“E’ una tempesta di dolore questa vita, e a questo punto come mai non è finita?”

Non bastavano gli aguzzini del G8 proscioliti, non bastava la rielezione di Berlusconi, non bastava il commercio dell’avorio ritornato legale dopo 19 anni con annessa strage di elefanti, non bastava il mio dente cariato e la relativa spesa pena dolore che ti svaglia nel sonno, non bastava la scheda madre del pc collassata e un’altra spesa che non c’entrava un cazzo, non bastava il mio senso di sfiducia nella vita e nell’umanità, non era succiente l’abbandono di ogni barlume di ottimismo e speranza nel futuro, no. Non ero abbastanza adirato e abbattuto, anche i Verve dovevano annullare all’ultimo l’unica data italiana, per giunta a 15 euro, dopo la reunion e dopo 10 anni di attesa ed esattamente come 10 anni fa, quando, diciassettenne, li aspettavo in occasione dell’Heineken Jammin’ Festival e invece diedero buca per poi sciogliersi lì a breve. Questa volta la causa è stata una faringite acuta del cantante, Riccardo Lascrofa, per gli amici, con tanto di certificato medico inviato dal management del gruppo. Scommetto che è la prima in 20 di carriera. Uno prova a vedere dei lati positivi, ma quando anche quel pochissimo che hai ti viene tolto, non puoi che precipitare nello sconforto.
Inizia a sembrare una congiura; un piano diabolico per illudere il pubblico italiano e poi deluderlo impietosamente. Non c’è cosa più frustrante e massacrante per me che un’aspettativa delusa, che l’annullamento di un progetto, anche minuscolo: una cena tra amici, un’uscita qualunque, un film in tv. Tutto causa in me dolore e avvilimento, non comprendo e non tollero i “non posso più venire”, i “non si può perchè…” e i “dobbiamo rimandare”. Ogni attesa per me è uno sfinimento, una sofferenza gratuita. Io, che la vita la vedo come un’apnea, non sopporto di dover rinunciare alle mie boccate d’aria, che sia intrattenimento, arte, sesso, sonno; io, che la vita inizia quando smetto di fare “ciò che faccio nella vita”; io che non riesco ad arrendermi al grigio, alla noia, alla routine, agli impegni inderogabili; io, che mi accontento di poco, ma lo pretendo subito.
Penso di avere la soglia dello squallore molto bassa, tanto che mi pasta percepire della noia e del grigiume nella vita altrui, che già perdo entusiasmo per la mia, mi basta sapere che qualcuno accetta di condurre un’esistenza piatta di abnegazione e fatica, di rinuncia e noia. La sola vista di un capannone mi angoscia al pari di un carcere o di una trincea.
Come alle prese con un bambino che aspetta il regalo di Natale, chi mi circonda non si rende probabilmente conto dello shock che può causare in me qualora decida di darmi un pacco, un generico pacco. E’ forse perchè sento in me tutta l’insignificanza dell’esistere che avverto ogni piccola rinuncia in favore di una logica della realizzazione personale, che mi è del tutto estranea, come una disgrazia, esattamente come un bambino non concepisce che l’andare a scuola sia più importante di giocare con i robot. Questa mia eventuale forma di infantilismo temo sia paradossalmente figlia di una maturità e di una tragica consapevolezza acquisite troppo presto nella vita. Odio giocare – e difatti chi mi conosce sa che non pratico alcuno sport o gioco a parte il biliardino ma quello è un discorso a parte – nel senso più stretto e letterale del termine proprio perchè voglio che tutto sia divertimento vero, e mi repelle la “finzione” che i giochi codificati implicano.
Gli hobby, le vacanze, il tempo libero, le pause, i sabati sera, sono cose da schiavi, come ripeto sempre.
La mia filosofia di vita è “godere il più possibile e soffrire il meno possibile, altrimenti meglio la morte”, e non solo non concepisco minimamente che la si possa pensare diversamente, ma mi guardo bene da chi lo faccia, poichè lo ritengo pericoloso; chi non vuole divertirsi e godere, impedirà che possano farlo anche gli altri, compreso me, quindi è mio nemico.
“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate” disse Alfred Hitchcock. Lo penso anch’io, per questo andiamo al cinema: nei film le cose accadono, mentre nella vita si aspetta che accadano, una lunga attesa culminante in una sepoltura il più delle volte. A pensarci non è molto entusiasmante, il sedersi per essere spettatori di vite altrui.
La noia, e il più in generale, la tristezza derivante dal senso di staticità e squallore è il mio nemico principale, dal cui rifiuto scaturiscono gran parte delle scelte che faccio e delle battaglie che conduco; prima dell’ideologia viene la noia, la noia sia quotidiana e spicciola sia in quanto tedio esistenziale.
Prima dell’eleborazione di un’idea, di un concetto, di un ideale, è la noia a guidarmi, a pelle, verso un certo cammino. Tutto ciò che ne scaturisce non è che l’espressione di un malcontento personale, di un’empatico sentimento di afflizione e tristezza verso chi mi circonda. Ciò che in politica ripudio non è altro che ciò che mi annoia.
Prima dell’avversione ragionata per il capitalismo e il produttivismo è l’angoscia istintiva e fisica alla vista di una fabbrica o di un palazzo di uffici a stimolare la mia coscienza.
Tornando al concerto abortito sciagurato, ieri sera contatto entusiasta una mia cara amica:”ehi! suonano i Verve a Livorno! come la vedi??” ma lei risponde, forse un po’ sadicamente, che fino al 30 luglio è totalmente impegnata con la tesi e non può alzare la testa dai libri. E a momenti non ci vado nemmeno io, tanto il mio entusiasmo ne è uscito provato. Anzi, non ci vado proprio, ma almeno poteva occultarmi il motivo del suo rifiuto, no?? perchè questa sincerità? cosa vi ho fatto di male, per citare Troisi? A volte le bugie sono una salvezza, almeno per quanto mi riguarda.
Chiunque sia intenzionato a darmi una buca in futuro, è fortemente invitato a celarmi la realtà qualora essa dovesse contenere cose come studio, lavoro, famiglia, cerimonie, religione, e a fare uso di impegni del tutto fittizi ma eccitanti ed invidiabili quali, ad esempio: orge, feste, vincite milionarie, viaggi avventurosi, esperienze extrasensoriali, consumo di stupefacenti, atti di terrorismo.
Abbiate pietà della mia povera, misera, martoriata passione per la vita.









