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Archive for febbraio 2008

Perchè non si è mai abbastanza indignati e furibondi.

Requisitoria del processo per le violenze e i soprusi durante il G8 Il pm cita agghiaccianti episodi, facendo nomi e cognomi
“Umiliazioni, pestaggi, sputi ecco l’inferno della Bolzaneto”
di MASSIMO CALANDRI

GENOVA – Qualcuno dovrà pure spiegare l’odio e la violenza, la barbarie, la crudeltà gratuita. (come se una spiegazione minimamente plausibile potesse addirittura esistere!)
L’accanimento. Gli insulti, le umiliazioni, le botte. I capelli tagliati a colpi di forbice, gli sputi, i volti marchiati, le dita spezzate. Qualcuno dovrà spiegare, ed assumersene le responsabilità. Nella seconda udienza dedicata alla requisitoria del processo per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto, i pubblici ministeri si sono concentrati sull’attendibilità dei testi. Spiegando che non furono solo le 209 vittime a raccontare nei dettagli l’orrore di quei tre giorni, ma che gli stessi imputati generali, funzionari di polizia, ufficiali dell’Arma, guardie carcerarie, poliziotti, carabinieri, medici hanno più o meno direttamente confermato quegli sconcertanti resoconti.

Vale allora la pena di riportare alla lettera una parte dell’intervento di Vittorio Ranieri Miniati, a nome anche dell’altro pm, Patrizia Petruzziello. Un breve elenco di fatti specifici accaduti nel “carcere del G8”. Una esemplare tessera del mosaico. Miniati cita ad esempio “le battute offensive e minacciose con riferimento alla morte di Carlo Giuliani o di alcuni motivi parafrasati a scopo di scherno”. “Per la giornata di venerdì, in particolare: il malore di Angelo Rossomando e quello di Karl Schreiter. Il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana. Il capo spinto verso la tazza del water a Ester Percivati. Lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina, le ustioni con sigaretta sul dorso del piede a Carlos manuel Otero Balado, percosso tra l’altro sui genitali con un grosso salame. Le percosse con lo stesso grosso salame sul collo di Pedro Chicarro Sanchez”.

“Per la giornata di sabato, in particolare: il malore di Katia Leone per lo spruzzo in cella di spray urticante. Il malore di Panagiotis Sideriatis, cui verrà riscontrata la rottura della milza. Il pestaggio di Mohammed Tabbach, persona con arto artificiale. Gli insulti a Massimiliano Amodio, per la sua bassa statura. Gli insulti razzisti a Francisco Alberto Anerdi per il colore della sua pelle. Le modalità vessatorie della traduzione di David Morozzi e Carlo Cuccomarino, che vengono legati insieme e le cui teste vengono fatte sbattere l’una contro l’altra”. “Per la domenica, in particolare: il malore di Stefan Brauer in seguito allo spruzzo di spray urticanti, lasciato con un camice verde da sala operatoria al freddo. Il malore di Fabian Haldimann, che sviene in cella ove è costretto nella posizione vessatoria. L’etichettatura sulla guancia, a mo’ di marchio, per i ragazzi arrestati alla Diaz nel piazzale al momento dell’arrivo a Bolzaneto. La sofferenza di Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella non è neppure in grado di deglutire. Il disagio di Jens Herrrmann, che nella scuola Diaz per il terrore non è riuscito a trattenere le sue deiezioni e al quale non è consentito di lavarsi. La particolare foggia del cappellino imposto a Thorsten Meyer Hinrrichs: un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello, con cui è costretto a girare nel piazzale senza poterlo togliere”.
Per chi lo avesse dimenticato, i responsabili di questi episodi sono uomini dello Stato. Quello che ci dovrebbero proteggere dai criminali.

Da Repubblica (25 febbraio 2008)

Vili servi dello stato ridicolmente vestiti, confronto a voi, anche un camorrista può vantare una ferrea etica.

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Perchè non si è mai abbastanza indignati e furibondi.
Dai verbali emergono le responsabilità dei medici per gli abusi commessi nel centro di detenzione
La donna kapò di Bolzaneto
Le violenze e le umiliazioni nella caserma di Bolzaneto
di CARLO BONINI E MASSIMO CALANDRI

GENOVA – Vive da qualche parte in città. Prigioniera del ricordo, inseguita dalla paura che sia rimasto poco tempo al suo anonimato. Il suo avvocato ripete a Repubblica che non ha nessuna intenzione di parlare. “Tantomeno a dei giornalisti”. Ma sa bene che prima o poi dovrà farlo con i pubblici ministeri che da dodici mesi stanno pazientemente dando un volto alle spaventose ombre della caserma di Bolzaneto. E che ormai sanno.

E’ una donna di 44 anni. Un medico generico, con studi a Genova e in Lombardia e una collaborazione mai interrotta con l’Amministrazione penitenziaria, la cui storia aggiunge ora alla vergogna di quei giorni del luglio scorso una nuova nota di umiliante sopraffazione. Di lei oggi si sa per il racconto che ai pubblici ministeri ha consegnato in questi mesi una delle sue asserite vittime, un ragazzo. Precipitato con altre decine di fermati nelle gabbie del disonore, là su, in quel buco nero sulla collina che chiamavano “centro di detenzione temporanea”.

Spogliarsi a comando di fronte ad un estraneo in divisa, segnati dalle ecchimosi e dal sangue delle percosse, dalla sporcizia e il sudore di una fuga finita sull’asfalto, non è semplice. Farlo da detenuti di fronte a un medico non del proprio sesso lo è ancora di meno. A Bolzaneto accadeva anche questo, per l’umiliazione di tutti e l’eccitazione greve dei presenti. Le donne di fronte agli uomini: i due medici di turno, infermieri o agenti di custodia che fossero. Gli uomini di fronte a lei, la donna medico che ora vive nascosta, e ad una sua collega. Racconta il ragazzo ai magistrati: “Mi disse di spogliarmi e, nudo, le rimasi davanti per parecchi minuti. In silenzio. Prese a scrutarmi e quindi si rivolse al suo collega, un uomo: “Quasi, quasi, questo comunista me lo farei”. E lui di rimando: “Guarda che i comunisti sono tutti froci”. Un infermiere che assisteva alla scena li interruppe: “Se non sono froci, come minimo hanno la sifilide””.

Omissioni – Per le violenze di Bolzaneto qualcuno pagherà. Presto. Forse prima di altri. E non solo “quella” donna, quel “medico”, che ai pochi cui si è confidata ha consegnato un unico ossessivo ricordo di chi ebbe a sfilarle di fronte: “Le decine di piercing spesso saldati nelle parti intime e comunque sempre estratti con le pinze”. Nonostante il silenzio che ha avvolto l’istruttoria, quasi fosse un accidente minore dei giorni di Genova e l’ostentata omertà degli apparati che ne ha minato e ne mina ancora il cammino, la Procura ha già pronta una prima consistente serie di avvisi di garanzia, che, verosimilmente, raggiungeranno i loro destinatari quando Genova avrà consumato questa settimana di ricordo e di lutto. Dodici i nomi già identificati e iscritti nel registro degli indagati.

I tre responsabili della “gestione dei fermati”, dunque delle pratiche di identificazione, fotosegnalazione, visite mediche e avvio alle carceri: un maresciallo della polizia penitenziaria e due funzionari di polizia (il vice questore Alessandro Perugini e una donna, il vicequestore Anna Poggi di Torino). Quindi, la catena gerarchica che a loro faceva capo: due ufficiali della polizia penitenziaria responsabili del contingente delle guardie carcerarie; due tenenti dei carabinieri; cinque ispettori di polizia. Nessuno di loro usò violenza ai fermati.

Ma nessuno di loro – argomenta la pubblica accusa – la impedì, pur avendone la piena percezione. Pur sapendo che in quelle gabbie si stava consumando l’intero campionario dell’umiliazione e a pieno regime la fabbrica dei falsi produceva verbali posticci da estorcere alla volontà piegata dei fermati. La circostanza non chiude evidentemente il circuito delle responsabilità. Lo sa la Procura di Genova, lo sanno le circa 360 parti lese. E dunque: chi allora quella violenza non solo non la impedì ma la usò nelle sue inesauribili varianti?

Infermieri – Per molti mesi, un solo nome ha ballato nel registro degli indagati. Il dottor Giacomo Toccafondi, medico chirurgo in tuta mimetica della polizia penitenziaria, la cui storia e responsabilità vennero sottratte agli occhi della pubblica opinione da un accidente del destino. Che lo sorprese indagato nel salire i gradini della Procura l’11 settembre 2001, mentre il mondo guardava all’orrore del martedì di sangue del Pentagono e delle Torri Gemelle. Epperò, sei mesi di ricognizioni fotografiche su parvenze di foto-tessera e istantanee sbiadite dal tempo, dolosamente consegnate alla Procura dagli apparati perché capaci di grippare anche il più vivido dei ricordi sugli uomini in servizio a Bolzaneto, un qualche risultato lo hanno prodotto. In un estenuante pellegrinaggio di parti lese, che ha portato i pubblici ministeri anche in Germania e Inghilterra, dodici tra agenti di polizia e guardie carcerarie sono stati identificati con relativa certezza.

Non più ombre nelle gabbie, pugni anonimi in guanti di pelle, ma persone in carne ed ossa. Sommati ai 12 responsabili temporanei della struttura già indagati fanno salire la contabilità dell’istruttoria a ventiquattro nomi. Abbastanza per isolare una parte almeno di una catena di violenze protrattasi 76 ore e forse azzardare, presto, una prima serie di riconoscimenti personali. Ma anche per rendere merito a chi per primo, spontaneamente, ebbe il coraggio di denunciare la vergogna dall’interno, rompendo il patto omertoso dei violenti e pagandone il prezzo. A un infermiere bolognese dell’amministrazione penitenziaria. Marco Poggi. In servizio distaccato alla caserma di Bolzaneto dalle ore 20 del 20 luglio alla sera del 22. Da allora, la sua vita non è più la stessa.

A cinquant’anni è diventato “un infame” per aver semplicemente assolto al suo dovere e non aver smarrito la coscienza di uomo. Colleghi abituati a voltarsi dall’altra parte non gli perdonano quel sussulto di dignità che, in lacrime, lo ha spinto a firmare un verbale di “spontanee dichiarazioni” che ha trasformato le denunce di ragazzi e ragazze cui pochi intendevano credere in “verità” istruttorie. Che ha consentito alla Procura di individuare con assoluta certezza almeno due responsabili delle violenze: il chirurgo Giacomo Toccafondi e un agente di polizia penitenziaria. Dal luglio scorso, Poggi, formalmente “in aspettativa”, non ha più potuto mettere piede in carcere. I superiori gli consigliano di “cambiare aria”. Qualcuno lo ha avvertito: “Non vorrei dover essere io, un giorno, a farti in galera la visita medica del “nuovo giunto””. Isolata, in Parlamento, si è levata qualche giorno fa la richiesta del senatore dei Ds Aleandro Longhi di riconoscergli la medaglia al valore civile. Lo stesso Parlamento nei cui archivi – con protocollo 2001/0036164/GEN/COM Camera dei deputati – l’inedito verbale di Poggi, così come reso ai pm genovesi, è stato riservatamente acquisito per poi essere rapidamente dimenticato.

Il verbale – Racconta Poggi: “I gabbioni erano nove e quando i fermati erano ritenuti idonei ad esservi collocati venivano dichiarati, con eufemismo, “abili e arruolati”. (…) Ovunque sostassero all’interno della struttura – gabbione o corridoio – venivano posizionati in piedi, con le gambe divaricate, le mani larghe e la testa appoggiati al muro. Non dovevano muoversi, né parlare e così spesso dovevano rimanere per molte ore. Chi parlava o si muoveva veniva percosso”. Nell’infermeria, il “medico” pensava a dare il resto: “Alcuni detenuti, che non sapevano come fare la flessione di routine prevista dalla perquisizione di primo ingresso in carcere, venivano presi a pugni e calci dagli agenti di polizia penitenziaria. Ho visto il medico in tuta mimetica (Toccafondi), anfibi e maglietta blu, togliere un piercing dal naso di una persona, far allargare le gambe di alcuni detenuti con piccoli calci alle caviglie e dare un ceffone. Al contrario di come espressamente previsto dall’Amministrazione a nessuno veniva chiesto come si fossero provocate ferite ed escoriazioni e non venivano neppure redatti referti medici. Venivano fatte considerazioni ad alta voce, come “Sei un brigatista”, “te lo do io Che Guevara…”“. Fuori dall’infermeria ognuno si sentiva in dovere di abbandonarsi al peggio. Ancora dal verbale: “Sia la sera del 20 che nella notte tra il 20 e il 21 luglio ho visto poliziotti e agenti di polizia penitenziaria (sia del Gom che del nucleo traduzioni) picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti. Con calci, pugni, schiaffi, testate contro il muro. Intorno alle 15.30 del 22, ho visto trascinare un detenuto in bagno da quattro agenti di polizia penitenziaria. Gli dicevano: “Devi pisciare, vero? Hai detto che devi pisciare, vero? Poi, una volta arrivati nell’androne, ho sentito che lo sottoponevano ad un vero e proprio pestaggio. Ho visto distruggere un cellulare con il tallone di un anfibio, e un agente della polizia di stato che, approfittando della finestra aperta, faceva sentire in un gabbione la suoneria del suo telefonino che suonava Faccetta nera”. Naturalmente, l’Inferno aveva i suoi gironi e guai a finire nel più basso: “Alcuni ragazzi, venivano battezzati benzinai per l’odore di benzina che facevano, e ricevevano un trattamento “speciale”. Ancora più violento…”.

Il ministro e i carabinieri – Di quel che accadde nei gabbioni, il ministro di Grazia e giustizia Claudio Castelli – è noto – non ebbe percezione. O almeno così dichiarò di fronte alla commissione di inchiesta parlamentare, ricostruendo la sua visita a Bolzaneto nella notte tra il sabato 21 e la domenica 22 luglio. Trenta minuti, tra l’una e trenta e le due del mattino. Due passi all’interno della “sola struttura di pertinenza della polizia penitenziaria”, sufficienti a concludere che tutto si svolgeva secondo regola (“Ho visto alcune persone in piedi con le gambe allargate e la faccia contro il muro e quando chiesi spiegazioni mi dissero che serviva ad impedire che i fermati dessero fastidio a una ragazza. Ma non ho assistito a pestaggi o scene di violenza”). Una spiegazione che ha ritagliato alla testimonianza del ministro una posizione defilata nell’economia dell’inchiesta della Procura e che anche l’Arma ha provato a spendere, ma con scarsa fortuna. A stare ai piani della vigilia, a Bolzaneto i carabinieri non dovrebbero proprio esserci. Perché hanno la loro di caserma (Forte san Giuliano) cui badare. Ma all’alba del 21 luglio, dopo la morte di Giuliani e l’immediata decisione di cancellare la presenza di quelle divise dalla piazza, l’allora questore Colucci decide di prelevarne due unità in piazza Fontane Marose per spedirle di rinforzo sulla collina dove ormai gira a pieno regime la fabbrica della violenza. La Procura ha accertato che sono trenta militari ausiliari del “Battaglione Sardegna” agli ordini di due tenenti di complemento (ora indagati, come detto). Restano a Bolzaneto dalle 7 del mattino alle 22 di sera del 21 luglio, di piantone a più “camere di sicurezza” dove una cinquantina di fermati vengono prelevati uno alla volta per essere “visitati” e fotosegnalati.
Nella loro relazione – acquisita dai pubblici ministeri – i due tenenti scrivono: “…nulla si rileva in ordine a presunti maltrattamenti nelle camere di sicurezza a noi affidate”. E’ una clausola di stile che dice una mezza verità. O almeno così ritiene la Procura. Perché se è vero che in quelle camere di sicurezza violenze sui singoli non ve ne furono, è altrettanto vero che soltanto un sordo o un cieco avrebbe potuto ignorare o quantomeno non notare neppure per un istante quale scempio si consumava all’interno di quel complesso che chiamavano carcere. Un fatto è certo: l’esperienza deve aver segnato quei trenta carabinieri che “nulla videro o sentirono”. Non uno di loro (tenenti compresi), oggi, è ancora nell’Arma.
(…sono in senato?)

Da Repubblica (16 luglio 2002)

Dare del crudele ad un crudele, del bastardo ad un bastardo è compiacerlo; chiamatelo vigliacco infame e cadrà in frantumi.

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Qualche giorno fa, il 19 febbraio, è apparso sull’inserto di Firenze de La Nazione la notizia di un brutto episodio che ha visto un cagnolino – il suo nome era Ali’ – ucciso con un colpo d’arma da fuoco da un carabiniere che stava svolgendo un controllo notturno dopo essersi avvicinato a un camper dove riposavano due ragazzi, Silvia e Angelo. Con tutta probabilità il carabiniere ha commesso questa azione solo perché infastidito dall’abbaiare del cane, che non l’avrebbe affatto aggredito, a detta dei testimoni che hanno assistito alla vicenda.
Tutto si può dire delle forze dell’ordine tranne che operino delle discriminazioni in base ala specie.

Quel che è inoltre successo è che Angelo, il padrone del cane, e Vittorio (un ragazzo li’ presente) sono stati accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Resistenza che aveva tutte le ragioni di essere, ovviamente, visto che il carabiniere aveva sparato al cane!

Lunedì 3 marzo alle ore 9:30 al tribunale in piazza San Firenze ci sarà l’udienza preliminare dove il giudice dovrà decidere se convalidare l’arresto di Angelo e Vittorio.
Di concerto con il loro avvocato, gli accusati hanno deciso di organizzare, durante l’udienza, un presidio di fronte al tribunale, quindi, dove saranno presenti loro amici e conoscenti, ma sono invitati anche singoli attivisti, associazioni e gruppi animalisti, per dare innanzitutto solidarietà per Alì e per far sapere alla società come ancora oggigiorno accadano questi abusi di potere.

Aggiungo io che la società lo sa già, ed in larga parte gli sta più che bene, essendo composta da schiavi incapaci di giudizio critico e di superamento dei concetti di “stato”, “autorità” e “legge”.

Fornite ad un vigliacco una divisa ed un’arma ed otterrete un criminale.

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Un colpo di pistola partito dall’arma di un carabiniere ha ucciso un ladro di motorini a Giarre, in provincia di Catania.

Tutto si può dire delle forze dell’ordine tranne che operino discriminazini: che tu sia a favore o contro il capitalismo, hai comunque diritto ad una sana pallottola in testa.

Giovanni Grasso aveva 31 anni; viaggiava in sella ad uno scooter con un complice poco più che maggiorenne. Erano stati intercettati da una gazzella mentre attraversavano il centro del paese. Durante l’inseguimento, il carabiniere ha esploso in aria quattro colpi di pistola ma i fuggitivi, per evitare di essere fermati, hanno invaso la corsia opposta rischiando di scontrarsi frontalmente con un’auto.
Sono finiti a terra e quando il militare è sceso dall’auto per arrestarli “nella concitazione è partito un colpo”, come ha detto il comandante provinciale dei carabinieri. Il proiettile ha colpito Giovanni Grasso alla testa: è morto poco dopo al pronto soccorso.
Secondo voi ci stanno ammazzando in ordine alfabetico o procedono così a caso?

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Tra le ideologie discriminatorie e suprematiste, lo specismo è quella più vecchia e radicata nella specie animale che l’ha ideata, quella classificata come homo sapiens sapiens. Una discriminazione basata sulla specie, pressoché sempre in favore della specie umana. Vogliamo in questo scritto analizzarne le origini e le scuse che la perpetuano, non pretendendo certo di esaurire qui l’argomento.

Naturalmente diversi

Cos’è il razzismo?
I Neri e i Bianchi non sono uguali per il colore della loro pelle, poiché di fatto il colore è diverso. Constatare ciò non è razzista.
Lo sarà piuttosto dire che il colore della pelle di qualcuno giustifica il fatto di accordare più o meno importanza ai suoi interessi. L’uguaglianza di cui parla l’antirazzismo si oppone all’ineguaglianza di trattamento di cui sono vittima alcuni in ragione della loro pelle.

In realtà per l’ideologia razzista non è tanto il colore della pelle a determinare la superiorità di una razza su un’altra perché questo è un criterio fin troppo debole e troppo facile da contraddire. Bisogna dare una sostanza, uno spessore all’idea stessa di razza. La razza di un individuo deve essere percepita come sua verità profonda, come sua natura. Un nero deve essere nero fino in fondo, di sangue nero, qualcosa di completamente altro ed alieno dall’Uomo Bianco. Pertanto per i razzisti è la natura degli esseri che giustifica la discriminazione, è l’affermazione della loro differenza che li pregiudica. Il colore della pelle non è che un segno di questa differenza.

L’antirazzista specista ha un problema, quello di dover giustificare lo specismo senza giustificare il razzismo. Mantiene infatti l’idea di natura basata sulla nascita, l’idea che la Natura ha dato all’Uomo il più alto lignaggio tra le specie, la possibilità di essere libero, e che gli animali siano nati per essere schiavi e sottomessi agli Uomini. Per il razzista lo stesso discorso dà fondamento alla sua volontà di dominio sui neri, naturalmente diversi.

Specismo, sessismo e razzismo

Queste tre forme di discriminazione sono strettamente interconnesse per due ordini di ragioni. In primo luogo tutte fanno affidamento sull’idea di una natura diversa e sicuramente inferiore. Una natura che sancisce l’inferiorità degli animali rispetto agli umani, della donna rispetto all’uomo e dei popoli barbari rispetto a quelli civilizzati.
L’osservazione di una natura bestiale dei popoli da assoggettare è servita a legittimarne la schiavitù, con i mercati, la marchiatura e il lavoro forzato. I colonizzatori sbarcati in America produssero volumi di grandiosa apologia razzista a giustificazione del genocidio da essi compiuto. Queste razze inferiori erano minacciose, peccaminose, carnali, disumane e non cristiane e pertanto pericolosamente vicine agli animali. Essi venivano trattati come era solito trattare gli animali.

I grandi teologi della Chiesa non facevano altro che interpretare il pensiero comune quando affermavano che la donna era situata nel livello inferiore dell’umanità, essendo perversa, debole, ottusa, subdola, mentre in quello superiore regnava l’uomo con la sua lungimiranza, la sua intelligenza, la sua virtù, la sua ragione. Gli stessi termini utilizzati per suggellare la naturale superiorità umana sulle altre specie. La pessima e sprezzante opinione delle donne, che si aveva e che molti ancora conservano, non è nata dalla mentalità degli inquisitori che scatenarono le grandi cacce contro le streghe, ma risale a molto prima poiché già la mentalità pagana era misogina.

Le «femmine»e i «bruti» (le razze inferiori) sono talmente diversi che, rispettivamente, la Santa Inquisizione e la colonizzazione hanno messo in pratica le più impensabili torture, con il convincimento di trovarsi di fronte a degli esseri di natura demoniaca e di indole bestiale, incapaci di soffrire. I carnefici, spesso coperti da una maschera di cuoio, appendono, stritolano, stirano, bruciano, ammaccano, seviziano con distacco scientifico il corpo della malcapitata. I loro occhi sembrano non vedere l’orrore del corpo martoriato, le loro orecchie sembrano non udire i lamenti, i gemiti, le invocazioni. Sarà inutile ricordare il parallelo con vivisettori e macellatori?
L’altro legame tra queste discriminazioni è la nascita di quelle tra umani come conseguenza di quella adoperata contro gli animali: avendo accettato lo sfruttamento degli animali come parte naturale delle cose, si cominciò a trattare in modo analogo gli altri esseri umani. Così dopo aver iniziato la pratica dell’allevamento degli animali, gli uomini addomesticarono le donne controllandone la capacità riproduttiva attraverso la castità e la repressione sessuale. Le donne vennero spinte ai margini di una società maschile che deteneva un potere assoluto. La donna faceva parte dei diversi, la sua vita divenne irrilevante e valutata solo in base alla sua utilità per l’uomo.
E così, esattamente come la specie umana nella sua interezza aveva dimostrato la propria superiorità sugli altri animali dominandoli e soggiogandoli, a molti europei sembrava chiaro che la razza bianca aveva dimostrato la propria superiorità sulle razze inferiori tenendole sotto il proprio dominio.

La somiglianza tra queste tre ideologie sarebbe evidente a tutti se non fosse che, tristemente, antirazzisti e antisessisti sono per la maggior parte specisti e hanno dunque un forte interesse a non farla percepire. La volontà che hanno di combattere le discriminazioni tra gli umani senza mettere in pericolo quella verso i non-umani li conduce a volere a tutti i costi difendere delle posizioni indifendibili. L’idea di uguaglianza animale è per loro impensabile poiché vogliono sì fondare una società di eguali, ma tutti ugualmente superiori agli altri animali.

Un’amicizia tradita

Si può individuare una fase della storia umana in cui iniziò l’edificazione di quella barriera fra uomini e animali che oggi sembra invalicabile: il passaggio da un’alimentazione basata sulla raccolta e sulla caccia ad una basata sulla coltivazione delle piante e sull’addomesticamento degli animali. Le comunità divenute sedentarie costrinsero anche gli animali ad una vita stanziale e impararono a controllarne la mobilità, il ciclo riproduttivo e l’alimentazione attraverso l’impiego della legatura delle zampe, della castrazione, della marchiatura e della mozzatura delle estremità del corpo. Gli uomini furono sempre più coinvolti in pratiche che provocavano crudeltà, uccidendo prima di tutto la loro sensibilità per scacciare i sensi di colpa. Per fare ciò si distanziarono emotivamente dai loro prigionieri verso i quali, un tempo, sentivano un senso di comunanza che presto fu dimenticato e sostituito con una volontà di prevaricazione.

Il principale meccanismo usato dagli esseri umani fu il ricorso al concetto secondo il quale essi erano una specie separata e moralmente superiore a quella degli altri animali. Un atteggiamento che Freud così descriveva: «L’uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di un tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un’anima immortale, appellandosi ad un’alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col mondo animale». Tutto il rimanente non-umano è stato buttato dentro un sacco e chiamato genericamente «natura». Secondo la visione antropocentrica che affligge gran parte dell’umanità, questa «natura» è composta da esseri indistinti la cui peculiarità al massimo sta nei diversi utilizzi che ne vengono fatti. E’ chiaro che la fuorviante contrapposizione noi/loro è indispensabile al mantenimento dell’attuale ordine economico che divide tutto l’esistente in merce e consumatori.

Di più, se ognuno di noi ritiene di essere titolare di una propria unicità allora dobbiamo ammettere che ogni individuo di qualunque specie possiede un valore intrinseco e urla la propria unicità. E’ tipico invece pensare che, per esempio, un coniglio o un vitello valgano l’altro perché appaiono tutti uguali, negando che ognuno di loro è importante in sé e diverso da tutti gli altri.

Al di fuori dei libri e dei laboratori

La zoologia sistematica vuole offrire un’ordinata visione comparativa della multiforme varietà delle specie animali viventi sulla faccia della Terra. Purtroppo questa ossessiva comparazione delle diverse forme di vita ha prodotto quella convinzione secondo la quale gli uomini sono il risultato finale e il prodotto perfetto dell’evoluzione. La presenza del genere Homo ha storia piuttosto recente se comparata a quella della maggior parte degli altri animali, ma invece che riconoscere e guardare con meraviglia il fantastico viaggio attraverso la storia del pianeta Terra condiviso con le altre creature, gli scientisti e i loro proseliti vogliono soltanto rimarcare la distanza e le differenze tra noi e i nostri compagni.

Quello che la Scienza vuole suggerire mettendoci di fronte all’evidenza che individui appartenenti ad ampie categorie animali come gli Insetti, i Molluschi e i Pesci abbiano evoluto un sistema nervoso non equiparabile per complessità a quello di Uccelli e Mammiferi, non ci porta a ritenere che possano essere schiacciati con spensieratezza senza provocare sofferenza. L’unico rapporto che di solito i giganti umani hanno con i piccoli animali si risolve nell’ucciderli, ferirli o lasciarli vivere senza attribuire a ciò alcuna importanza. Quel che noi affermiamo è che non importa quanto intensa possa essere la sofferenza di un animale e quanto questo possa essere evoluto (secondo la classificazione fatta dalla zoologia sistematica e dalla filogenesi animale). Ci basta vedere che un moscerino con le ali spezzate o le zampe schiacciate tenta in ogni modo di ricomporsi e lotta sino alla fine per la propria vita e che sente il disagio di non avere il proprio corpo funzionante come prima.

Una delle argomentazioni che gli specisti utilizzano per reggere il loro traballante impianto ideologico è che gli animali non umani non sono dotati di intelligenza. La supposta mancanza di intelligenza li ha esposti alla supremazia dell’umanità, che si è approfittata della diversa indole degli altri animali. Invece ogni animale possiede un’intelligenza propria della specie di appartenenza e ognuna di queste intelligenze è adatta al tipo di vita, all’etologia di quell’animale ed è più che sufficiente per «sbrigare» i propri affari, per procurarsi cibo e riparo, per avere abitudini più o meno sociali, per accoppiarsi e per procreare, in definitiva per vivere nel mondo. Tutto questo senza bisogno di intervento umano.

In ogni caso, mancanza di intelligenza, incapacità di linguaggio e altre deficienze che gli umani possono riscontrare negli altri animali non possono essere argomenti per giustificare l’inflizione del dolore perché allora dovremmo accettare la sperimentazione scientifica su persone che non sono né intelligenti né capaci di parlare. L’intelligenza è in fondo uno dei tanti parametri di valutazione, inventato dall’uomo, mentre potremmo usarne altri, come la forza o la velocità, per esempio, che scalzerebbero gli umani dalla posizione dominante.

In tutte le cose ci siamo fatti più modesti. Non traiamo più le origini dell’uomo dallo «spirito», dalla «divinità”, lo abbiamo ricollocato tra gli animali. Esso è per noi l’animale più forte perché è il più astuto: una conseguenza di ciò è la sua intellettualità. Ci guardiamo, d’altro canto, da una vanità che anche a questo punto vorrebbe di nuovo far sentire la sua voce: quella per cui l’uomo sarebbe stato la grande riposta intenzione dell’evoluzione animale. Egli non è in alcun modo il coronamento della creazione: ogni essere è, accanto a lui, allo stesso grado di perfezione…E affermando questo, affermiamo ancora sempre troppo: relativamente parlando, l’uomo è l’animale peggio riuscito, il più malaticcio, il più pericolosamente deviato dai propri istinti.
Friedrich Nietzsche, l’Anticristo

Di questo aforisma ci sono due versioni dal tedesco, una traduce la parola geistigkeit intelligenza, l’altra intellettualità. Qui non si afferma che l’uomo è l’animale più forte e il più astuto perché rappresenta la completezza e l’obiettivo segreto della creazione, sia essa divina o sia l’inizio dell’evoluzione che Darwin ha descritto, piuttosto si dice che questo tanto esaltato homo sapiens ha acquisito delle potenzialità che l’hanno fatto prevalere sugli altri animali, convincendolo di essere in cima ad una gerarchia di esseri viventi da lui stesso creata per legittimare il dominio conquistato.

Si potrebbe dire che l’intelligenza degli uomini è duplice: da una parte è l’intellettualità, la capacità di produrre sofisticati pensieri, di concettualizzare le proprie sensazioni, di saper formulare delle teorie che spieghino quel che sembra non interessare agli altri animali; dall’altra l’intelligenza umana è ciò che ha permesso a questa specie di sviluppare una serie impressionante di tecniche senza le quali non potrebbe di sicuro vincere la natura e le sue forze. Il cuore delle montagne sarebbe inespugnabile se non fosse che uomini e donne, grazie all’inarrestabile progresso della Scienza e della Tecnica, si sono dotati di giganteschi trapani che riescono a stuprarle con velocità ed efficienza; imponenti mammiferi marini possono essere con facilità arpionati ed issati con delle braccia meccaniche che rispondono al comando delle dita di un piccolo essere. Nel campo della genialità militare, gli eserciti di questo ultimo secolo sono arrivati dove i loro predecessori si erano dovuti fermare: ora il terrore e la furia bellica arrivano anche dai cieli, dove sembrava proprio che solo gli uccelli potessero volare.

Insomma, questo «animale razionale dotato di intelligenza» ha costruito cose più grandi e più potenti di lui per avere ragione di ciò che altrimenti non avrebbe potuto domare e dominare.
Qui risiede la furbizia dell’Uomo, sfacciatamente spacciata come Intelligenza. L’atteggiamento megalomane descritto finora è la tendenza che ha coinvolto la maggior parte degli umani ma non è in alcun modo la natura umana, perché l’esistenza di persone che lottano contro lo sfruttamento dimostra che la volontà di dominio non è insita in tutti gli umani in quanto tali. La storia della civiltà si è svolta in questo modo, catastrofico ed annientatore, ma in ogni epoca ci sono state resistenze piccole e grandi che ci inducono a non disperare.


Spezzare le catene

Ogni essere vivente ha interesse al proprio benessere, a poter esplicare le normali funzioni vitali decidendo da sé luogo, tempo e modalità. Qualsiasi intromissione nei normali affari di un animale è indebita ed è applicata in ragione del fatto che agli animali non si riconosce pari dignità, come del resto alcuni uomini non la riconoscono ad altri umani. Questo tenendo conto solo dei bisogni fisiologici che sono riscontrabili in ogni abitante animale della Terra, mentre come umani che riescono a instaurare dei rapporti affettivi o anche solo una comunicazione con alcune specie, dobbiamo riconoscere loro la capacità di provare sensazioni e sentimenti. Il fatto che alcune specie non comunichino con segnali a noi comprensibili il loro stato di benessere o di disagio e che non si possa più di tanto legarsi a loro sentimentalmente non è di certo motivo per approfittarsene, per intromettersi in quelle esistenze sconvolgendole e per non ritenerle degne di essere vissute.

Chi si oppone alla tortura sugli uomini, non può che ravvedere la stessa mostruosità nei macelli, nei laboratori e in tutte quelle situazioni dove gli animali sono costretti ad umiliazioni e ad innaturali condizioni di vita. In realtà, la grande mancanza di empatia di cui troppi soffrono, fa sì che non possano sentirsi vivere in altri esseri e che siano partecipi perciò il meno possibile alla loro sorte e alle loro sofferenze.

L’unica ragione per considerare prioritari dei triviali interessi nel mangiarsi un maiale, per esempio, rispetto all’interesse vitale del maiale all’integrità del proprio corpo è la specie del maiale (una specie non umana). Ritenere il proprio superfluo bisogno di consumare prodotti animali sicuramente più importante del primario interesse di un animale a non essere violato è specismo, perché non dà eguale considerazione ad eguali interessi, semplicemente a causa della specie. Gli animali esistono per se stessi e non per gli uomini, come i neri non vivono per servire ai bianchi o le donne per soddisfare gli uomini.

La nostra opposizione allo specismo è un’opposizione ad una ideologia che serve a legittimare la sofferenza ignobile e la morte che la quasi totalità degli umani infligge scientemente, deliberatamente, quotidianamente, a miliardi di esseri altrettanto sensibili.

Non essere specisti non significa «trattare allo stesso modo umani e non umani», il ché è chiaramente ridicolo. Significa piuttosto attribuire uguale peso a bisogni e interessi, i quali variano da specie a specie. Il solo evidente fatto della diversità tra le specie non può essere motivo per ignorare gli interessi di qualcuno.
Una rivoluzione antispecista comporterebbe uno sconvolgimento totale da tutti i punti di vista e pochi sembrano volerlo veramente. Il vero antispecismo è la più radicale, profonda e rivoluzionaria critica dell’esistente.

Il concetto di liberazione animale si distacca da quello di diritti animali perché non tende ad una vita più dignitosa degli animali in questa società umana, ma alla loro libertà, lasciandogli spazio di creare nuovamente le loro società.

Pertanto si intende anche un mondo completamente diverso da questo, un ritorno alla Terra per ristabilire un equilibrio tra i viventi perduto dalla deviazione civilizzatrice e dominatrice degli umani.
Solo togliendo il dominio umano dal non-umano si potrà anche togliere quello dell’uomo sull’uomo, perché non può esistere società liberata fintanto che i liberi uomini avranno degli schiavi animali.

Da La Nemesi

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Un video girato alla Monash University in Australia mostra quanto sia orribile e crudele la cosidetta “sperimentazione didattica” che ancora oggi ha luogo in tutto il mondo su animali vivi.

L’associazione australiana “Animal Liberation Victoria” ha ricevuto varie segnalazioni da parte di studenti della Monash University che raccontavano gli orrori del “laboratorio didattico” sui conigli che viene seguito dagli studenti del terzo anno di scienze.
Nel laboratorio, agli studenti viene richiesto di eseguire esperimenti su conigli vivi anestetizzati, e precisamente di:
– legare i conigli al tavolo operatorio, legando loro le zampe e i denti a dei punti appositi del tavolo di lavoro;
– aprire la gola dei conigli con strumenti non sterili e inserire un tubo nella trachea;
– somministrare varie sostanze chimiche nel loro flusso sanguigno per osservarne gli effetti sul battito cardiaco.

Alla fine della lezione, viene somministrata agli animali una dose letale e vengono gettati nella spazzatura.

Un video girato all’interno del laboratorio con una telecamera nascosta mostra quanto avviene, e con quanta tranquillità gli studenti imparano a essere insensibili verso questi animali e a trattarli come dei “materiali didattici” anzichè come esseri vivi e senzienti.

La partecipazione al laboratorio non è obbligatoria per gli studenti, ma molti partecipano lo stesso. L’associazione Animal Liberation Victoria sta portando avanti una campagna per abolire questi laboratori.

Il fatto stesso che non siano obbligatori dimostra di per se che non sono necessari. E dunque, secondo la legge australiana in materia, dovrebebro essere proibiti. Infatti, la legge afferma che “gli animali non devono essere usati a scopi didattici a meno che non ci siano alternative adatte per raggiungere tutti gli obiettivi didattici”. Quindi, se non sono necessari – e non lo sono, visto che viene lasciata liberta’ agli studenti di usare metodi alternativi – non dovrebbero nemmeno essere ammessi.

 

Anche in Italia sussiste una situazione analoga: da una parte, esistendo l’obiezione di coscienza, non è obbligatorio per legge, per lo studente, frequentare i laboratori didattici su animali che in alcune facoltà ancora esistono; in piu’ la stessa legge 116/92 afferma che gli esperimenti didattici su animali “possono essere eseguiti soltanto quando, per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo scientificamente valido, ragionevolmente e praticamente applicabile, che non implichi l’impiego di animali”.Ma questa contraddizione in termini non è stata ancora risolta, e di fatto la vivisezione didattica, chiamiamola col suo nome, è ammessa.

Si può dare una mano agli attivisti australiani nella loro protesta, inviando il messaggio-tipo sottostante alla Monash University, agli indirizzi:
Richard.Larkins@adm.monash.edu.au, Kate.Denton@med.monash.edu.au, Roger.Evans@med.monash.edu.au

Dear Professors,

I have viewed the undercover footage obtained by Animal Liberation Victoria of classroom experiments on live, anaesthetized rabbits as part of Monash Physiology class 3171.

I am appalled and distressed that sentient animals will continue to be used in this way, especially considering that students have the option of watching a video of the procedure instead. This terrible waste of life must stop, and I ask that you remove these procedures from your syllabus immediately.

I would appreciate a reply about this issue as I am eager to know the outcome, thank you.

Yours Sincerely,
… nome e cognome …

Se si hanno dubbi sull’utilità e l’importanza di questo genere di proteste, basta vedere il tutto in chiave sanamente egoistica e porsi le seguenti due domande:
Se fossi io quello legato al tavolo e torturato, sarei contento?
Se fossi io la cavia brutalizzata, mi farebbe piacere che qualcuno là fuori si interessasse a me facendo pressione per la mia liberazione?

Grazie per la partecipazione.

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Ci sono storie uniche ed irripetibili, di passioni sofferte, intense, fatte di scontri di personalità opposte, straordinarie, di animi inquieti; ci sono amori che lasciano segni sulla pelle e graffi sulle pareti del cuore.

Clizia e Cesare non si erano mai incontrati pur abitando a pochi isolati, fino a quella calda mattina del 6 agosto ’98, quella che diede vita a tutto.
Clizia, per gli amici Cli, era una ragazza sognatrice, sensibile, profonda, empatica, amante della vita, delle piccole bellezze quotidiane che essa ha da offrire, dei piccoli gesti, del calore di un abbraccio, di un film in bianco e nero, dell’odore della neve.
Cesare, detto “Che”, per i suoi trascorsi sinistroidi adolescenziali, era un tipo introverso, solitario, tormentato, autodistruttivo, insofferente, disilluso, vittima di un passato burrascoso e di un’infanzia infelice, bisognoso di affetto e di attenzioni.

Si scontrarono con il carrello alla Conad, reparto frutta, quella mattina, e fu attrazione a prima vista:

“scusami, che sbadata!..ah vedo che anche tu ami le pesche noci!” esordì Cli con voce tremante
“tranquilla, colpa mia, venivi da destra..sì, è un po’ che mi sparo pesche noci, poi sai, dipende dagli umori, dalle sensazioni..e poi le pesche pelose me fanno impressione..” rispose lui lievemente imbarazzato.

Cli a quelle parole avvertì un brivido lungo la schiena e non potè evitare di sorridere soddisfatta:

“sai, è la prima volta che incontro qualcuno col quale condivido tutto questo..è una sensazione così strana..mi chiamo Clizia, ma tu puoi chiamarmi Cli..”

“Cesare, piacere mio..ora devo andare.. perchè stasera non ci vediamo?”

Cli ovviamente accettò, si scambiarono i numeri e tornarono a casa consapevoli che qualcosa di magico stava succedendo proprio a loro, ragazzi delusi da mille esperienze negative, da sogni infranti, da incomprensioni con la società, da conflitti con la famiglia.

Sorseggiando un drink i due iniziarono a conoscersi e confrontarsi.
Anche se Cli capì subito di avere davanti una persona di una profondità mai sperimentata, emersero sottili differenze caratteriali e culturali tra i due: Cli era appassionata di cinema francese e di musica etnica, Che correva in minimoto; Cli amava camminare a piedi scalzi per sentire il contatto con la nuda terra e trarne energia vitale, Che amava le tute acetate aperte sul davanti a mostrare la  catena d’oro con medaglia di Padre Pio; Cli era femminista ed ecologista, Che ignorava il significato di entrambe le parole.
Piccole sfumature di incongruenza che naturalmente nulla potevano contro il magnetico richiamo che si rivelò subito esistere fra i due, inoltre di punti in comune ce n’erano e di non trascurabili; Cli amava svegliarsi all’alba mentre la città dorme, e l’odore del pane appena sfornato, Che faceva il fornaro.

I presupposti c’erano tutti affinchè potesse avere inizio un’assidua frequentazione.

Si videro tutti i giorni per qualche settimana, i due, non riuscendo già a stare separati, rispettivi impegni permettendo, parlando di tutto, dalle buche sull’asfalto che l’amministrazione comunale si ostinava a non tappare al colore preferito, dalla sbronza più divertente alla marca di gomme da masticare più sopravvalutata, e intanto le cose parevano davvero iniziare a farsi serie.

Cli era reduce da storie frustranti e deludenti con uomini che non la capivano, storie durate anche anni nelle quali aveva dato tutta se stessa, anima e corpo, finendo per essere ferita e delusa, e così si era ripromessa di andarci coi piedi di piombo con le nuove amicizie maschili. Così, quando Che la mise davanti all’opportunità di un vero e proprio fidanzamento, Cli iniziò a sentirsi oppressa, un po’ confusa, intimorita dall’eventualità di un nuovo vincolo. Lei, che aveva amato e poi perduto, che aveva perduto e poi amato, lei che si identificava con Amelie de “Il Favoloso Mondo Di Amelie” e si sentiva anche un po’ aliena in questo mondo materialista e frenetico. Lei che aveva bisogno di tempo da dedicare a sè stessa, alle sue passioni, alle sue esigenze di donna ipersensibile ed incostante, lei, in un periodo critico della sua vita nel quale stavano casualmente riaffiorando antichi traumi che credeva sopiti, ma che in realtà non lo erano affatto. Lei che si era sempre sentita un po’ maschiaccio, lei che non era una da complimenti. Lei, segretamente appassionata di fotografia e con qualche fallimentare lezione di chitarra alle spalle. Cli ogni tanto piangeva, da sola, in silenzio e non voleva vedere nessuno. Si rifugiava nel suo mondo fatto di sogni, di arte, di libri, di illusioni, un mondo ovattato dove nessuno poteva entrare, per stare un po’ con se stessa, riscoprirsi, conoscersi, capire cosa davvero voleva dalla vita e cercare di liberarsi di un passato di cui non andava fiera.

 

Fu così che Che, visto il suo temporeggiare, la prese con forza nonostante avesse il ciclo.
Fu un momento decisivo; Cli si sentì finalmente toccata nel profondo, nell’intimo e da lì in avanti vide Che sotto un’altra luce; un uomo deciso e risoluto, un passionale che giocava secondo le proprie regole e dopo il breve e sbrigativo amplesso, mentre lui aspettava via sms i risultati del fantacalcio, tutto nervoso, lei rimase a fissarlo per lunghi minuti, mentre abbracciava il suo orsacchiotto d’infanzia.

Che non era certo bellissimo, aveva infatti un’attaccatura dei capelli che coincideva con le sopracciglia ed un fisico piuttosto tarchiato, ma in fondo a Cli i “belli” non erano piaciuti; si sentiva molto più attratta dal tipo strano, originale, dal volto asimmetrico, dal bruttino ma che ha “quel non so che”, dall’imperfezione che diventa fascino. Le faceva molto sesso, ad esempio, Vinicio Capossela, tutti i componenti dei Tool e anche due o tre roadie, ma anche Marco Travaglio, Daniele Luttazzi, Beppe Grillo, Gianni Minoli ed Enzo Biagi.

Si rividero immediatamente l’indomani, quando Che le piombò a casa all’improvviso per farle una sorpresa, trovandola al telefono con un suo amico; la reazione di lui fu funesta: colpì più volte al volto e allo stomaco la povera Cli, che cadde semisvenuta sul tappeto. Quando si riprese però capì di avere appreso una importante lezione quel giorno: il suo uomo la amava a tal punto da rischiare che lei morisse per sua stessa mano.

La neonata storia fra Cli e Che si fece così sempre più intensa, nonostante lei talvolta, per insicurezza e timore di legarsi troppo a lui, davanti al suo soffocante affetto, fuggiva. Ma puntualmente Che la raggiungeva, ed erano sonori schiaffi. Come quel giorno, quando Che, passato nel frattempo dal forno all’occupazione di allevatore di bestiame da macello e venditore di carni fu molto insistente perchè Cli, da tempo vegetariana – anche se mangiava sporadicamente pesce – lo aiutasse a sgozzare degli agnellini appena nati, fino a quando lei accettò e si prodigò nel massacro di innocenti di coppia, vedendo in esso un occasione per conoscere meglio il suo uomo, condividendo qualcosa di così importante con lui, assecondando la sua inclinazione al vile sopruso.

Con le mani sporche di sangue, Cli ebbe un primo dubbio sulla stima che nutriva per Che, ma l’indugio fu breve, controllò l’innamorometro tascabile che aveva sempre con lei: era troppo tardi per ripensarsi.

Si iniziarono però a delineare fra i due innamorati anche contrasti di carattere ideologico di infinitesimali dimensioni: Cli, pur non aderendo a nessuna chiesa, ma credendo in un Dio indefinibile, sinonimo dell’amore cosmico che governa l’universo, invidiando non poco chi “crede”, ed essendo ancora alla ricerca di una vera e propria religione alla quale affidare la sua spiccata spiritualità, magari il Buddhismo – “che più che una religione, in fondo, è una filosofia” – come lei stessa amava ripetere, era di origine ebraica e di famiglia ebrea praticante, mentre Che era un naziskin.
La convivenza, nel rispetto delle reciproche diversità, era facile, unico inconveniente; lui ogni tanto le dava fuoco, ma poco male:  Cli aveva subito nell’infanzia il trauma del mancato acquisto della casa di Polly Pocket da parte di suo padre, ed ora era diventata autolesionista, si bruciava per punirsi, per non essere stata all’altezza delle aspettative paterne e per non aver apprezzato i suoi regali di natale.

Un amore vissuto all’insegna dell’irrazionalità quello di Cli e Che, ma tuttavia un legame ben saldo, saldo come il nodo col quale lui la legava alla sedia per andare a puttana.

A chi le faceva presente l’anomalia di questo rapporto, Cli, iperprotettiva e devota nei confronti del suo Che, soleva rispondere determinata:”l’amore va oltre e supera le differenze, i contrasti..lui mi fa prostituire per pagarsi la droga, è vero, ma lo fa solo perchè da piccolo ha sofferto molto, non ha avuto nulla dalla vita, lui, e io devo stargli vicino, perchè ha bisogno di me e ne sono innamorata..e poi al mondo non siamo tutti uguali, è proprio questo il bello, essere attratti dalla diversità..ora scusatemi, devo andare a cucinare la porchetta per lui ed i suoi amici che festeggiano il terzo posto conquistato alla gara di lancio del rom.”

Che, tuttavia, a dispetto dell’aria burbera e dei lineamenti pasoliniani, aveva un animo sensibile ed era un poeta, segretamente. Fra le cose che fecero innamorare di lui Cli, oltre al mezzo stupro di cui sopra, un sonetto da lui dedicatole:

La tua faccia soave

io ti amo di amore

come il tarlo sul trave

e ti bacio il tuo cuore

 

Che, indole di artista, racchiusa in involucro di indomabile ultras.

In comune i due avevano anche la passione per la musica rock; entrambi fan sfegatati degli Afterhours, non si perdevano un concerto della band e conoscevano tutti i testi a memoria.
La loro canzone era ovviamente “Lasciami Leccare L’Adrenalina”, il cui verso “sei bella vestita di lividi” era diventato un vero e proprio credo per Che, il quale non perdeva occasione di malmenare la ragazza in nome della sacralità delle parole del grande Manuel Agnelli, che non poteva certo dire il falso. Cli, pur trovando eccitante il dolore e lo splatter, si prestava senza particolare entusiasmo al rituale.
Sul cinema invece la coppia si trovava sempre in disaccordo; la scelta del film da andare a vedere presentava sempre delle difficoltà in quanto Cli era una grande ammiratrice di Tim Burton e David Lynch, anche se il suo attore preferito di tutti i tempi era Valerio Mastandrea, mentre Che prediligeva nettamente i film d’azione, specialmente quelli di Vin Diesel. Alla fine era ovviamente quest’ultimo a spuntarla, con buona pace di Cli, la quale poteva sempre rifarsi una volta tornati a casa con qualche pagina di Baricco o qualche struggente passo di Isabella Santacroce, la sua scrittrice preferita, mantre il partner si allenava al Super Nintendo.

Ormai era passato un anno da quando si erano messi insieme, un anno volato come le sberle che lui le ammollava quando lei osava fargli notare che tutti i weekend a casa di sua madre a mangiare e giocare a carte non era proprio il massimo. Ma in amore, si sa, bisogna venirsi incontro, non solo addosso.

“A cosa pensi?” sussurrò al suo lui la ragazza una sera dopo aver fatto l’amore,
“che a fare le pompe sei proprio incapace” fu la sua pronta risposta.

Cli, in occasione del G8 di Genova, riuscì faticosamente ad ottenere il permesso da Che, il quale, di recente entrato su raccomandazione nell’arma dei carabinieri, era in servizio proprio lì, di partecipare al corteo pacifista insieme a sua cugina.
Sfortunatamente la ragazza fu tra le vittime delle violenze da parte delle forze dell’ordine, e dopo una brutale carica, fu portata nella caserma di Bolzaneto, dove, quasi incredula, trovò il suo stesso ragazzo che unito ad altri agenti si apprestava a torturarla al grido di “muori puttana communista”.
Ma come solo più tardì capì, lui aveva partecipato a quel pestaggio di gruppo ai suoi danni  solo per non deludere gli altri, entusiasti della carneficina, e non lo si poteva condannare; quello era il suo lavoro ed è importante mantenersi in buoni rapporti coi propri superiori e colleghi.

Intanto la gelosia e la possessività del ragazzo verso la bella ed avvenente Cli aumentavano vistosamente di giorno in giorno; lei aveva dovuto rinunciare a tutti gli amici e amiche, tranne una, la migliore e confidente, a fatica tollerata da Che, la quale non mancava di cercare di spronarla a lasciarlo, preoccupata per la sua vita ormai totalmente in balia di quell’amore sconvolgente e per i vistosi ematomi che ormai rivestivano il suo corpo sinuoso:

“ma come puoi stare con un maschilista cacciatore fascista che picchia i bambini e tocca i culi sull’autobus anche alle vecchiette??”
“ma non capisci?? io lo amo, lui mi dà sicurezza, è un punto fermo, mi mette al primo posto..”
“ma lui è il tuo opposto! tu sei una pacifista di sinistra e lui un carabiniere che aggredisce le zingare!”
“e allora? ognuno è fatto a modo suo, io rispetto le sue idee, come la sua scelta di andare in missione per modificare il motorino..come puoi giudicare una persona solo dal fatto che stupra e fa a sprangate tutte le domeniche allo stadio?? come puoi essere così chiusa?? sì, mi picchia, ma coi suoi pugni mi ha imparato ad amare, e poi lui è tante altre cose..”
“quali?”
“beh, ad esempio ieri sera mi ha aperto la portiera della macchina, una cosa carinissima..”

Dopo un po’di tempo le cose comunque peggiorarono; l’idillio si deturpò: Cli, la cui nonna era stata deportata in un campo di concentramento, aveva accettato di accompagnare Che a Predappio con una gita organizzata, a pregare sulla tomba del Duce, e dopo una giornata passata fra canti fascisti e rutti, lui le confessò che aveva un’altra, si chiamava Alba e faceva la ginnasta.

Il colpo fu tremendo per Cli, che cadde in una depressione nerissima, chiudendosi in se stessa e riprendendo con rinnovata foga a bruciarsi sui fornelli e a darsi chiodate sulle dita: se Che non la voleva più, lei stessa si odiava e voleva autodemolirsi pian piano.
Nel frattempo Che partì per l’Afghanistan, per sconfiggere il terrorismo, e anche, già che c’era, per ritrovare se stesso.
Cli sprofondò sempre più nello sconforto, tanto che dovette ricorrere a psicofarmaci e a dosi sempre più massicce di nutella.

L’amore, quell’amore con la a maiuscola che tanto aveva cercato e sognato, ora era finito, ed in preda alla desolazione, non le rimaneva che stringere a sè fra le lacrime la maglietta della Lazio con la quale Che aveva trionfato in tanti tornei, sotto i suoi occhi compiaciuti ed innamorati. E poi lunghe passeggiate sotto la pioggia, il cui suono l’aveva sempre affascinata, come l’odore dell’incenso e le note a casaccio su un pianoforte scordato.

Sì, certo, con lui c’erano delle piccole divergenze e non era propriamente tutto rosa e fiori, ma una relazione va oltre le bandiere politiche, gli interessi culturali e la concezione dell’universo, una relazione è fatta di altre cose, di piccoli gesti, di quotidianità, di complicità nel vivere di tutti i giorni, di sensibilità; cosa importa l’essere contro o a favore della pedopornografia quando c’è amore?? Cli se lo ripeteva spesso, e questo non aiutava certo a superare il brutto momento.

Così, per mesi, nulla.

Ma un giorno, quando tutto sembrava perduto e la passione di un tempo morta e sepolta, all’improvviso il campanello di casa di Cli risuonò.
Era Che, con il suo scooter aerografato, tornato dal fronte, che reclamava la sua donna.
Cli rimase scioccata, non poteva credere ai suoi occhi, e con le gambe pietrificate lo invitò ad entrare; lui si sedette di fronte a lei, la guardò drittò negli occhi e le disse:

“Cli, di Alba non me ne è mai fregato nulla, tu sei l’unica per me..dammi un’altra possibilità e non te ne pentirai!”
“non so, sono molto confusa, è passato così tanto tempo…” rispose Cli.
“sì, certo, ma ora ciò che conta è che sono qui e tutto può tornare come prima. Io e te, tu ed io, per sempre.” ribattè prontamente Che.
“..è che ora ho bisogno di un po’ di tempo per riflettere, un po’ di tempo per capire cosa provo ancora per te..”, sentenziò Cli a bassa voce.
“..ma quando ero in guerra tutti mi dicevano che stavi a pezzi e domandavi sempre di me!” disse Che quasi incredulo.
“..sì ma..non so, ora sento che devo rimettere ordine fra le mie idee..tu mi hai molto ferita e quella ferita non si è del tutto rimarginata..comunque se vuoi nel frattempo possiamo rimanere amici!” disse Cli con ritrovato entusiasmo.

Che uscì sbattendo la porta.

“Ogni donna è un luogo comune”, mormorò fra sè mentre scavallettava il suo scooter da corsa.

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