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Archive for agosto 2008

Io bisessuale, io tossico, io androgino, io dark, io trasgressivo, io decadente, io ambiguo, io glamour, io vizioso, io maledetto, io reietto…

Io mezz’etto de lupini…

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Ogni anno, l’ultimo mercoledì d’agosto, nella cittadina spagnola di Buñol, vicino Valencia, si celebra il santo patrono, San Luigi, con la tradizionale battaglia dei pomodori.
Abitanti e turisti si riversano nelle strade insieme ad un convoglio di autocarri carichi di pomodori. E poi se li tirano addosso.
La grande battaglia vede radunarsi circa 40 mila persone l’anno e ogni volta vengono consumate circa 120.000 tonnellate di pomodori.
Alla fine della giornata, l’intero paese è ricoperto da più di 15 centimetri di salsa rossa.

La Tomatina di Buñol, un divertimento gentilmente offerto da:

L’intelligenza è la più efficace strategia di risparmio.

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Sottotitolo: ma che parlamo a fa’, tanto ha detto tutto Nietzsche ?

Anni fa ideai e scrissi, inserendolo in “aforestica” su questo blog, questa specie di aforisma:
“E’ possibile l’amicizia tra uomo e donna? certo, basta che uno dei due sia cesso e sarà duratura.”
Bene, oggi apro il suo blog e scorgo la seguente a me sconosciuta citazione da Friedrich Wilhelm Nietzsche:
“Una donna può stringere legami d’amicizia con un uomo, ma per mantenerla è necessario il concorso di una lieve avversione fisica.”
Ora, è evidente che, nonostante la forma ed il tono delle due esternazioni siano diversi, il concetto espresso sia il medesimo e che quindi il mio aforisma non sia che la traduzione in chiave comica di quello del grande filosofo tedesco.
Consequenzialmente, queste le mie perplessità: perchè, se io mentre mi scaccolo arrivo alle stesse conclusioni di Nietzsche, del quale peraltro ho letto un libro e mezzo sì e no, ho passato la mattinata a scorticare una credenza verniciata di celeste per 15 euro? E inoltre, perchè il mio fascino sulle donne è minore rispetto a quello di un barista medio, così come la mia frequenza d’accoppiamento rispetto ad un arbitro di baseball? e perchè, soprattutto, ancora non sono riuscito a trovare il modo di abbordare la cassiera che secondo me lasciame lavora’/pò esse’ pure? quanti capi d’abbigliamento scontati dovrò  ancora acquistare prima che quel bancone cessi di frapporsi fra me e le sue tette prosperose? perchè mi scaccolo? ma non è vero che mi scaccolo, era per dire.
Poi si stupiscono che sia impazzito: a cosa serve essere fra i maggiori filosofi occidentali di ogni tempo se non riesci nemmeno a farti la pizzettara “dice che ali matrimoni se rimorchia”, che poi ti danno pure del nazista?
Almeno adesso so che fine tragica mi aspetta, attendo solo la carrozza giusta, ché animalista già ce so’.

Eh, se pure lui l’avesse presa a ride’…( e avesse avuto XNXX)

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No, grazie.

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Anche se alcuni di voi non se lo meriterebbero, voglio condividere e diffondere questa meraviglia virtuale che in molti casi potrà causare dipendenza, come è stato nel mio.
Una volta scoperto questo sito, il resto del web perde di significato. Il sito dei vostri sogni è finalmente realtà. Ora la vostra vita cambierà, ma non ringraziatemi: non lo faccio per la gloria.

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Jonathan K. Landswile – “Relitto di Meccanizzazione”

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La strage dei MOVE

La storia americana recente è costellata di episodi agghiaccianti che purtroppo non trovano abbastanza spazio sui canali di informazione. Uno di questi riguarda la persecuzione ed il genocidio attuato dalle autorità statunitensi nei confronti del gruppo dei MOVE, sorta di piccola organizzazione anarco-primitiva di afroamericani fondata da John Africa nel 1972 a Philadelphia, una comune di dissidenti politici improntata ad una vita a contatto con la natura e priva di tecnologia, a lungo osteggiata dal governo con motivi del tutto pretestuosi. Di questo avvenimento sono venuto a conoscenza solo di recente grazie alla visione di “Tutta la mia vita in prigione”, documentario su Mumia Abu-Jamal, giornalista e attivista delle Pantere Nere e vicino ai MOVE, dal 1982 nel braccio della morte in seguito ad un processo-farsa per omicidio, simbolo dell’ingiustizia a sfondo razziale imperante negli USA.

Nel 1987, a seguito di alcuni scontri con la polizia incaricata di far sloggiare i Move dalla loro residenza, un agente rimase ucciso, in condizioni poco chiare, e quando la comunità si trasferì in un altro quartiere, il neoeletto capo della polizia, peraltro nero – a riprova che la solidarietà fra neri altro non è se non un concetto razzista, purtroppo – Wilson Goode, ordinò che il palazzo dove essa viveva venisse bombardato da un elicottero, una vera e propria azione di guerra interna che causò un gigantesco incendio. I pompieri non fecero nulla per spegnere il fuoco. All’interno della casa dei MOVE c’erano donne, uomini, bambini, animali. Quando la gente all’interno della casa cominciò ad uscire cercando di salvare la vita dei bambini, la polizia deliberatamente cominciò a sparare. 11 persone adulte, 5 bambini e 6 cani vennero uccisi. Una strage di stato alla quale sopravvisse la sola Ramona Africa, seppur riportando gravi ustioni sul corpo. Una strage che tutto il mondo vide. Ad oggi nessun ufficiale, nessun poliziotto, è stato processato, è stato condannato o incolpato per aver ucciso tutta quella gente. Nessun ufficiale della polizia si trova nel braccio della morte insieme a Mumia Abu-Jamal.

Queste le parole di Sue Africa, condannata a 12 anni di reclusione:

“I MOVE non credono nella violenza, ma nell’autodifesa. L’autodifesa e’ un diritto dato da Dio. La strategia e’ rispondere con le stesse armi. Se la polizia di Philadelphia viene con il pugno noi risponderemo con i pugni, se vengono con i bastoni noi risponderemo con i bastoni, se verranno con le armi, noi useremo le armi. Perché la polizia non saprà come comportarsi, perché loro capiscono solo quel tipo di linguaggio. Loro si sentono forti solo perché hanno le pistole, e se noi avremo le pistole loro avranno paura. Questa è strategia rivoluzionaria. Questo è quello che John Africa ha insegnato ai MOVE. John Africa ci ha insegnato che tutto quello che il governo ha e fa è intimidazione, è terrore, è trovare il modo di dimostrare il suo potere. Se noi togliamo loro la possibilità di intimidire, non intimidendoci, dimostreremo che il governo è senza potere. Non hanno più nessun potere su di noi. Questo è il motivo per cui il sistema ha paura di John Africa. Perché questa è la determinazione che John Africa ha insegnato ai MOVE. Se tutti quanti scacciassero la paura che il potere infonde, come hanno fatto i MOVE, non avremmo più oppressori, noi avremmo la libertà e l’uguaglianza. Nel 1978 I MOVE cominciarono ad essere imprigionati per lunghi anni. John Africa disse che ci sarebbe stato un periodo in cui I MOVE sarebbero passati per le galere. John Africa ci disse che sarebbe stato necessario continuare a dare questo esempio di lotta rivoluzionaria. Perché la gente vuole un cambiamento, ma non vede l’alternativa. Un’alternativa che sia credibile e che servirà a rivoluzionarli. Ed è per questo che è importante dare l’esempio a cui potersi affidare e avere delle persone in cui poter credere. Un esempio intramontabile, forte della critica contro il sistema. Un esempio che sarebbe rimasto sempre fedele alla lotta rivoluzionaria, di coerenza agli ideali di libertà. Questo è l’esempio che i MOVE portano avanti da oltre 25 anni. Quando Alfonso, Ramona ed io fummo arrestati, ci fu detto dai giudici, che se volevamo uscirne vivi, avremmo dovuto abbandonare i MOVE. Ricordatevi che negli Stati Uniti ci dovrebbe essere addirittura la libertà di religione, di pensiero e di idee. MOVE è la nostra religione, è il nostro modo di vivere. Ma loro ci hanno detto che se noi avessimo lasciato i MOVE, la nostra religione, saremmo stati liberi. Alfonso è sposato ed ha 5 figli, di conseguenza ciò che gli chiedevano era di abbandonare la sua famiglia, la sua vita. Oppure stare in prigione. Anche Ramona ha un marito e dei figli…Ci rifiutammo di andare contro noi stessi. Alfonso fu condannato a 5 anni di carcere invece che 2. Ramona fu condannata a 7 anni di carcere invece che 2. Io fui condannata a 12 anni invece che 6. Tutto perché noi rimanemmo fedeli alla nostra vita, alle nostre idee. Fu facile per noi decidere, malgrado ai MOVE non piaccia affatto la prigione, a nessuno piace la prigione. Ma i MOVE non sono confusi sul significato di libertà. La libertà non è uscire da un palazzo ed andare in un altro a comperare della pizza. Questo è ciò che il sistema fa credere alla gente, questo è ciò che il sistema chiama libertà. Libertà è avere la forza e la coerenza della propria libertà e di lottare per la libertà degli altri. Come si può farlo se si va contro quello in cui si crede. Questa è strategia rivoluzionaria. John Africa ce lo ha insegnato dando lui per primo un esempio di coerenza e di fedeltà alle proprie idee, partendo da se stessi. Solo cosi noi possiamo essere l’esempio che non tradirà la gente. Nove MOVE in questo momento sono in prigione: 4 donne e 5 uomini. Sono in prigione da 18 anni. E hanno accuse per 100 anni ognuno. Questo malgrado il fatto che anche loro sapevano che se avessero ritrattato sarebbero stati liberi. Avrebbero dovuto lasciare i MOVE. Questo prova il fatto che i MOVE sono in carcere non perché sono dei criminali, ma perché sono MOVE. E io ve lo posso provare. Nel 1978 durante un confronto dove furono arrestate 9 persone, per l’omicidio di un poliziotto ucciso da un proiettile, tutte e 9 furono accusate di questo omicidio, come se fosse possibile che tutte e 9 abbiano sparato insieme lo stesso proiettile. I MOVE dimostrarono che era impossibile per questi 9 uccidere quel poliziotto. Queste erano le prove che Mumia stava ricercando e diffondendo quando fu licenziato ed imprigionato. Oltre le 9 persone furono arrestati anche 3 simpatizzanti dei MOVE ed il giorno del confronto erano tutti insieme. Il giudice domandò loro se erano dei membri dei MOVE. Loro dissero no. Gli chiesero se avevano intenzione di diventare MOVE un giorno. Loro dissero no. Furono tutti rilasciati. Questo prova il fatto che MOVE sono in carcere non per i fatti a loro contestati, ma perché sono MOVE. Questo è l’esempio di come il governo degli stati uniti distrugge i suoi oppositori. Questa è la vera ragione per cui la casa dei MOVE fu bombardata. Arrivarono con centinaia di poliziotti. Arrivarono con ogni tipo di arma, incluso un missile anticarro. Loro avevano gli M 16, ed ogni altro tipo di arma da guerra. Spararono oltre 10.000 proiettili su quella casa. Tutto per 11 persone e 5 bambini. I giudici dissero che in fondo i bambini erano dei nemici tanto quanto gli adulti. Loro volevano uccidere l’esempio rivoluzionario sia nei bambini che negli adulti. Ed è per questo che ci bombardarono. Diedero l’ordine ai pompieri di non spegnere il fuoco. Eppure il compito dei pompieri è proprio quello di spegnere gli incendi. Tutto il vicinato prese così fuoco. 62 case furono incendiate. Ma a loro non interessava, erano determinati ad uccidere ogni membro dei MOVE. Non avevano considerato che Ramona sarebbe riuscita ad uscire con il suo bambino testimoniando così ciò che loro avevano fatto. Loro uccisero tutti quelli che tentarono di uscire dalla casa, c’era chi aveva i bambini in braccio. I cadaveri dei bambini e degli adulti erano pieni di proiettili. Non c’è nessun poliziotto, nessun ufficiale, che è in prigione per questo. Ramona ha fatto 7 anni di carcere. Anche mio figlio fu ucciso. Io ero in prigione con mia sorella, ed anche suo figlio fu ucciso. Noi non sapevamo cosa stesse accadendo fuori, eravamo in isolamento. Gli altri carcerati lo urlarono fuori dalle celle per farcelo sapere. Fino a quando un poliziotto non aprì la porta della mia cella e mi disse che mio figlio era stato ucciso, che la figlia di mia sorella era morta. Questo è il paese che gira per il mondo predicando la pace, predicando i diritti umani. Gli Stati Uniti sono i leader dell’oppressione e dello sterminio nel mondo. Noi abbiamo un solo nemico: l’oppressore. Noi dobbiamo essere uniti, al di là dell’ideologia. Noi dobbiamo combattere, insieme per distruggere questo nemico. Gli Stati Uniti sono la testa di questo mostro. I MOVE sono tra quelli che gli taglieranno la testa. E’ per questo che combattiamo con e per Mumia Abu Jamal. Combattiamo per Silvia, per i MOVE e per tutti i prigionieri politici. LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE, LUNGA VITA A JOHN AFRICA”

“L’uomo perde se muore e tutti muoriamo. Ma uno schiavo e un uomo libero perdono cose diverse. L’uomo libero perde il piacere della vita, lo schiavo ne perde la pena…ed è l’unica libertà concessa a uno schiavo, perciò non ne ha paura, perciò vinceremo.”
Da Spartacus

Ci sono parole che con la loro stessa esistenza testimoniano tragicamente lo sfacelo irreversibile nel quale versa l’umanità. Esse sono sintomatiche di uno stato di cose malato al quale non v’è rimedio e non v’è mai stato. Mi riferisco alle parole identificanti i vari movimenti non-violenti e di liberazione quali ad esempio “ecologismo”, “animalismo” e “pacifismo”, la più spaventosa di tutte.

Ciò che in un mondo sano dovrebbe essere la norma, la condizione di base, qui viene a rappresentare l’anomalia, la controtendenza e deve essere quindi ingabbiato in vocaboli che ne evidenzino tutta la stranezza e la estraneità nei confronti del normale scorrere dei tempi.

Le varie forme che il buon senso e l’intelligenza con naturalezza assumono sono come impacchettate e decorate con un teschio, in modo che lo stolto ne percepisca il carattere di “corrente di pensiero stravagante” o di filosofia di vita da classe agiata o di pseudoconfessione religiosa.

Il pacifismo come movimento dimostra la sua inutilità col suo semplice essere riconosciuto come tale.
In un una società umana ove fosse “attuabile” – anche se nessun verbo è più errato – non esisterebbe perchè sarebbe la condizione normale e l’unica concepibile mentre in questa, dove la cultura dominante è quella violenta ed imperialistica è uno sforzo inutile.

Pertanto il pacifismo deve rimanere una tendenza individuale dettata dal semplice ragionamento, perchè dalla presa di coscienza, quella vera, non può che scaturire la violenza, verbale o fisica.
Sin dall’infanzia mi sono sempre interrogato sul come potesse esistere una reale divisione fra “pacifisti” e “non pacifisti”, come se qualcuno avesse piacere che la propria casa venisse bombardata o che la propria madre venisse sgozzata. Questo perchè ho sempre dato all’abusato vocabolo, in maniera del tutto naturale ed istintiva, un significato che ritengo l’unico possibile e sensato: quello di volontà di non attacco . Significato che ho scoperto essere di pochi.

Mi sono ritrovato alla perfezione nelle parole già citate di Malcom X: “la violenza come autodifesa non la chiamo violenza, la chiamo intelligenza”, che definiscono un concetto di pacifismo non fanatico e costruttivo, la vera forma, secondo me, di non-violenza. Essa si propone di salvaguardare la dignità e la libertà dell’individuo, laddove la nonviolenza passiva, lungi dall’eliminare la violenza, diventa addirittura complice del suo attuarsi. Non difendersi non è né utile né virtuoso, è solo stupido.

Purtroppo l’accezione comune di pacifismo è quella macchiettistica e le bandierine arcobaleno danno solo adito alla ridicolizzazione di esso da parte di guerrafondai di ogni tipologia, ed è giusto che sia così; non c’è nulla di più idiota del porgere l’altra guancia, dell’amare il proprio carnefice e solo organizzazioni criminali come quelle religiose potevano incoraggiare certe pratiche antiumane ed innaturali.

Questa forma di pacifismo deviato può essere frutto di semplice ingenuità, ma è spesso è figlia di una vigliaccheria indotta dalla demagogia democratica imperante e dall’instupidimento di matrice religiosa. E’ un pacifismo che porta a non schierarsi ma a vedere la pace come una possibilità di riconciliazione fra le parti, anche quando una di esse è la causa del conflitto, e non può essere che così.

Chiedere “la pace” è come voler far pace con l’assassino della propria famiglia, ma questo, purtroppo, viene capito dai più solo a famiglia sterminata.

Quando un malvivente fa irruzione in un’abitazione trucidando qualcuno, se ne chiede l’incarcerazione, persino la morte, e nessuno si sogna di scendere in piazza per chiedere la pace in un corteo; sarebbe assurdo, eppure è quello che normalmente avviene quando è un esercito su ordine di un politico a trucidare migliaia di persone.

C’è quindi una differenza notevole fra l’affermare di essere “per la pace” e l’essere “contro la guerra”, la stessa, abissale, che c’è fra l’attacco e l’autodifesa e che non può essere ignorata. Vero è che il pacifismo indistinto e blando offre una comoda posizione e non attira contro di sé troppe antipatie e quindi ci si può sentire “impegnati” anche contrattando e scendendo a compromessi col nemico. Siccome non ho le palle di dire :”sei un criminale e meriti di morire”, allora mi accontento di “voglio la pace”. La pace per tutti, indistintamente, anche per chi non la merita, ma sì; perdoniamo chi tortura e distrugge con il pacifismo omertoso.

Chi ha metà coscienza si limita ad ammette l’esistenza di un problema, chi l’ha intera è pronto a farne anche nome e cognome, è quindi molto facile distinguere un antagonista da un antagonista moderato. E’ più facile parlare astrattamente di “pace” e “guerra” senza scendere nel concreto e senza fare le dovute distinzioni fra le varie forme di “estremismo”, l’altra parola-gabbia quasi unanimamente condannata. Non si contrasta ideologicamente la guerra se non si odia visceralmente ogni singolo esponente di ogni apparato militare e dell’industria di morte che l’industria bellica, se non lo si detesta fino a desiderarne la scomparsa e la cancellazione fisica.

Il politicamente corretto e la moderazione poco si addicono alle contestazioni e ne mortifica anzi il senso.

Quando, oltre ad aver perso la libertà insieme alla volontà di riacquisirla e di mezzi per farlo, si è perso anche l’odio fisiologico e il naturale istinto vendicativo, allora si è toccato il fondo e la distopia di “1984” cessa di essere tale.

Quando si è riposta ogni fiducia nell’istituzione, la stessa dalla quale si è oppressi, tanto da delegare ad essa il compito di fare giustizia – la loro giustizia – si è totalmente schiavi, poiché il sistema statale non si accontenta di essere temuto, ma vuole essere amato, e ci riesce; ci riesce ogni volta che sento padri e madri ai quali è morto ammazzato un figlio, da persone o dal lavoro, chiedere “giustizia” e ripudiare la vendetta, confidando nella legge e nelle istituzioni.

Più dell’ingiustizia, più dell’impotenza e della paura vile, mi terrorizza la mancanza di rancore, mi terrorizza la sottomissione spontanea.

Succede così che in Cina, dove i migranti impiegati nel settore edile (e non solo) non sono pagati dai datori di lavoro, uno operaio del Jiangsu si dà fuoco sulla piazza Tienanmen per protestare contro il governo e i capi della sua ditta per il mancato salario: ci si automortifica e autodistrugge pur di non nuocere al padrone, l’odio è represso e sfocia nell’autolesionismo. Quando un potere arriva a produrre questo, ha raggiunto il suo scopo ultimo; il suddito oppresso non soffre più come una vittima impotente, ma come un amante tradito e deluso.

Io considero la vendetta, in ogni sua manifestazione, la forma di umanità più pura e perfetta, ineguagliabile nella sua compiutezza. La vendetta cieca, rabbiosa, irragionevole, la vendetta senza compromessi. La vendetta irreversibile e appagante. Penso alla scena iniziale di Amistad di Spielberg, in cui lo schiavo trafigge ferocemente con la spada il petto del capitano della nave che l’aveva strappato alla libertà: perfetto, è tutto in quei due minuti, o nell’estremo slancio di un toro che trapassa da parte a parte il torero nell’arena, come purtroppo raramente accade, in un atto meno consapevole ma per questo ancora più perfetto, poiché, come afferma la dinamica, ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. Quella è l’unica forma di giustizia che io concepisco. Lì vedo un senso compiuto. E non c’è sadismo alcuno; se l’autodifesa è un diritto naturale, non c’è sadismo nel gioire della buona riuscita di un’azione autodifensiva. In quest’ottica, la vendetta non è che un’autodifesa posticipata, pur sempre sacrosanta.

Essa è un atto puro figlio di un sentimento puro: l’odio. Non serve precisare come tutto ciò nulla abbia a che vedere con la legge del taglione, come potrebbero obiettare molti superficiali, espressione, quella, dello stesso stato oppressivo che qui si condanna in quanto nemico della libertà individuale totale.
Quando parlo di vendetta, non parlo di vendetta manovrata da un’autorità e da essa legittimata, parlo di vendetta istintuale, individuale e pertanto fine a se stessa, un concetto che travalica persino i concetti di giusto e di sbagliato, che è al di là del bene e del male.

L’odio e la vendetta oggi sono condannati, sono tabù dei quali ci si vergogna e questo è spaventoso; il centrismo ha vinto e con esso la demagogia. Sono sicuro, sicurissimo, che esistano afroamericani che neghino in qualche modo le deportazioni del colonialismo, neghino la schiavitù, neghino la loro storica oppressione per mano dei bianchi, così come esistono afroamericani cristiani, adoranti ciò in nome di cui sono stati brutalizzati e schiavizzati.

L’odio, la violenza, non risolvono niente, diranno molti, ma sono barlumi irrinunciabili di libertà, irrinunciabili per sentirsi vivi, e la vendetta è un valore da riscoprire.

Penso che sia più facile e preferibile pentirsi di aver odiato che rimpiangere di non averlo fatto.

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