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Archive for luglio 2008

L’ex leader al congresso di Rifondazione Comunista: “abbiamo fallito”

Vedi, a volte, la sfiga.

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Per la serie: le cose che tutti conoscono e immaginano ma che è sempre interessante toccare con mano

FONTE: AFRICAMAAT

I missionari hanno davvero evangelizzato i Negri o hanno molto semplicemente servito gli interessi delle potenze coloniali?

Per farci un’idea sul ruolo dei missionari all’epoca coloniale, volgiamo l’attenzione sulla dichiarazione fatta nel 1920 da Jules Renquin, ministro delle colonie belghe nel Congo belga [1].

Questo fu il suo discorso di benvenuto ai missionari arrivati in Africa in quella data:

“Reverendi padri e cari compatrioti, siate i benvenuti nella nostra seconda patria, il Congo belga.

Il compito che siete invitati a svolgere è molto delicato e richiede molto tatto. Sacerdoti, voi certo venite per evangelizzare. Ma questa evangelizzazione deve ispirarsi al nostro grande principio: tutto innanzitutto per gli interessi della metropoli (il Belgio).

Lo scopo essenziale della vostra missione non è affatto di insegnare ai neri a conoscere Dio. Lo conoscono già. Parlano e si sottomettono a uno Nzambé o a un Nvindi-Mukulu e a chi so io. Sanno che uccidere, rubare, calunniare, ingiuriare è sbagliato.

Abbiate il coraggio di riconoscerlo, non venite per insegnare loro ciò che già sanno. Il vostro ruolo è essenzialmente quello di facilitare il compito degli amministratori e degli industriali. Ciò significa che interpreterete il vangelo nel modo che meglio serva i nostri interessi in questa parte del mondo.


CATECHISMO COLONIALE

Per farlo, baderete fra le altre cose a:

– Fare in modo che i selvaggi si disinteressino delle ricchezze materiali di cui trabocca il loro suolo e sottosuolo, per evitare che interessandosene ci facciano concorrenza e sognino un giorno di farci sloggiare. La vostra conoscenza del Vangelo vi permetterà di trovare facilmente dei testi che raccomandano e fanno amare la povertà. Ad esempio: “ Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” e “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”. Farete quindi di tutto affinché questi Negri abbiano paura di arricchirsi se vorranno meritare il cielo.

– Contenerli per evitare che si rivoltino. Gli amministratori come gli industriali si vedranno obbligati di tanto in tanto, per farsi temere, a ricorrere alla violenza (ingiuriare, picchiare..). Bisognerà che i Negri non replichino o nutriscano sentimenti di vendetta. A questo fine, insegnerete loro a sopportare tutto. Commenterete e li inviterete a seguire l’esempio di tutti i santi che hanno porto l’altra guancia, che hanno perdonato le offese, che hanno accolto senza trasalire gli sputi e gli insulti.

– Allontanarli da e far loro disprezzare tutto ciò che potrebbe donar loro il coraggio di affrontarci. Mi riferisco particolarmente ai loro numerosi feticci di guerra che essi pretendono che li rendano invulnerabili. Dato che i vecchi non intenderanno abbandonarli, poiché presto scompariranno, la vostra azione deve indirizzarsi soprattutto ai giovani.

– Insistere particolarmente su sottomissione e obbedienza cieche. Queste virtù sono meglio seguite in assenza di spirito critico. Quindi evitate di sviluppare uno spirito critico nelle vostre scuole.

– Insegnate loro a credere, non a ragionare. Istituite per loro un sistema di confessione che farà di voi dei buoni detective per denunciare qualsiasi nero che sviluppi una presa di coscienza e che rivendichi l’indipendenza nazionale.

– Insegnate loro una dottrina di cui voi stessi non metterete in pratica i principi. E se vi chiederanno perché vi comportiate contrariamente a ciò che predicate, rispondete loro “voi neri, seguite quello che vi diciamo e non quello che facciamo”. E se replicassero facendovi notare che una fede senza la pratica è una fede meno forte, arrabbiatevi e rispondete “beati coloro che credono senza protestare”.


MISSIONARIO CON LA SCORTA

– Dite loro che le loro statuette sono l’opera di Satana. Confiscatele e riempite i nostri musei (…) Fate dimenticare ai neri i loro antenati.

– Non porgete mai una sedia a un nero che venga a farvi visita (…) Non invitatelo mai a cena, neanche se uccide per voi una gallina tutte le volte che andate da lui. Non date mai del voi a un nero, poiché si crederebbe uguale al bianco.

– Considerate tutti i neri come bambini (…) esigete che vi chiamino tutti “padre mio” (…).

Sono questi, Cari compatrioti, alcuni dei principi che applicherete senza pecca. Ne troverete molti altri nei libri e nei testi che vi saranno dati alla fine di questa seduta. Il re attribuisce molta importanza alla vostra missione.
Inoltre ha deciso di fare di tutto per facilitarla. Godrete dell’ampia protezione di cui godono gli amministratori.

Riceverete del denaro per le vostre opere evangeliche e per i vostri spostamenti”.

Referenze bibliografiche:
[1] Avenir colonial Belge, n° del 30 ottobre 1921 Bruxelles

Tratto da Come Don Chisciotte

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Egli fallì nel perpetuar la razza

del coniuge non ebbe la stazza

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Era afflitto da “sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che aveva ragione.
Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per “asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.

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sottotitolo “Alè!”

da un’idea di Saetta211


Per ogni ragazzo

Per ogni ragazzo che ha detto “il sesso può aspettare” perchè tanto andava a bagasce africane sulla Salaria con gli amici
Per ogni ragazzo che ha detto “sei bella” pensando “che zinne!”

Per ogni ragazzo che non era mai troppo impegnato per guidare dall’altra parte della città (o dello stato) per vederla, tanto faceva il tranviere

Per ogni ragazzo che le regala fiori e un biglietto quando è malata, pure se è solo un raffreddore

Per ogni ragazzo che le regala fiori solo perché il padre fa il fioraio

Per ogni ragazzo che ha detto che sarebbe morto per lei mentre lei lo inseguiva brandendo un ronchetto

Per ogni ragazzo che lo avrebbe fatto veramente se qualcuno non lo avesse salvato

Per ogni ragazzo che ha fatto quello che voleva lei e alla fine manco una sega di sfuggita

Per ogni ragazzo che ha pianto di fronte a lei mentre affettava la cipolla

Per ogni ragazzo di fronte a cui lei ha pianto durante un doloroso missionario

Per ogni ragazzo che le ha tenuto la mano sul culo

Per ogni ragazzo che la bacia con un motivo che è quello di montarla poderosamente

Per ogni ragazzo che la abbraccia perché è triste perchè sa che lì ce scappa qualche cosa

Per ogni ragazzo che la abbraccia senza alcun motivo perchè è probabilmente autistico

Per ogni ragazzo che le darebbe la giacca ma anche una botta

Per ogni ragazzo che chiama per sapere se è tornata a casa sana e salva ma anche perchè sa che a ‘ste puttanate ce tengono

Per ogni ragazzo che starebbe seduto ad aspettare per ore solo per vederla dieci minuti specie se è una passera di 1,80

Per ogni ragazzo che le cederebbe il posto perchè l’ha scambiata per sua nonna

Per ogni ragazzo che vuole solo coccolarla tanto a chiavarla ci pensa Bruno

Per ogni ragazzo che la rassicura che è bella non importa cosa faccia purchè non faccia schifo

Per ogni ragazzo le ha confidato i suoi segreti omettendo la pedopornografia

Per ogni ragazzo che ha provato a dimostrarle quanto le volesse bene attraverso ogni parola e respiro ma era un analfabeta asmatico e quindi lei lo ha mollato

Per ogni ragazzo che ha pensato “questa potrebbe essere quella giusta” da collocare la notte all’angolo fra Piazza dei Cinquecento e Piazza della Repubblica, in quel posto lasciato libero da quel trans filippino

Per ogni ragazzo che ha creduto nei suoi sogni perchè lei voleva fare la rappresentante di apriscatole

Per ogni ragazzo che avrebbe fatto qualunque cosa perché lei li potesse realizzare e quindi mantenerlo mentre lui si sarebbe dato ai giochi di ruolo

Per ogni ragazzo che non le ha riso in faccia quando lei gli ha raccontato i suoi sogni ma le ha domandato:”scusa ma perchè tutti ‘sti sogni li devi raccontare a me? non possiamo parlare d’altro una volta tanto?”

Per ogni ragazzo che l’ha accompagnata alla macchina e le ha pure indicato un fanalino malfunzionante

Per ogni ragazzo che ci mette il cuore ma lo scrive con la Q

Per ogni ragazzo che prega perché lei sia felice anche se non è con lei e mi sa che è lo stesso di sopra che abbraccia mentre guida

…questo è per te…(così impari)

Non molte ragazze apprezzano i bravi ragazzi, ormai…

Perciò, non ce ne sono più molti là fuori…(fosse la volta bona!)

Garantisco che il 90% dei ragazzi non ricopieranno queste righe, perché sono troppo preoccupati della loro immagine di ragazzi forti…

(tiè! sono la debole minoranza sensibile)

Se sei un bravo ragazzo copialo sul tuo blog col titolo “siamo una razza in estinzione…”

Se sei una ragazza che crede che ogni ragazzo dovrebbe trattare così una ragazza copialo col titolo “Per ogni ragazzo…”

Se sei uno che pensa che i bravi ragazzi debbano perire in quanto male di questa società copialo così com’è.

Mai più omini.

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“E’ una tempesta di dolore questa vita, e a questo punto come mai non è finita?”

Non bastavano gli aguzzini del G8 proscioliti, non bastava la rielezione di Berlusconi, non bastava il commercio dell’avorio ritornato legale dopo 19 anni con annessa strage di elefanti, non bastava il mio dente cariato e la relativa spesa pena dolore che ti svaglia nel sonno, non bastava la scheda madre del pc collassata e un’altra spesa che non c’entrava un cazzo, non bastava il mio senso di sfiducia nella vita e nell’umanità, non era succiente l’abbandono di ogni barlume di ottimismo e speranza nel futuro, no. Non ero abbastanza adirato e abbattuto, anche i Verve dovevano annullare all’ultimo l’unica data italiana, per giunta a 15 euro, dopo la reunion e dopo 10 anni di attesa ed esattamente come 10 anni fa, quando, diciassettenne, li aspettavo in occasione dell’Heineken Jammin’ Festival e invece diedero buca per poi sciogliersi lì a breve. Questa volta la causa è stata una faringite acuta del cantante, Riccardo Lascrofa, per gli amici, con tanto di certificato medico inviato dal management del gruppo. Scommetto che è la prima in 20 di carriera. Uno prova a vedere dei lati positivi, ma quando anche quel pochissimo che hai ti viene tolto, non puoi che precipitare nello sconforto.
Inizia a sembrare una congiura; un piano diabolico per illudere il pubblico italiano e poi deluderlo impietosamente. Non c’è cosa più frustrante e massacrante per me che un’aspettativa delusa, che l’annullamento di un progetto, anche minuscolo: una cena tra amici, un’uscita qualunque, un film in tv. Tutto causa in me dolore e avvilimento, non comprendo e non tollero i “non posso più venire”, i “non si può perchè…” e i “dobbiamo rimandare”. Ogni attesa per me è uno sfinimento, una sofferenza gratuita. Io, che la vita la vedo come un’apnea, non sopporto di dover rinunciare alle mie boccate d’aria, che sia intrattenimento, arte, sesso, sonno; io, che la vita inizia quando smetto di fare “ciò che faccio nella vita”; io che non riesco ad arrendermi al grigio, alla noia, alla routine, agli impegni inderogabili; io, che mi accontento di poco, ma lo pretendo subito.
Penso di avere la soglia dello squallore molto bassa, tanto che mi pasta percepire della noia e del grigiume nella vita altrui, che già perdo entusiasmo per la mia, mi basta sapere che qualcuno accetta di condurre un’esistenza piatta di abnegazione e fatica, di rinuncia e noia. La sola vista di un capannone mi angoscia al pari di un carcere o di una trincea.
Come alle prese con un bambino che aspetta il regalo di Natale, chi mi circonda non si rende probabilmente conto dello shock che può causare in me qualora decida di darmi un pacco, un generico pacco. E’ forse perchè sento in me tutta l’insignificanza dell’esistere che avverto ogni piccola rinuncia in favore di una logica della realizzazione personale, che mi è del tutto estranea, come una disgrazia, esattamente come un bambino non concepisce che l’andare a scuola sia più importante di giocare con i robot. Questa mia eventuale forma di infantilismo temo sia paradossalmente figlia di una maturità e di una tragica consapevolezza acquisite troppo presto nella vita. Odio giocare – e difatti chi mi conosce sa che non pratico alcuno sport o gioco a parte il biliardino ma quello è un discorso a parte – nel senso più stretto e letterale del termine proprio perchè voglio che tutto sia divertimento vero, e mi repelle la “finzione” che i giochi codificati implicano.
Gli hobby, le vacanze, il tempo libero, le pause, i sabati sera, sono cose da schiavi, come ripeto sempre.
La mia filosofia di vita è “godere il più possibile e soffrire il meno possibile, altrimenti meglio la morte”, e non solo non concepisco minimamente che la si possa pensare diversamente, ma mi guardo bene da chi lo faccia, poichè lo ritengo pericoloso; chi non vuole divertirsi e godere, impedirà che possano farlo anche gli altri, compreso me, quindi è mio nemico.
“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate” disse Alfred Hitchcock. Lo penso anch’io, per questo andiamo al cinema: nei film le cose accadono, mentre nella vita si aspetta che accadano, una lunga attesa culminante in una sepoltura il più delle volte. A pensarci non è molto entusiasmante, il sedersi per essere spettatori di vite altrui.
La noia, e il più in generale, la tristezza derivante dal senso di staticità e squallore è il mio nemico principale, dal cui rifiuto scaturiscono gran parte delle scelte che faccio e delle battaglie che conduco; prima dell’ideologia viene la noia, la noia sia quotidiana e spicciola sia in quanto tedio esistenziale.
Prima dell’eleborazione di un’idea, di un concetto, di un ideale, è la noia a guidarmi, a pelle, verso un certo cammino. Tutto ciò che ne scaturisce non è che l’espressione di un malcontento personale, di un’empatico sentimento di afflizione e tristezza verso chi mi circonda. Ciò che in politica ripudio non è altro che ciò che mi annoia.
Prima dell’avversione ragionata per il capitalismo e il produttivismo è l’angoscia istintiva e fisica alla vista di una fabbrica o di un palazzo di uffici a stimolare la mia coscienza.
Tornando al concerto abortito sciagurato, ieri sera contatto entusiasta una mia cara amica:”ehi! suonano i Verve a Livorno! come la vedi??” ma lei risponde, forse un po’ sadicamente, che fino al 30 luglio è totalmente impegnata con la tesi e non può alzare la testa dai libri. E a momenti non ci vado nemmeno io, tanto il mio entusiasmo ne è uscito provato. Anzi, non ci vado proprio, ma almeno poteva occultarmi il motivo del suo rifiuto, no?? perchè questa sincerità? cosa vi ho fatto di male, per citare Troisi? A volte le bugie sono una salvezza, almeno per quanto mi riguarda.
Chiunque sia intenzionato a darmi una buca in futuro, è fortemente invitato a celarmi la realtà qualora essa dovesse contenere cose come studio, lavoro, famiglia, cerimonie, religione, e a fare uso di impegni del tutto fittizi ma eccitanti ed invidiabili quali, ad esempio: orge, feste, vincite milionarie, viaggi avventurosi, esperienze extrasensoriali, consumo di stupefacenti, atti di terrorismo.
Abbiate pietà della mia povera, misera, martoriata passione per la vita.

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di Giuseppe Genna

Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po’ troppo il gomito (col gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili. Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono forcaioli in attesa di incrementare l’intensità con cui il passato non è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire (centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico dell’a-politica…), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe riformare la Giustizia, ma finché c’è Berlusconi non lo si può fare.
E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo Stato.

Poiché, dopo giorni di scontro istituzionale sull’indipendenza del potere legislativo da quello esecutivo, garantito dalla Costituzione, tra i cui Padri non c’è quel figlio di puttana di Benjamin Franklin bensì quell’anima santa di Giulio Andreotti – dopo una battaglia all’ultimo finto sangue, poiché quello vero scorse alla Diaz, ecco come questa mascherata si risolve: con i poteri che si tutelano a vicenda e non smentiscono le lucide previsioni di chi, vivendo in stato statale, sapeva già da tempo che, al momento decisivo, lo Stato si sarebbe rinsaldato tutto di un colpo, escludendo il diritto alla verità di chi lo Stato rappresenta e di chi ne è a fondamento: cioè noi tutti.
Potrei dissertare filosoficamente all’infinito sulle teorie politiche che giustificano quanto sto affermando, e cioè che lo Stato è contro la natura della civiltà, dell’umanità, dei valori, della convivenza, dell’empatia e dell’amore. Altrettante teorie potrebbero essere scagliate contro questo personalissimo giudizio. Poiché, tuttavia, l’immediatezza del momento, con questa evidenza dell’indegnità del potere giudiziario a fronte di una patente violazione dei diritti personali e collettivi, solleva emozioni, risponderò con una citazione che mi sta a cuore, di cui non sto a enunciare né l’autore né l’opera – tanto, chi ha occhi per vedere vedrà e chi ha orecchi per ascoltare ascolterà:

Noi, rivoluzionari-anarchici, fautori dell’istruzione generale del popolo, dell’emancipazione e del piú vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o non della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con questa convinzioni noi non solo non abbiamo l’intenzione né la minima velleità d’imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti piú o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un’organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un’organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario sono stati e saranno sempre i difensori piú ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche attuali solo perché escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono tuttavia i piú ardenti amici del potere di Stato che dev’essere mantenuto, senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei suoi provvedimenti governativi.
Ciò è tanto vero che oggi, quando in tutta l’Europa trionfa la reazione, quando tutti gli Stati ossessionati dallo spirito piú frenetico di conservazione e di oppressione popolare, armati da capo a piedi di una triplice corazza, militare, politica e finanziaria e si apprestano sotto la direzione del principe Bismarck a una lotta implacabile contro la Rivoluzione Sociale; oggi, quando si sarebbe dovuto pensare che tutti i sinceri rivoluzionari s’unissero per respingere l’attacco disperato della reazione internazionale, noi vediamo al contrario che i rivoluzionari dottrinari sotto la guida del signor Marx prendono dappertutto il partito dello statalismo e degli statalisti contro la rivoluzione del popolo.

Ora, mi sia permesso aggiungere qualche breve nota personale. E cioè che io mi vergogno non soltanto di vivere in uno Stato la mia esistenza che forzosamente è resa miseranda dalla struttura statuale stessa, ma mi vergogno maggiormente a vivere in questo Stato; mi repelle qualunque istituzione, che si forma per necessità tutt’altro che naturali e popolari, ma per imposizione non contestabile da chiunque, che si ritrova immerso in questo habitat da quando è demilienizzato a un giorno dalla nascita e, anche se poi si mette a contestare questo condizionamento totalizzante (che è tale poiché lo Stato è un ente totalitario), comunque finirà a morire in un ospedale senza avere sortito nulla, e chi rimane dovrà pure essere grato perché lo Stato garantisce un posto di merda dove morire; sono orripilato quotidianamente dalla visione delle cosiddette Forze dell’Ordine, che con l’Arma dei Carabinieri sortiscono il massimo gradimento e fiducia dei miei concittadini, e si stanno visibilmente moltiplicando sotto i miei occhi, godendo di leggi fatte all’impromptu per permettere loro un controllo ancora più serrato sulle persone, non bastando il fatto che, trascorsa la stagione di Piombo, non sono state ancora abrogate le leggi restrittive emanate ai tempi da Francesco Cossiga, cosicché senza accorgersi i miei concittadini vivono in uno stato di guerra legislativo, senza che ci sia più quella guerra; mi viene da vomitare al pensiero che si sorveglino militarmente inesistenze e astrazioni dette “confini”, purissimi atti di volontà di potenza che nessun geomorfismo giustifica; sono angosciato dal fatto che lo Stato permetta a difensori e pm e giudici di trattare donne violate come le tratta in quelle enclave che sono le aule giudiziarie; sono sconvolto dall’aberrazione dell’ideologia trionfante (quintessenziale all’idea di Stato stesso) della pena, questo protocollo per cui, anziché arrivare a una civiltà, si invera in forma legislativa l’occhio per occhio e il dente per dente, appalesando con somma serenità e assenza di opposizione qualunque la reale natura vendicativa dell’istituzione stessa, che condiziona chiunque; sono sconcertato dall’assoluta assenza di reazione coscienziale di chi abita con me in questo che, prima che uno Stato, è un luogo, puramente e semplicemente un luogo, dove si è sviluppata una lingua comune e peraltro la lingua più poetica del mondo moderno.
Il mio pensiero va agli ultimi tra i calpestati dallo Stato, che sono i massacrati della Diaz. Si aggiungono a una teoria infinita di persone, non di cittadini, per cui non c’è stata la tanto vantata tutela dello Stato, perché non può esserci, e dunque sarebbe anche inutile aspettarsela o berciare, come sto facendo, perché non c’è. E dico le vittime e i colpevoli tutti, tutti gli abitanti di questo luogo, che ha una storia cangiante e multiforme, che non si trova nei manuali di storia statale che vengono comminati nelle scuole, per l’attuale disinteresse delle giovani generazioni, le più condizionate che abbiano calcato questa penisola e vissuto in questa civiltà, erettasi su fondamenti etruschi e cioè asiatici, greci, mediorientali, ebrei, arabi, normanni, tedeschi, francesi, spagnoli, africani, cinesi e, purtroppo, sì, anche vaticani.
Concludo citando quello di prima, perché si comprenda che non a caso ho citato il connubio vomitevole di cui l’Italia è attuale avanguardia residuale (un paradosso che da solo qualifica questo posto in cui stiamo) – quello tra Stato e Chiesa, cioè tra Idea dello Stato e Dio. Buon futuro a tutti, concittadini, ovverosia voi che vi sentite cittadini

Dio appare, l’uomo si annienta; e più la Divinità si fa grande, più l’umanità diventa miserabile. Ecco la storia di tutte le religioni: ecco l’effetto di tutte le ispirazioni e di tutte le legislazioni divine. Nella storia, il nome di Dio è la terribile vera clava con la quale tutti gli uomini divinamente ispirati, i “grandi geni virtuosi”, hanno abbattuto la libertà, la dignità, la ragione e la prosperità degli uomini.
Abbiamo avuto prima la caduta di Dio. Abbiamo ora una caduta che c’interessa assai più: quella dell’uomo, causata dalla sola apparizione di Dio o manifestazione sulla terra. Vedete dunque in quale orrore profondo si trovano i nostri cari ed illustri idealisti. Parlandoci di Dio, essi credono e vogliono elevarci, emanciparci, nobilitarci, ed al contrario ci schiacciano e ci avviliscono. Col nome di Dio, essi immaginano di poter edificare la fratellanza fra gli uomini, ed invece creano l’orgoglio e il disprezzo, seminano la discordia, l’odio, la guerra, fondano la schiavitù.
Perché con Dio vengono necessariamente i diversi gradi d’ispirazione divina; l’umanità si divide in uomini ispiratissimi, meno ispirati, non ispirati.
Tutti sono egualmente nulla davanti a Dio, è vero, ma confrontati, gli uni agli altri, alcuni sono più grandi degli altri; non solamente di fatto, ciò che non avrebbe importanza perché una ineguaglianza di fatto si perde da se stessa nella collettività quando non può afferrarsi ad alcuna finzione o istituzione legale; ma alcuni sono più grandi degli altri per volere del diritto divino dell’ispirazione: il che costituisce subito una in eguaglianza fissa, costante, pietrificata.
I più ispirati devono essere ascoltati ed obbediti dai meno ispirati e questi dai non ispirati.
Ecco il principio di autorità ben stabilito e con esso le due istituzioni fondamentali della schiavitù: la Chiesa e lo Stato.

Da Carmilla on line

Inutile e stupido il condannare l’abuso di potere senza condannare il potere.

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