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Archive for febbraio 2007

Il processo di liberazione degli animali che ogni attivista o simpatizzante del movimento per i loro diritti si auspica ottimisticamente si attui seppur con lentezza, non può che passare attraverso la sottrazione di questi ultimi alle prigioni costituite dal nostro quotidiano parlare. Rischiando consapevolmente la pedanteria, vorrei far notare che, essendo le parole e le espressioni che usiamo specchio dei retaggi culturali che ci portiamo appresso e che gravano su di noi e sul nostro agire, quella degli animali è una forma di oppressione fortemente radicata e diffusa presso quasi ogni cultura e società, tanto che pressoché infinite sono le combinazioni linguistiche che li vedono vittime della rozza discriminazione umana, e che sono lì a ribadire la loro condizione di schiavitù e sottomissione forzata alla nostra autorità, irradiandola di una inquietante luce di normalità. Il campo delle figure retoriche è quello che maggiormente si presta a questo fenomeno; moltissime sono infatti le similitudini e le metafore che ogni giorno il nostro linguaggio ci porta ad usare, spesso svuotate di qualsiasi consapevolezza e di volontà offensiva – ma il linguaggio va sempre analizzato per capire meglio i problemi e tentare anche utopisticamente, di risolverli ed estirparli alla radice – atte ad aggredire ulteriormente il già martoriato e sfruttato e mondo animale. Recentemente ho assistito alla tv ad un’intervista lasciata da un ex detenuto di Guantanamo che lamentava di essere stato trattato dai soldati americani “come un animale”, quasi ad affermare che prigionia, percosse, torture e sevizie sono non solo generalmente trattamenti riservati a loro, ma che gli spettano per natura e che quindi è intollerabile che un essere umano vi sia sottoposto. Qualche giorno fa, invece, ho sentito per radio che l’assassino di Tommaso Onofri è stato accolto fuori, credo, dal tribunale, da una simpsoniana folla infuriata al grido di “Muori maiale!”. Ecco, qui abbiamo il maiale, animale, reo solo di avere abitudini igieniche non delle migliori e di essere uno scarso conoscitore delle più elementari regole del bon ton, capro espiatorio in genere di tutte le colpe degli esseri umani ed ingiustamente, incarnazione nell’immaginario comune di tutti i mali peggiori, i difetti e le nefandezze ed i peccati dei quali essi possono macchiarsi. Viene quindi naturale paragonare un assassino ad esso, invocando per lui una morte giusta e sacrosanta, possibilmente tremenda. Tuttavia, paradossalmente, la specie più presa di mira a livello linguistico è proprio quella che, in linea di massima, riceve dall’uomo il trattamento più “umano”, tanto che essi, i cani, sono stati battezzati come i suoi “migliori amici”. E’ un modo di considerare l’animale sbagliato e perverso che bisognerebbe iniziare a combattere, perché nessuna parola è “solo una parola”, ma racchiude tutto un mondo al suo interno. Finchè si continuerà a crocifiggere cani, gatti, galline, vacche, maiali e quanti altri a parole, essi continueranno a venire crocifissi anche nella pratica, come sempre, nell’indifferenza. Vi sono centinaia di espressioni di uso comune nel linguaggio che riflettono questa tendenza; si va dalle più terribili e cruente, tra cui quelle sopra elencate, quali, ad esempio “ ..come un cane bastonato”, “ scannare come un maiale”, “ ti acciacco come un cane”, “solo come un cane”, “porco schifoso”, “ ..sono come bestie..”, “ troia”, “vacca”, “scrofa”, “cagna”, “trattare da cani”, “ ucciso come un cane”, “ solo come un cane”, fino a quelle più simpatiche e pacifiche, ma non per questo trascurabili, in quantcomunque dispregiative: “ un cane di dentista”, “ ti sei fatto un cane”, “erano quattro gatti”, “ a cazzo di cane”, “è una vera porca”, “asino/somaro”, “ vero porcellone”, “come un gregge di pecore”, “carico come un somaro”, ““ vacca da monta”, “non c’era un cane”, “sei una capra”, “ sei una vipera”, “ mangi come un maiale”, “ sei una gallina”, “sei un’oca”, “lavorare come un mulo”, “cervello di gallina”, “sembra un rospo”, “ gallina vecchia fa buon brodo”, “ sei un verme”, “fagiano”, “coniglio”, “faccia da pesce lesso”, “baccalà”, e altre. Vi è poi la questione delle bestemmie; infatti perché per insultare la sacralità della figura di un dio, per infangarla e ridicolizzarla, continuare ad associarla ad animali non umani? gli stessi che per secoli sono stati e continuano ad essere trucidati in suo nome ed in suo onore? Perché accanirsi su di essi quando non sono loro il nostro nemico ma quel dio, e quel concetto di dio che tanto deprechiamo? E perché d’altra parte negarsi il piacere della bestemmia, che non è, come la perbenistica società piccoloborghese considera, sintomo di ignoranza, incoerenza e “maleducazione”, ma vero atto di presa di coscienza antiteistica e libertà di pensiero? Bene, io invito voi tutti, atei e, come me, insofferenti alla teocrazia della quale questa nazione è vittima, ad adottare un repertorio di bestemmie “vegan”, ossia non basate sull ‘oppressione animale. La filosofia vegan, infatti – questo me lo invento io – prevede numerose alternative all’ingiuria verso gli dei di carattere “animalesco”; esistono infatti numerosi aggettivi dall’accezione negativa ma 100% vegan rintracciabili facilmente all’interno del vostro vocabolario. Un esempio? ecco, ogni volta che vi troverete in procinto di appellare come “porco”, sforzatevi di sostituire con “schifoso”, o “ladro”; vi assicuro che la sensazione è altrettanto appagante ed il risultato soddisfacente. Per un antiteismo militante amico degli animali, che, teoricamente, sono dalla nostra parte in questa battaglia.
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Avvertenze: il seguente post è ad alto tasso di impopolarità.

Rovistando tra i diari online di questa comunità virtuale mi sono imbattuto in quello di higor2003, del quale riporto qui sotto l’ultimo post scritto, che mi ha particolarmente colpito:

“ASCOLTATEMI!

Un consiglio alle ragazze, soprattutto alle più giovani: non fumate, è la cosa più stupida che possiate fare. Fa malissimo a voi e a chi vi circonda (e quindi quasi sempre le persone a voi care). Vi rende schiave, dipendenti e puzzolenti, vi assicuro che il fumo puzza di brutto e questo particolare è molto poco femminile. Vi fa sprecare soldi inutili che potreste spendere in borse, scarpe, vestiti, ecc. Trombate di più invece, rende felici voi ed i maschietti, è bellissimo, fa bene (lo dicono i medici), scarica lo stress e non costa nulla!”

Ecco, appena letto questo piccolo articolo, mi sono detto :” hey, questo higor2003 ha proprio ragione! perchè non l’ho scritta io una cosa simile?”, poi mi sono dedicato alla lettura appassionata dei numerosi commenti lasciati dagli utenti, e soprattutto dalle utenti, ed ho capito, tra le varie cose, un fondamentale fatto: qui sopra, o anche nella realtà, non conta cosa venga detto, ossia il concetto espresso, quanto “chi” lo esprima e “come” lo esprima. Trattasi di un meccanismo perverso che fa prevalere la forma sul contenuto agli occhi dei lettori e degli ascoltatori che attribuiscono un diverso peso a seconda di come si presentino due persone che affermino la stessa cosa.
Infatti i commenti al post in questione sono, in maggioranza, degli insulti diretti al suo autore, dei rimproveri e delle accuse di vario genere che, ne sono strasicuro, non sarebbero stati scritti se la cornice del suddetto post non fosse stat una misera home page dallo sfondo rosa con al posto di una raffinata immagine personale enigmatica ed intellettuale in alto a sinistra, la foto scherzosa di tre gatti che si ingroppano, e se non vi fosse stato in un riquadro in basso a sinistra un chiaro annuncio/proposta sessuale rivolto, anche cortesemente, alle ragazze della community, al posto di una citazione di Milan Kundera, ad esempio.
Ecco, tutto questo però non toglie il fatto che Higor2003 abbia detto delle grandi verità in quelle poche righe, delle verità scomode, nel loro piccolo, e che per questo sia stato crocifisso da donne e da qualche uomo che – riporto fedelmente – lo hanno definito nel dettaglio :” sessista”, “qualunquista”, “grossolano”, “banale”, “vecchio patetico maniaco”, “anormale”, “ipocrita”, “maschilista” . Beh, ora che vi ho spiegato come funziona non vale più, perchè siete prevenute, ma se quel post l’avessi scritto io, che “faccio riflettere”, che sono impegnato, che sono intelligente (almeno stando a quanto mi viene detto e scritto) ecc ecc, di sicuro non sarei stato apostrofato in quei modi, mi ci giocherei il fondoschiena, e, al massimo avrei suscitato un dibattito acceso o sarei stato apprezzato per non so quale vena ironica. Quindi è vero che l’abito fa il monaco. Ora, cosa succede se io la penso esattamente come uno dei tanti “arrapati” ( nè più nè meno degli altri) del web? o sarete costrette a rivedere la vostra opinione su di me o a riabilitare Higor2003. Ma niente paura, Higor, sono qui per prendere le tue difese, usando le mie argomentazioni per difendere la tua giusta causa contro l’ipocrisia dei più.
Il nostro blogger si è solo permesso in fondo di dare un consiglio da persona assennata, quale ha dimostrato di essere, alle ragazze invitandole a non fumare, perchè “fa male a voi e chi vi circonda”, dato di fatto notorio, “vi rende schiave e dipendenti”, come tutte le droghe, naturalmente, “vi fa spendere soldi inutili che potreste spendere in borse, scarpe e vestiti”, ultima frase presa particolarmente di mira dai detrattori higoriani in quanto apparentemente incitante al bieco e frivolo consumismo, tipico delle ragazzette sciocche. In realtà Higor è più avanti di voi, perchè, rendendosi conto che non tutte le donne amano acquistare libri, dischi, pezzi d’antiquariato, e andare per musei o al cinema, ha tirato in ballo l’attività che accomuna bene o male tutte le tipologie di donna, lo shopping, che in diverse misure e forme viene praticato da qualsivoglia esponente di sesso femminile; quindi il suo era solo un esempio di impiego di denaro alternativo possibile.
Per quanto riguarda invece il suo appello finale a “trombare di più”, io , personalmente, posso solo limitarmi a sottoscriverlo e a farvi notare che esso non ha il significato di mettere in relazione il fumo e l’attività sessuale, in quanto una dipendente dall’altra, come in molte hanno interpretato, ma costituisce solo un ulteriore invito a ricercare con più foga fonti di piacere più sane, meno costose e sicuramente più appaganti.
Non volendo soffermarmi troppo sul fenomeno sociale fumo, sulla sua diffusione, inarrestabile come tutte le mode, sul fatto che l’industria del tabacco sia stata ben felice di dare alla donna l’illusione di una piccola forma di emancipazione nei confronti del maschio, arricchendosi alle spalle di tutte coloro le quali, avendo subito per decenni il fumo passivo di uomini autoritari e viziosi, hanno visto bene di diventarne la caricatura, scimmiottando le loro abitudini peggiori, dando vita a quella che non è altro quindi che una ulteriore forma di sottomissione, nella forma dell’emulazione, mi preme soffermarmi sulla seguente frase del post di cui sopra, quella riferita al fumo che ” Vi rende puzzolenti, vi assicuro che il fumo puzza di brutto e questo particolare è molto poco femminile.” Bene, per dimostrare la veridicità di tale “sentenza”, partiamo dai seguenti due assiomi sui quali spero saremo tutti concordi: ” l’alito puzzolente è disgustoso” e ” il fumo rende l’alito puzzolente” ( la vendita delle mentine aprla chiaro), bene, ne consegue quindi che chiunque fumi, maschio o femmina che sia abbia un alito puzzolente, e che ciò sia disgustoso da sentire; come si può quindi negare che una tabagista abbia l’alito puzzolente e sia disgustosa all’olfatto, nonchè al gusto? Semplicemente non si può. Se lo si fa si dice il falso.
Qualcuno arriva in un commento a dare ad Higor2003 persino del “rincoglionito mentale”. No! rincoglionite mentali siete voi, carissime, che spendete un patrimonio in cosmetici, profumi e deodoranti, che passate ore davanti allo specchio nella speranza di risultare piacevoli ai sensi maschili, per poi rendere vano tutto questo lavoro fumando e finendo per puzzare come il manovale più gretto del cantiere! sì, avete letto bene, puzzate proprio, come mio nonno quando era in vita, come un vecchio all’osteria, come una barbona stufa di vivere seduta per terra alla stazione termini.
L’accusa di maschilismo diretta al buon Higor è del tutto infondata, come quella di chi fa notare lui che sta accusando solo le donne e non gli uomini; ma io vi spiego perchè, care lettrici: dovete sapere che noi maschi eterosessuali tendiamo per natura ad accoppiarci con donne eterosessuali, ed è quindi con loro che dobbiamo avere per forza di cose contatti di tipo fisico, ergo a me ed a Higor2003 che gli uomini puzzino ce ne frega relativamente poco; che “l’omo ha da puzza’” non l’abbiamo stabilito noi, siete voi ad averlo accettato tacitamente, se non vi sta bene, protestate come noi.
Anche chiamarci “sessisti” lascia il tempo che trova, infatti da sempre la donna è stata dedita alla cura del suo corpo, e tendente ad un pizzico di vanità in più rispetto al suo corrispettivo maschile, tanto che la prima cosa che le società rigidamente religiose proibiscono per impedire alle donne di esprimere loro stesse ed essere libere, è proprio l’abbellirsi il viso ed ilo corpo. Quindi per una bambina credo, sia quasi insito nell’istinto, il volersi “raffinare” esteticamente, mano a mano che cresca. Insomma, uomo e donna sono uguali nelle pulsioni primordiali e nei diritti, ma non necessariamente nella forma.
A parte rari casi di “donne cassonetto”, tutte le esponenti del gentilsesso ci tengono un minimo al giudizio estetico degli altri, com’è giusto che sia, onde non oltrepassare i limiti della decenza, ma bisogna che si riconosca che risultare appaganti allo sguardo è inutile se si risulta sgradevoli all’olfatto, così come è assurdo avere il collo profumato se la bocca sa di portacenere, perchè in fondo non si bacia un’ascella, ma delle labbra, per quanto ne so.
Ma tu guarda se chi si ribella alla puzza deve essere bollato come bacchettone o moralista! Lungi da me infatti fare discorsi di carattere salutistico, o comunque di essere mosso da altruismo. E’ il solito discorso del relatività del concetto di normalità: ciò che è diffuso in grande scala è “normale”, quindi valga di nuovo l’esempio dei mangiatori di escrementi; la puzza tra loro è accettata e chi non la tollera è un rompiscatole. Già, perchè se una minoranza puzza, la minoranza viene allontanata e schifata, se invece a puzzare è la maggioranza, ecco che quei pochi amanti del fresco olezzo diventano “quelli a cui dà fastidio”, quasi come se il problema fosse il loro, perchè non si adattano.
Purtroppo un ruolo determinante l’hanno giocato più di cinquant’anni di cinema complice delle avide lobby del tabacco che hanno convinto la popolazione che la sigaretta sia  sexy e cool, elemento indispensabile della figura di ogni playboy o femme fatale che si rispettino; ma io sinceramente, si dalla tenera età mi sono chiesto cosa poteva esserci di sexy nella nauseabonda abitudine dei vecchietti al circolo degli anziani frequentato da mia nonna, e anche oggi mi chiedo: cosa c’è di bello nei denti dalle tonalità cromatiche grigio-giallo-marroncino? come può essere sexy un’abitudine che rende l’alito di una bella donna identico spiccicato a quello di Pietro il piastrellista e Secondino il l’intonacatore? baciando lei io sentirei il sapore di Pietro e Secondino, e anche solo, per suggestione psicologica , mi verrebbe da vomitare. Certo, in molte, leggendo queste mie parole penseranno :” ah walrus81, ma chi te se incula?”, ma vi assicuro che in moltissimi la pensano come me ed Higor, solo che non possono dirlo, ed è altrettanto vero che più di una volta mi sono trovato in imbarazzo a dover respingere ragazze per il fetore emenato dalla loro bocca al fumo stantio.
Insomma, donne, vi hanno fatto credere che fumando sareste state arrapanti come Sharon Stone in Basic Instinct, o deliziose come Audrey Hepburn, ma io, che sono meno gentile ed educato di Higor2003, vi dico in tutta sincerità che siete trucide come Selma Bouvier e che puzzate, ammazza se puzzate.

   

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 Nessun prodotto artistico rappresenta ed evidenzia i macroscopici e microscopici difetti del globalizzato mondo  contemporaneo meglio de “I Simpson” la serie animata di culto ideata dall’americano Matt Groening negli anni ottanta.
Come molti sanno i Simpson non sono solo un programma d’intrattenimeno, ma, prestandosi a più tipi di lettura, finiscono per costituire non solo un esemplare perfetto di satira ma anche un mezzo di denuncia delle svariate storture che il modello di società capitalistica ha prodotto e continua a generare negli USA e fuori da essi.
I Simpson sono l’esempio che la satira, anche piuttosto feroce, è uno strumento potenzialmente rivoluzionario ma che inglobata e divenuto “di massa”, come è naturale che accada,  risulta assolutamente inutile, e, al contrario, quasi controproducente. In un mondo normale un programma tv del genere dovrebbe disturbare qualcuno, dovrebbe generare polemiche ben pià rilevanti di quelle che genera, e invece non accade nulla; vi è una sorta di astrazione dei concetti che la riflessione, anche minima, genarata dalla visione di ogni puntata del fortunato cartoon genera nelle menti degli spettatori, milioni e milioni di spettatori, che permette quindi la loro tranquilla circolazione non soggetta a particolari censure. Perchè in fondo, si sa, come ha ricordato Mario Monicelli “la satira c’è sempre stata, e non è mai servita a nulla“, o a poco, comunque. Detto in parole povere: tutti guardano i Simpson, quasi nessuno capisce i Simpson, ed il loro messaggio rimane quasi del tutto inascoltato, altrimenti saremmo già un bel pezzo avanti. E lo dimostra il fatto che il mondo è quello che è, ossia lo stesso che il cartoon caricaturizza senza pietà fino a farlo apparire grottesco. Ma alla fine si ride, ed è questo il guaio, che si rida e basta, laddove invece le risate dovrebbero essere amare.
La puntata più emblematica in questo senso credo rimanga la 4F19, intitolata “Il nemico di Homer“, quella che mi ha sempre atterrito e angosciato, più che divertirmi – naturalmente la prima volta che l’ho vista mi sono sbellicato – forse perchè un po’ tendo ad identificarmi nel disgraziato personaggio di Frank Grimes, selfmademan mancato che perisce alla fine dell’espisodio, vittima della stupidità dei suoi colleghi e concittadini e della sua stessa ira.
Frank Grimes, pur nella sua inverosimile sfortuna ed esagerata caratterizzazione, è il simbolo della sconfitta dell’intelligenza e della rettitudine da parte della stolta ed (h)omertosa inettitudine, è colui che dalla vita non ha avuto nulla, ma ha dato tanto, tutto, e alla fine non ha ottenuto niente. E quindi quella che solo in apparenza può essere scambiata per invidia da parte sua, non è altro che una sete di giustizia, destinata tuttavia a rimanere insoddisfatta. La sua storia è lì a sottolineare tragicomicamente che quella in cui viviamo non sia che, come la chiama un mio amico, una “culocrazia”, nella quale anche il più incapace può emergere a scapito del più dotato.
Egli è il prototipo della vittima di ingiustizia e la dimostrazione della assoluta non esistenza della meritocrazia nella nostra società. Nato povero, cresciuto in miseria, semirealizzatosi grazie ad ostinazione e volontà d’animo, potendo contare solo sulle proprie capacità, in età adulta viene ostacolato, odiato, boicottato, deriso, umiliato, e infine ucciso. Per la sua onestà e serietà. Perchè uno così che, che ci tiene a fare il proprio dovere, è un fesso, naturalmente. In un mondo di Homer Simpson è Frank Grimes a costituire una pericolosa e ridicola anomalia. Come anche in un paese di mangiatori di escrementi chi osasse mettere in discussione la prelibatezza di uno stronzo in padella sarebbe preso per pazzo e messo al bando. C’è un po’ di Giordano Bruno in lui, come c’è un po’ di Leonardo Da Vinci, perché, come il maestro, Frank non è che un uomo svegliatosi in una notte in cui tutti sono dormienti, una notte che dura neanche mezz’ora, ma che vale l’intera storia umana.
Frank Grimes è il simbolo della ribellione alla dittatura dell’imbecillità, della dura ed estrema resistenza ad essa, quella che avvilisce, quella che può portare alla frustrazione e quindi alla follia. E’ per questo che ridere della storia di Frank Grimes è un insulto alla sua memoria e un favore fatto al “male”; egli merita empatia e sostegno, quelli come lui vanno elogiati e preservati, anche se magari non impiegati in una centrale atomica.
Questo post è dedicato alla memoria di un uomo giallo che nacque da “nessuno” e morì da “nessuno”, tra le risate e l’indifferenza, un perdente vittima di una gara truccata.
Lode a te, Frank Grimes.

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Quante volte vi sarà capitato di dirvi:” hey! che nome cazzuto, questo!”?, quante volte avete pensato che un dato personaggio del mondo dello spettacolo, dell’arte, della politica, della storia e della cultura in genere non avrebbe potuto chiamarsi in modo più azzeccato, essendo il suo nome e cognome – ove non vi sia un nome d’arte o pseudonimo, naturalmente – già garanzia di uomo/donna di successo? Io molto spesso. In realtà il nome più banale o ordinario, legato ad una personalità di spicco in qualche campo dello scibile umano o in qualche attività piuttosto conosciuta, produce magicamente alle nostre orecchie un suono così familiare e piacevole da farci sembrare quella formula lessicale, che non è che una fra i miliardi di combinazioni possibili, straordinariamente armoniosa e compiuta, quasi a porre uno standard al quale aspirare, cool, semplicemente. Questo ragionamento, che pure a qualcuno sembrerà un po’ la scoperta dell’acqua calda (nonna, ti avevo detto di rimanertene nel tuo post!) deriva da un piccolo particolare che ho notato nel mio modo di pensare e concepire le persone con le quali mi relaziono. Mi spiego, mettiamo che io conosca 10 individui di nome Andrea, tutti con un diverso cognome, una diversa personalità, delle diverse caratteristiche fisiche ed una diversa storia, ecco, nella mia testa queste persone non hanno assolutamente lo stesso nome e non riuscirei mai a racchiuderli in una categoria mentale chiamata “Gli Andrea”. Questo perchè ogni Andrea è un Andrea diverso e nel mio cervello, come credo in quello di molti, il tutt’uno creato dall’associazione di codesto nome agli altri dati relativi alla persona in questione sopra citati risultano inscindibile. I concetti di Andrea Rossi e Andrea Guidi finiscono così per essere simili tra di loro non più di quelli di Luca Bardelli e Silvio Orfei.


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Non esistono nomi “cool”, ma solo persone “cool”.

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Ma manifestiamo pacificamente, o potrebbero offendersi.

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