“Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola.”
Adolf Hitler
So che molti di voi sono piuttosto turbati a causa dei risultati elettorali delle ultime settimane e quasi increduli di fronte a questo ennesimo, direi tragico, epilogo di esperienza democratica.
Ultimamente – e non sarà stata la prima volta, nè l’ultima – vi sarete interrogati profondamente sul senso di tutto ciò, sul perchè dell’accaduto, sul perchè di questo così sconsiderato agire dei vostri connazionali, della massa umana in genere.
Beh, questo mio modesto scritto vorrebbe in qualche modo rispondere a tali domande, o alla domanda per eccellenza, quella che assilla da secoli studiosi e da anni me medesimo e che si potrebbe riassumere simpaticamente con “ma la gente c’è o ce fa?” Attenzione però, qui non si vuole in alcun modo banalizzare la questione, bensì risolverla attraverso un percorso empirico ed un ragionamento logico.
Questo post, che potrebbe tranquillamente mettere la parola fine a questo blog, non tanto per mancanza di ulteriori argomenti, quanto per il suo carattere “definitivo” e riassuntivo dello stesso, lo ritengo un dovere verso quella ristretta cerchia di individui che pensano invece di ballare – dal momento che sono sempre più convinto che le due funzioni non siano espletabili nel corso della stessa vita – ma che peccano terribilmente di ottimismo e di ingenuità; voglio che capiate ciò che io ho già capito e di cui vi faccio dono.
Credo che tutti voi non imbecilli vi siate chiesti almeno una volta nella vita – giacchè questa tendenza interrogativa è presupposto necessario per l’appartenenza alla suddetta categoria – perchè la maggior parte delle persone che vi hanno insegnato a considerare vostri simili adottino, o abbiano adottato, storicamente, uno stile di vita così poco intelligente ed esibiscano una così elevata scelleratezza in ogni azione del loro esistere.
Come sia possibile, quindi, che esistano “Il Grande Fratello”, le religioni, la moda, la mafia, la fame, le guerre, la massoneria, Puff Daddy, i bracconieri, il calcinculo e la corrida.
La risposta definitiva è più semplice di quanto possiate immaginare e coincide perfettamente con due nomi del passato: Stanley Milgram e Philip Zimbardo, due ricercatori che hanno dimostrato empiricamente la veridicità delle teorie di Gustave Le Bon che pubblicò nel 1895 un’opera dal titolo “Psicologia delle folle”.
Milgram fu uno psicologo statunitense il quale nel 1961 condusse un esperimento di psicologia sociale atto a studiare il comportamento di soggetti a cui un’autorità (nel caso specifico uno scienziato) ordina di eseguire delle azioni che confliggono con i valori etici e morali dei soggetti stessi.
L’esperimento, noto appunto come esperimento Milgram, cominciò tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram concepiva l’esperimento come un tentativo di risposta alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?“
I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.
All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
- Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
- ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
- decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
- in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento.
Erano previsti quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”. Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova. Al termine dell’esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile.
Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell’esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi, obbedì pedissequamente allo sperimentatore. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini. I soggetti dell’esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno.
L’obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni situazione è caratterizzata infatti da una sua ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. Dal momento che il soggetto accetta la definizione della situazione proposta dall’autorità, finisce col ridefinire un’azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche come oggettivamente necessaria.
Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di Milgram (come quelle di David Rosenham), hanno tutte pienamente confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente discussi anche nell’ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti.
Dieci anni dopo Zimbardo riprese alcune idee di Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali. Tale processo fu analizzato da Zimbardo nel celebre esperimento, realizzato nell’estate del 1971 nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto in modo fedele l’ambiente di un carcere. All’esperimento, che ha dell’incredibile, si sono ispirate due pellicole: La gabbia, film di Carlo Tuzii e The experimet, film di Oliver Hirschbiegel del 2001.
Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi, erano dotati di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.
I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva seriamente compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.
Secondo l’opinione di Philip Zimbardo, la prigione finta era diventata, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, una prigione vera. Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè quella “ridefinizione della situazione” utilizzata anche da Milgram per spiegare le conseguenze dello stato eteronomico (assenza di autonomia comportamentale) sul funzionamento psicologico delle persone. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi a alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.
L’importanza e l’attualità degli studi di Zimbardo è dimostrata dalle recenti vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, ad opera di militari statunitensi, durante l’occupazione militare dell’Iraq, iniziata nel 2003 come anche da quelle subite nel 2001 dai manifestanti del G8 di Genova da parte delle forze dell’ordine italiane nel carcere di Bolzaneto. Le immagini diffuse dai media, che ritraggono le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri di guerra, ad esempio, risultano drammaticamente simili a quelle prodotte durante l’esperimento dell’Università di Stanford.
In sostanza, la volontà di Stanley Milgram e Philip Zimbardo era quella di dimostrare come la cattiveria non fosse una peculiarità dell’essere umano, una sua caratteristica innata; ma, dimostrando questo, essi non hanno fatto che dimostrare qualcosa di ancor più terribile e catastrofico: non è l’individuo ad essere naturalmente predisposto alla cattiveria, ma è la specie umana ad essere in larga parte naturalmente tendente all’imbecillità, alla pura sottomissione all’autorità e alla totale impossibilità di autogestione e autoliberazione. Tutto questo secondo le percentuali dei loro esperimenti, che sono veri, accaduti, inequivocabilmente documentati. Tutto questo, se dopo la semplice e diretta osservazione dei fatti della nostra quotidianità e dell’analisi della storia, falsificazioni e omissioni a parte, ve ne fosse ancora bisogno.
Questi sono i numeri, queste le statistiche, e da qui non si esce.
Ogni manifestazione della volontà collettiva ci è testimone di questo, in ogni epoca, in ogni luogo.
L’esempio più lampante è costituito, del resto, dalla percentuale di “non credenti” distribuite sul pianeta: un misero 15%, contro l’85% di ciechi credenti che si affidano al dogma religioso, alla mitologia monoteista, alla superstizione ed al pensiero magico, nelle modalità previste dalla particolare zona terrestre ove essi si sono trovati a nascere.
Solo se sottomessa e guidata da un singolo illuminato, la massa può, casualmente, comportarsi in un modo giusto, ed è questo il problema. Esperimenti di questo genere ci dimostrano palesemente che è sempre una risibile minoranza a ragionare con la propria testa, di dissociarsi dal pensare comune e contestare l’autorità in diverso modo.
Non c’è infatti regime dittatoriale, cosca malavitosa o elìte dominante il cui potere possa manifestarsi ed instaurarsi senza il tacito consenso, se non l’attiva accondiscendenza, di una massa inetta e malleabile come quella identificata definitivamente da Milgram e Zimbardo.
Non c’è deportazione e sfruttamento di massa che sarebbe possibile se la maggior parte della gente non fosse tarata sin dalla nascita e predisposta a subire passivamente.
Non c’è alcun elitarismo in pensieri di questo tipo, ma solo una tragica rassegnazione derivante dallo studio degli eventi storici e di quelli contemporanei; la Storia ci è testimone di quanto dico nella misura in cui essa è nient’altro che la storia della brutale stupidità e della “banalità del male”, come l’ha chiamata Hannah Arendt, della “terrificante normalità umana”. Ad essa quindi si dovrebbe guardare con tutto l’orrore ed il disprezzo possibile, invece che con meravigliato stupore.
Si prenda in considerazione lo spaccato forse più emblematico della storia recente in questo senso: il regime nazista e le sue atrocità, che alcuni trovano persino surreali, inumane.
In realtà non c’è proprio nulla di inumano negli eventi che portarono allo sterminio e alla tortura sistematica di milioni di persone, nulla che dovrebbe stupirci e che non sia spiegabile attraverso le dimostrazioni di Zimbardo e Milgram.
E’ così idiota infatti anche solo pensare che, casualmente, centinaia, migliaia, di persone crudeli e sadiche nascano nella stessa area geografica e si incontrino attuando un progetto comune; la verità difficile da accettare è che le SS erano composte da i vostri vicini di casa, dai vostri genitori, dai vostri fratelli e da tutte le persone che vedono nella “legalità” e nella legge qualcosa di necessario e assoluto, pensate a quel 30% arrivato ad infliggere la scossa più forte nel quarto livello nell’esperimento Milgram. I soldati di Hitler non commisero nulla che non fosse illegale, cioè stabilito e sancito dall’alto e quindi, in una logica di questo genere sono meno condannabili delle violenze perpetrate da un qualsiasi poliziotto ai danni di un arrestato in uno stato democratico. Ovviamente l’etica non ha nulla a che vedere con tutto ciò, ma il paragone mi occorreva per rendere l’idea di una massa manovrabile, di un branco di soldatini e cani addestrati all’obbedienza; questo e poco più sono infatti gli eserciti.
E’ quindi inesatto affermare che “la natura umana è cattiva”, che “l’istinto omicida è connaturato e insito nell’uomo”, o che “gli uomini sono buoni a parte qualche eccezione”, è invece esatto dire che “il 70% circa degli uomini tende, in diversa misura, per natura, alla sottomissione e all’obbedienza”. Guardate con i vostri occhi.
Non bisogna limitarsi ad avere paura dello schiavista, ma anche, e soprattutto, dello schiavo, poichè egli quasi sempre non è che la goffa caricatura del suo aguzzino, come il povero lo è del ricco e l’operaio lo è del padrone; lo schiavo partecipa al male ed alla sua messa in atto poco meno dello schiavista.
Ne consegue che, non solo la dittatura e la democrazia siano forme di governo negative e dannose, ma qualsiasi forma di governo, o necessità di un governo, sia già sintomo di una umanità che non deve lasciare speranza alcuna in un mondo migliore. In particolare, la seconda è così pura e desiderabile nell’immaginario comune perchè paragonata alla prima, ma lo stato naturale non è il regime, ma la libertà individuale totale, quella che nemmeno contempla la mancanza di se stessa.
La società non può essere migliore di quella che è proprio perchè essa stessa, nella sua accezione tecnica, è espressione di una forzatura, di una costrizione alla convivenza impossibile naturalmente, se non nelle sue forme più primitive e ristrette.
Un mondo di individui non ottusi non avrebbe bisogno di alcun governo, di alcuna legge e di alcun precetto morale piovuto dall’alto, come io non ne ho bisogno. L’Anarchia viene quindi a rappresentare l’unica forma politicizzata del buon senso, la forma di non governo della quale le persone intelligenti hanno il bisogno e dovrebbero rivendicare il diritto. L’unica alternativa “meno peggio” che l’uomo dai principi etici dovrebbe desiderare è il puro caos, perchè ad una organizzazione ingiusta, qual’è questa, è preferibile una disorganizzazione equa, e nel caos totale c’è una parità ed una uguaglianza di fondo non da poco. Tutto il resto non è che una muta rassegnazione alla dittatura di una maggioranza, ossia di quel 70% di popolo che è schiavo per sua natura intrinseca e che l’esperimento Milgram ci ha indicato. La dittatura dell’imbecillità, per l’appunto, ed i risultati delle ultime elezioni politiche italiane ne sono l’ennesima prova lampante con quel 70/80% circa di votanti diviso fra i due partiti più autorevoli ed accreditati, più pubblicizzati e simili fra loro negli intenti e negli interessi rappresentati, Veltrusconi. Nulla quindi accade a caso.
Questi sono naturalmente argomenti impopolari che vedrebbero la più ferrea opposizione da parte di chi rappresenti la classe dirigente, il potere economico e politico e che tragga quindi beneficio diretto da questa ridicola messa in scena che è la democrazia; il loro slogan si basa proprio sul contrario, ossia sulla presunta intelligenza della nazione che opterà per il giusto, votando per il rappresentante delegato più meritevole. Ammettendo invece la statistica idiozia del popolo, essi dichiarerebbero il loro ruolo di ammaestratori e profittatori di incapaci. Alle masse va lasciata l’illusione del potere decisionale e della scaltrezza mentale.
“La gente sono vermi e devono rimanere vermi”, dicono fra loro i camorristi. Affermazione impressionante, certo, ma io, personalmente, il potere lo preferisco sfacciato, brutale nel suo manifestarsi e nel suo dichiarare gli intenti. Tutto questo, viene da sé, al di là del bene e del male.
Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani, avendo avuto un inizio, avrà anche una fine; Roberto Saviano gli risponde che teme che la sua durata sarà quella della specie umana ed è esattamente così, non bisogna farsi illusioni. Finchè la gran parte di noi sarà attratta dal potere più becero, esisterà la mafia, in mille diverse forme. Finchè ci saranno donne pronte a concedersi sessualmente in cambio di denaro e beni materiali, esisterà la mafia, come già la prostituzione. Se considero la malavita colpa del genere femminile? Esattamente così. Ma non in senso sessista, bensì in quello “specista”, per così dire, giacchè la naturale superiorità fisica del maschio lo porterà in eterno ad accaparrarsi le risorse e la stupidità zimbardiana della donna, equamente spartita con l’uomo, chiaramente, la spingerà a desiderare di accoppiarsi con lui, e siccome tutti sono pronti ad accettare il sesso senza potere, ma nessuno vorrà mai il potere senza il sesso, nuove generazioni di mafiosi e camorristi si faranno avanti, in eterno. In un mondo sano le donne ambirebbero a Saviano, che il potere del camorrista lo analizza, lo smonta e lo ridicolizza in un certo senso, e non al camorrista stesso, ingranaggio, aguzzino e vittima allo stesso tempo di un gioco spietato quanto miserabile. Ma, in un mondo sano, la camorra non esisterebbe affatto e non esisterebbe nemmeno alcun tipo di “eroe”, leader, martire e mito, e quindi torniamo sempre lì: se l’umanità meritasse un mondo migliore, lo avrebbe già.
Migliaia e migliaia di pagine sono state scritte da filosofi nel susseguirsi dei secoli; sforzo utile solamente affinchè si istituisse una facoltà di filosofia nelle università. Il pensiero filosofico è probabilmente il prodotto più alto ed il più inutile al contempo, dato che l’unico suo possibile fruitore è il filosofo stesso, il quale non ne ha bisogno. Non capisci che la libertà è un bene perchè te l’ha spiegato Malatesta, non capisci che Dio è una stronzata perchè hai letto Russell. Lo capisci da solo o non lo capirai mai, perchè non ne sei in grado; tutto ciò che devi capire sul mondo, lo capisci entro i 15/18 anni; nei libri si cercano e si trovano solo conferme e forme migliori a quelli che sono già i nostri pensieri e le nostre idee. Ecco perchè la cultura è inutile, come è praticamente inutile scrivere ed informare, dato che l’unico target che si può raggiungere è quello costituito da chi già la pensa come noi o tende fortemente in quella direzione.
Ed ecco anche perchè la censura è quasi una fatica inutile, una sciocca preoccupazione da parte dei potenti nei riguardi di una umanità tanto ebete, che non chiede altro che sguazzare nella propria ignoranza ingoiando avidamente le loro briciole.
L’unico modo per liberare la massa è obbligarla letteralmente alla libertà, in una sorta di dittatura illuminata che è una contraddizione in termini e che costituisce anche essa un’utopia, come disse Jacob Rothschild, “pochissimi capiranno il sistema, e quelli che lo capiranno saranno occupati a far soldi. Il pubblico probabilmente non capirà che è contro il suo interesse”. Si dice che la più grande astuzia del diavolo sia far credere che non esista; bene, la cosa impressionante è che la gente al diavolo ci crede, ma ai Rothschild no.
Dunque, una volta compreso questo, perchè stupirsi di accadimenti di questo genere?
In soldoni, perchè stupirsi che la maggioranza voti Alemanno come sindaco di Roma, sapendo che la maggioranza crede alla madonna, perchè meravigliarsi che Berlusconi governi la nazione che ha inventato la mafia e che vanta la più alta concentrazione di automobili e telefonini? Davvero, non capisco. Non ci vedo nulla di strano, io, personalmente, ho smesso di aspettarmi qualcosa di buono dall’umanità quando mi sono reso conto che il 95% di essa accetti e prema perchè si trucidino milioni di animali ogni giorno nei modi più efferati perchè ”a me mi piace”.
Ognuno ha il governo che si merita, il punto è che io sento di non meritare proprio alcun governo.
Che le cose vadano nel peggiore dei modi possibili, io lo vedo come l’ordinarietà, e anzi mi stupisco quando, per puro caso, qualcosa di positivo avviene.
E ormai mi fa ridere e irrita allo stesso tempo anche il sentir gridare “povera Italia” e “all’estero ci ridono dietro”, da parte di chi sente ancora ingabbiato nella sciocca identità nazionale, come se l’essere nato in una zona del globo che in questo secolo si chiama Italia mi debba identificare col mio vicino più prossimo, Marcellone, la persona più diversa da me che io riesca ad immaginare, come se ci si dovesse sentire in colpa o complici di qualcosa che non si è contribuito a generare solo perchè si appartiene ad una minoranza culturale. Come si fa a non capire che l’Italia non esiste? Che tutte le altre nazioni non esistono e che la nostra voce in capitolo, in fondo, si esaurisca all’interno dei confini della nostra corporeità? “Ci ritroviamo Berlusconi!”, no, io sono io e basta e se qualcuno fosse tanto mentecatto da nutrire un pregiudizio su di me per via del governo che sono costretto a subire nella porzione di terra ove sono nato, beh, mi sentirei più offeso dal parere di un berlusconiano convinto. Se non si esce da questa mentalità del “all’estero ci ridono dietro”, si continua a meritare Berlusconi.
Io non sono la mia nazione, nè il mio lavoro, nè i miei governanti, nè la mia famiglia, ma purtroppo l’idiota dopo aver visto Fight Club si iscrive in palestra.
Mi lascia comunque perplesso il constatare come ci si meravigli che lo stupido agisca da stupido, come che il ladro agisca da ladro, che si pretenda che chi consideriamo in torto e condanniamo ci venga a dare in qualche modo ragione, quando questo rappresenta una palese contraddizione. Come se si potesse essere allo stesso tempo intelligenti e stupidi. No, non è così.
Qui non si tratta di visione pessimistica ma di esperienza reale, di consapevolezza acquisita che non può che obbligarci all’abbandono di qualsiasi speranza: questo mondo non si può cambiare, ma proprio per questo non bisogna smettere di lottare, perchè non c’è speranza, perchè non c’è alternativa, perchè non c’è nulla da perdere e quindi il rifiuto di ogni compromesso è l’unica via.
Il mio appello è quindi non quello a gettare la spugna ma a combattere per noi stessi guardando in faccia la realtà ed ammettendo che siamo soli, senza aspettarsi che ci vengano riconosciute le nostre ragioni da qualcuno, nè da chi combattiamo, nè da chi ci circonda; limitarsi a cercare lo sparuto gruppo di nostri simili e non pretendere di far ragionare chi per sua natura profonda – è dimostrato – non può farlo. In tutto questo ogni senso di colpa va rinnegato, ogni sensazione di arroganza o di peccato di superiorità va bandito. Aprire le porte all’odio ragionato e all’orgoglio che non accetta altra paura che non quella, fisiologica e costruttiva, della sofferenza e della morte.
Potete passare anche tutta la vita a cercare di convincere un cane a liberarsi del padrone, ma esso vorrà sempre e solo un altro osso.










Su alcuni punti avrei da ridire, ma non adesso, perché purtroppo non sto molto bene e non riesco a concentrami come vorrei.
Devo dire però che quello che hai scritto (sia pure con alcune osservazioni da fare, ovvio) lo trovo bello, bello bello.
Per quel poco che possa valere, ti informo che da oggi da me sarà presente anche il link a questo blog.
Come già espresso in altra sede, ti ringrazio. Anche per la diffusione.
nn l’ho letto tutto, e provvederò….stavo cercando spunti per la mia tesi in scienze cognitive(apprendimento fra pari)–
tenterò di far vedere che quando la figura dell’insegnante e più defilata e soprattutto “pari”–quindi in bambini di tre anni deve andare in un’altra stanza!!!! i bambini a cui hai mostrato un giocattolo novel con più usi e glielo insegni a un gruppo uno soltanto e a un altro uno soltanto allora fino a quando c’è l’insegnante senbra che continuino a fare ciò che hanno imparata dall’insegnante quando l’insegnante scompare i bambini si sentono più”liberi” e dovrebbe autoinsegnarsi l’uno la funzione che ha imparato all’altro….
questo è un pò fuori dal seminato,ma per dire quando siamo influenzati da una figura che sembra stia “sopra a noi”…
fondamentalmente il nostro apprendimento è frutto di tante cose che ci circondano, ma la maggior parte vengono imparate per imitazione,,, di innato si sta sciprendo che c’è sempre meno cose,,,ma d’innato c’è il metodo dell’imitazione
….si fa così si fa così….
….ah i calcinculo no hanno un senso nell’esistere((-:
il prox commento sarà quando avro finito di leggere il tutto
…blog nei preferiti!!!!
simone
Onorato, attendo altri interventi.
[...] un articolo passato vi parlai, fra le altre cose, dell’americano Stanley Milgram e del suo famoso esperimento [...]