono nato così. Voglio dire, dipenderà anche dalla mia naturale estrema sensibilità, ma la mia percezione delle costrizioni e dello squallore del sistema (d)istruttivo di stato, come di quelli propri di altri ambiti, da ragazzino era sostanzialmente la stessa di oggi, solo priva degli strumenti e della consapevolezza necessari per contrastarlo e non subirlo.
Per questo motivo, il mio disagio e la mia sensazione di vessazione all’interno dell’ambiente era per forza di cose maggiore rispetto alla media dei miei coetanei, quanto la percezione era amplificata; non riuscivo proprio ad adattarmi, a vederci un qualcosa di positivo, e ogni giorno era un supplizio. Supplizio che è appunto culminato con le scuole superiori.
Padre: scegli: o vai al Classico o vai a lavorare.
Figlio: vado a lavorare!
Padre: è deciso; vai al Classico.
E fu così che iniziò l’incubo peggiore della mia vita, il periodo più nefasto e sciagurato attraversato durante la mia esistenza, quello che – al tempo per fortuna lo ignoravo – mi avrebbe perseguitato per gli anni a venire; iniziò attraverso l’obbedienza all’autorità patriarcale.
Volevo diventare un fumettista e mi ritrovai scaraventato in mezzo ai più imbecilli individui della provincia di Viterbo: viscidi figli di papà medico o professore, esemplari della più miserabile media e alta borghesia, grotteschi e minacciosi, persino nella statura, vistosamente superiore alla mia al tempo. Segregato in una cella colma di ciò che mi aveva sempre ripugnato: i libri di testo. Parlare di queste cose potrà anche sembrare di scarso interesse, ma mi aiuta ad esorcizzare il tutto.
Cinque anni fuori dalle mura scolastiche passano in fretta, tanto da sembrare tutti uguali, e non si distingue nel ricordo il primo dal quarto; ma dentro, sembrano un’eternità e ogni dettaglio, ogni frase che mi è stata pronunciata io me la ricordo alla perfezione e pesa ancora come un macigno sulla mia psiche.
Penso che qualcuno dovrebbe pagare per questo, proprio perchè io, succube totale della cultura dominante, al tempo, e vittima inconsapevole della catena di montaggio, non disponevo dei mezzi per affrancarmene nè riuscivo nemmeno a concepirne l’idea. In realtà è qualcosa di abominevole dover subire la “scuola dell’obbligo”, abituarsi sin dalla tenera età ad essere dei perfetti schiavi, a diventare produttivi, servili, fino a conseguire persino una laurea in schiavitù.
Io la vostra cultura non la voglio, non l’ho mai voluta, non ho chiesto di nascere e avrei tutte le ragioni per far saltare in aria scuole e ministeri, per vendicarmi dei torti subiti in 13 anni. Non ho mai voluto la vostra maledetta educazione, non mi è mai servita e tutto il mio amore per la sapienza non mi ha portato che a desiderare la morte violenta di ogni rappresentante di qualsiasi istituzione.
Io sono la prova vivente, qualora ve ne fosse bisogno, dell’inutilità dei metodi educativi, dei programmi scolastici ministeriali, della disciplina e dell’istruzione obbligatoria. A me tutte queste stronzate non sono mai servite, se non a saturarmi di risentimento e frustrazione o ad istigarmi alla violenza.
Potessi tornare indietro nel tempo, vorrei rivendicare il mio diritto a non subire un simile trattamento ed un indottrinamento in nome di una fantomatica necessità di educazione e sviluppo di massa, perchè, anche ammesso che simili sistemi fossero stati giusti ed opportuni per ogni altro singolo bambino del pianeta, io avrei meritato la libertà per me stesso e non il sacrificio in nome del bene comune. Invece quando torno indietro nel tempo sono in un sogno, e nel sogno sono muto.
Nel sogno rivivo le mie frustrazioni ed il mio sconforto con la consapevolezza di oggi, la consapevolezza che acquisisco di anno in anno, ma non riesco a farne uso, appena la porta dell’aula si chiude io torno lo studentello sfigato e sottomesso che ero alle medie; i miei pensieri e le mie idee sono quelli di oggi, ma sono come interdetti nel momento in cui vorrei tramutarli in parole e atti e sovvertire l’ordine nel quale mi vedo ripiombato.
Come un Bill Murray scolaretto mi trovo, adulto, a rivivere il tremendo terzo liceo classico all’istituto Leonardo Da Vinci (ci sarebbe da scannarli solo per essersi appropriati di questo nome) all’infinito; e l’antefatto è sempre lo stesso: per una qualche ragione della quale lì per lì ovviamente non riesco a capacitarmi, l’esame di maturità del nostro ciclo scolastico non risulta valido e siamo tutti richiamati sui banchi gelidi a prepararci in vista di esso, con l’immenso mio rammarico.
Io sono sempre più anziano, ma i miei odiosi compagni sono gli stessi, e ormai io vedo nelle loro stesse facce gli archetipi di ogni nefandezza umana e sono nuovamente costretto a rapportarmici, impotente, perchè, pur trovando assurda l’idea di ritrovarmi lì con loro, accetto il mio destino, e dopo due secondi, già ho la sensazione di non essermi mai mosso da quella classe. Devo averci lasciato un pezzo di me fra quelle quattro mura.
La cosa inquietante è che, pur non parlandone mai da sveglio, e quindi non rispolverando vecchi ricordi consciamente, “l’incubo del quinto” si è talmente radicato nel mio cervello da essere diventato un classico, un film programmato periodicamente da una tv satellitare di cui non ho mai sopttoscritto un abbonamento.
A scuola, come ho già scritto, sono venuto a contatto col peggio del peggio dell’umanità; del resto essa costituisce senza dubbio una perfetta palestra per sudditi.
Potrei arrivare perfino ad ipotizzare che sin da bambini ci opprimano con 5 o 8 ore di indottrinamento forzato per farci apprezzare meglio l’altra forma di schiavitù che dovremo poi subire negli anni della maturità: il lavoro. Già, perchè dopo centinaia e centinaia di ore di prigionia scolastica non retribuita, l’ipotesi di una occupazione a tempo pieno remunerativa all’interno di una qualche fabbrica sembra, se non la naturale prosecuzione di un percorso, una più che rosea prospettiva.
Due volte in vita mia mi sono sentito libero da un peso insopportabile e doloroso: quando ho evitato il servizio militare e quando ho tagliato qualsiasi ponte con l’ambiente scolastico/accademico. Adesso al solo pensiero di studiare una pagina e doverne rendere conto a qualcuno mi viene la nausea, come alla sola vista di una cattedra e di una serie di banchetti sono colto da un attacco di claustrofobia.
Sono fermamente convinto che chiunque voglia obbligare qualcuno a fare qualcosa, qualsiasi cosa, contro la propria volontà, si meriti una morte istantanea, molto semplicemente.
Qualcuno potrà sicuramente obiettare che “la scuola andrebbe riformata e blablabla”, ma io resto dell’opinione che finchè esisterà un obbligo verso lo stato, ogni bullo avrà pieno diritto di pestare un professore a caso, senza dare spiegazioni. Del resto, cos’è la scuola se non una forma di nonnismo nella quale la vittima, se sopravvissuta – a differenza mia – non farà che perpetuare il meccanismo di violenza su altri, una volta in loro potere e davanti alla sua autoritaria cattedra?
Le scuole, le chiese, le caserme e le prigioni non sono che manifestazioni dello stessa volontà di controllo sociale e dello stesso terrorismo psicologico.
Alle scuole medie c’era in classe con me una ragazzina, Mariangela; era la più alta e la più sveglia di tutti. Ricordo che allorchè un mentecatto di professore fondamentalista cattolico ci costringeva all’inizio di ogni lezione a recitare in piedi, in coro, l’Ave Maria in inglese, la sua materia, Mariangela era l’unica a rimanere seduta e non proferire parola, per protesta, senza lasciarsi minimamente intimidire. In fondo la nostra non era una scuola cattolica. Ricordo che all’epoca ero troppo stupido per capire che aveva ragione lei, troppo inebetito per apprezzare il suo piccolo gesto di ribellione e troppo vile per imitarla, e quasi la guardavo come si guarda ad una presuntuosa piantagrane esibizionista in cerca di inutili rogne. Un giorno però voglio andarla a cercare e dirle che la stimo.










Per puro caso io a scuola mi sono trovato bene.
Ma più ci ripenso più mi convinco che è stato davvero un caso.
Le preghiere a scuola le ricordo anch’io, e vorrei tornare indietro per mostrare le chiappe, altro che pregare.
Porta i miei omaggi alla tredicenne coraggiosa di un tempo (visto ch siamo coetanei, doveva essere il 1994 più o meno, no?).
Presenterò!…sarà anche che proveniva da famiglia un po’ più illuminata della media del tempo e del luogo, però davvero cazzuta.
[...] scrissi mesi fa in un post: “la scuola costituisce senza dubbio una perfetta palestra per sudditi. Potrei arrivare [...]